Statuine dei Balzi Rossi esportate in Canada – Ventimiglia (IM)

La scheda è stata curata da Elvira Visciola

Statuine dei Balzi Rossi esportate in Canada – Ventimiglia (IM)

La scheda è stata curata da Elvira Visciola


Si tratta di n. 7 statuine su un totale di 15, trovate durante gli scavi al complesso dei Balzi Rossi, datate al Paleolitico. Il complesso dei Balzi Rossi, dal momento in cui è stato scoperto nella seconda metà dell’800, è balzato alle cronache come uno dei monumenti più rappresentativi della storia dell’Uomo in Europa, sia per le numerose testimonianze offerte che per il significato dei ritrovamenti: il sito, un’alta falesia lunga 100 metri costituita da calcare dolomitico pregno di minerali ferrosi, è stato abitato da circa 230.000 a 10.000 anni fa. Di seguito la descrizione delle 7 statuine ritrovate in Canada.

La statuina Doppia, ovvero “la Bella e la Bestia” (indicata da White e Bisson, coloro che nel 1998 rappresentarono in un unico quadro le 14 statuine, con il numero 01), ritrovata nella Grotta del Principe è stata scolpita su un frammento di serpentino giallo-verdastro lucidato a specchio, alto 47 mm., spesso 23 mm. e largo nel punto del seno 10 mm.; il peso è di circa 12 grammi. Sono rappresentati due corpi, schiena contro schiena, disposti simmetricamente ad arco con uno spazio vuoto tra le teste, a suggerirne l’uso come pendaglio. Un corpo ha le caratteristiche delle “Veneri” Paleolitiche con gambe affusolate e separate da un solco mentre l’altro è stato identificato come il corpo di un animale. Mancano del tutto i dettagli degli arti superiori e sul capo del corpo femminile sono riportate sottili incisioni a rappresentare i capelli o il copricapo, mentre i lineamenti del volto sono stati volutamente rimossi mediante cesellatura; un piccolo ovale sotto al collo sta ad indicare un probabile ornamento (collana). I seni pendono verso il basso, una piccola depressione sta ad indicare l’ombelico ed il triangolo pubico è reso nel dettaglio con un’incisione verticale a rappresentare la vulva. Il corpo dell’animale ha invece il capo dettagliato con muso lungo, bocca grande e orecchie triangolari, mentre il corpo è stilizzato tanto che l’identificazione è rimasta insoluta: probabilmente un canide (volpe o lupo) o un mustelide (martora o tasso) ma di sicuro un piccolo animale carnivoro. Questa statuina, che è stata ritrovata nella Grotta del Principe, è datata al Paleolitico Superiore, presenta uno stato di conservazione ottimale, eccetto per un frammento che si è staccato anticamente dal lato del seno sinistro, forse durante la lavorazione.

La Bicefala (indicata con il numero 03) è una piccola figura femminile con due teste unite tra loro da un foro arcuato che ne permette il probabile uso come ciondolo. Le teste sono ovoidali ma non vi è alcun segno a definire i tratti del viso, solo alcune incisioni rappresentano probabilmente i capelli; il busto è stretto, senza arti superiori, con due seni conici prominenti, un foro segna l’ombelico mentre la vulva è indicata da una incisione verticale. Gli arti inferiori, piuttosto compatti, sono separati da una profonda incisione in entrambi i lati; la parte posteriore è segnata da una incisione verticale ad indicare probabilmente la colonna vertebrale e culmina con una incisione orizzontale in corrispondenza dei glutei. E’ la più piccola delle statuine dell’intera collezione, delle dimensioni di 27x12x8 mm., per un peso di poco meno di 2 grammi, realizzata in steatite giallo-verdastra traslucida conserva tracce di ocra rossa visibili nelle incisioni; ritrovata nella Grotta del Principe, le sue condizioni di conservazione sono buone, anche se è presente una frattura recente, probabilmente causata durante lo scavo e poi ricomposta.

La statuina in avorio marrone o la “Abrachiale” (indicata con il numero 06), così detta per via della totale mancanza di arti superiori, è una figura femminile con testa cilindrica e volto bombato senza tratti distintivi del viso o dei capelli; la nuca ed il collo sono definiti da un profondo solco che divide la testa dalle spalle. I seni sono emisferici divisi tra loro mentre il ventre prominente presenta un solco allungato a rappresentare l’ombelico; il pube non è segnato come altre statuine ritrovate in loco, ma presenta una profonda scanalatura ad U con al centro una increspatura nel punto dove dovrebbero esserci le piccole labbra. Le natiche prosperose fanno da contraltare al ventre, le cosce nella parte anteriore sono divise da un solco mentre nella parte posteriore sono compatte. Le gambe sono rotte all’altezza del ginocchio ma una particolare conformazione della gamba sinistra lascia presagire che in origine un foro di forma allungata dividesse le gambe e forse i piedi. La statuina ha le dimensioni massime di 68x20x23 mm., per un peso di circa 20 grammi, eseguita in avorio marrone parzialmente fossilizzato, con un leggero velo di ocra rossa; è stata ritrovata da Jullien in una data sconosciuta a circa 3 metri di profondità nel Jardin Abbo, un vigneto terrazzato situato ad ovest della Barma Grande. Lo stato di conservazione è mediocre, la faccia ed il seno sono stati incollati anticamente, probabilmente dallo stesso scopritore Jullien, così come altri evidenti fratture antiche sono sparse lungo il corpo e rammendate in maniera non sempre consona.

Il Busto (indicata con il numero 08), statuina verosimilmente femminile, rappresentata solo dal viso fino all’altezza del torace. Il volto è quasi piatto con i tratti degli occhi, naso e bocca indicati da piccole incisioni; il capo circolare è delimitato da un contorno che lascia presagire una capigliatura o un copricapo mentre la parte superiore è appiattita. Le spalle sono mancanti ed il torace è rappresentato da un seno appiattito, l’altro si è fratturato anticamente. Tracce di lavorazione hanno fatto ipotizzare che il busto faccia parte di una statuina completa di addome e gambe, con un foro tra i seni, successivamente rotti ed infine aggiustato nella parte superiore che è arrivata sino a noi. Nella parte posteriore è presente un’etichetta manoscritta, probabilmente posizionata da Jullien, con l’indicazione “Barma Grande, Mentone – Cavalieri”, indicazione preziosa per ricostruire alcuni aspetti delle ricerche dello stesso Jullien. Sembrerebbe che il Sig. Cavalieri fosse l’operaio di Jullien, autore dello scavo alla Barma Grande per conto dello stesso. Il suo stato di conservazione è discreto, anche se ampie parti della superficie si sono sfaldate a causa della fragilità e morbidezza del materiale con cui è realizzata. Nel 1928 Henry Breuil pubblicò alcune foto della statuina ed alcuni schizzi realizzati dall’Abate Dupaigne, che all’epoca viveva in Canada, attribuendo erroneamente il ritrovamento nelle Grotte del Principe, ma l’etichetta scritta per mano di Jullien e la presenza di sedimenti di sabbia grigia ritrovata sulle superfici della statuina fugano ogni dubbio sull’attribuzione allo scavo nella Barma Grande. Delle dimensioni massime di 29x17x9 mm. con un peso di circa 8 grammi, è stata realizzata in clorite verde bluastra.

La Dama ocrata (indicata con il numero 09) è una statuina femminile a tutto tondo, con una voluminosa capigliatura ad incorniciare il volto che termina in due punte dietro le spalle, a rappresentare probabili trecce; incisioni diffuse lasciano intendere la presenza di capelli ondulati. Il viso bombato è completamente carente di tratti distintivi; i seni sono piccoli e piatti, divisi tra loro da un foro passante, probabilmente perché usata come ciondolo. Le braccia sono modellate solo nella parte superiore, fino all’altezza delle mani e scorrono lateralmente alle spalle. Il ventre è piatto ma più in aggetto rispetto ai seni; al di sotto alcuni solchi individuano il triangolo pubico (la vulva non è rappresentata) da cui parte un’incisione verticale a segnare le cosce, quest’ultime fratturate all’altezza del ginocchio. Le natiche sono molto sporgenti. Le dimensioni massime sono 75x18x22 mm., per un peso di 20 grammi, realizzata in avorio seguendo l’asse longitudinale della zanna non fossilizzata. Le sue condizioni sono molto precarie, sia per la delicatezza del materiale che per il processo di esfoliazione di cui è interessata gran parte della superficie. Ci sono ampie zone colorate di rosso per la presenza di uno spesso strato d’ocra che ha dato origine al nome della statuina. Ritrovata nella Grotta del Principe è datata al 18.000 a.C.

La Monaca (indicata con il numero 10), detta anche la statuina piatta, perché sagomata ed incisa su un ciottolo piatto, è una statuina femminile la cui forma ricorda il profilo di una monaca. Il volto è senza tratti, evidenziato da alcune linee a rappresentare i capelli o il copricapo; il busto è avvolto da un mantello in cui si fondono anche le braccia mentre i seni, l’ombelico ed il pube sono indicati da piccole incisioni. Il retro del ciottolo presenta leggere incisioni, come se fosse rappresentato un altro viso. Al di sotto del collo c’è un foro, probabilmente perché usato come ciondolo. Delle dimensioni massime di 44x28xcirca 9 mm., del peso di 14 grammi, è stata realizzata in clorite di colore verde molto scuro e ritrovata all’interno della Barma Grande. Il suo stato di conservazione è ottimo.

La Maschera (l’unico reperto non rappresentato da White e Bisson nel 1998, poiché non considerato una statuina), è un piccolo ciottolo circolare piatto, modellato con alcuni fori passanti a rappresentare occhi a mandorla e bocca, decorato sul bordo di un lato con incisioni a raggiera. Tra occhi e bocca una leggera curvatura indica il naso, ulteriormente evidente per i due buchi che rappresentano le narici. Sopra gli occhi, nella parte centrale della fronte vi è un quarto foro non passante, con il fondo piatto (forse perché conteneva qualcosa andata perduta), circondato da incisioni a raggiera forse ad indicare la capigliatura. Il lato posteriore non è rifinito come la faccia anteriore ma sono presenti i fori passanti che quindi individuano anch’essi un volto. La rappresentazione è quella di un volto con aspetto minaccioso e crudele, quasi a rappresentare una figura immaginaria che non ha eguali nei reperti del Paleolitico europeo. Trovata da Jullien durante gli scavi alla Barma Grande, ha dimensioni massime di 19x23x5 mm. per un peso di circa 3 grammi; è stata realizzata da un ciottolo di steatite bicolore, dal verde scuro al giallastro. Lo stato di conservazione è ottimo.

Note storiche

Delle 7 statuine recuperate in Canada solo 3 sono state ritrovate da Louis Alexandre Jullien, un commerciante di Marsiglia, durante gli scavi condotti clandestinamente tra il 1894 ed il 1895 nella Grotta del Principe, da lui chiamata “Grotta del Tunnel” o “Grotta delle statuine”; le altre 4 sono state trovate nella Barma Grande durante gli scavi organizzati tra il 1883 ed il 1884, una in particolare nel Jardin Abbo, un vigneto terrazzato situato ad ovest della Barma Grande. Trafugate dal Jullien e trasportate in Canada, cinque statuine riemersero dall’oblio solo nel 1987 quando le nipoti di Jullien vendettero ad un antiquario di Montreal un baule contenente anche le statuine che nel novembre dello stesso anno, vennero acquistate da uno scultore di Montreal, tale Pierre Bolduc, per $ 225. Dopo alcuni anni, nel 1993 Bolduc le portò alla Mc Gill University di Montreal per la valutazione ed analisi con la conferma che le 5 statuine erano effettivamente la parte mancante della collezione Jullien da tempo perduta. Dietro insistenza di Bolduc, le nipoti di Jullien, Lucie e Laurence Jullien-Lavigne, ritrovarono le ultime due statuine, il Busto e la Bicefala.

Le notizie storiche riguardanti i ritrovamenti sono descritte nel saggio “Madri del Tempo” e “I Balzi Rossi“.

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SCHEDA

Nome

Statuine dei Balzi Rossi esportate in Canada – Ventimiglia (IM)

Oggetto

Statuina femminile

Cronologia

Le statuine sono tutte datate al Paleolitico Superiore e precisamente al Gravettiano, dal 26.000 al 20.000 a.C.

Località del ritrovamento

Sito archeologico dei Balzi Rossi, nei pressi della frazione Grimaldi nel Comune di Ventimiglia – Provincia di Imperia

Regione

Liguria

Contesto ambientale

Grotte

Reperti esposti

Le 7 statuine fanno parte della collezione privata Bolduc e Jullien-Lavigne a Montreal.

Stato di conservazione

E’ riportato nella descrizione

Dimensioni

Sono riportate nella descrizione

Condizione giuridica

Cinque statuine (la Monaca, la statuina in avorio marrone, la Dama ocrata, la statuina doppia e la Maschera) fanno parte della collezione Bolduc a Montreal e due (il Busto e la Bicefala) sono di proprietà delle nipoti di Jullien, Mlles Lucie e Laurence Jullien-Lavigne.

Bibliografia

  1. Margherita Mussi, Pierre Bolduc e Jacques Cinq-Mars – “Les figurines des Balzi Rossi (Italie): une collection perdue et retrouvée” – in Bull. Société Prehistorique de l’Ariège – 1996;
  2. Margherita Mussi, Pierre Bolduc e Jacques Cinq-Mars – “Le 15 figurine Paleolitiche scoperte da Louis Alexandre Jullien ai Balzi Rossi” – estratto da Origini – Preistoria e Protostoria delle Civiltà antiche – 2004;
  3. Paolo Graziosi – “Distruzioni ai Balzi Rossi” – in Rivista di Scienze Preistoriche – Vol. I – Fasc. 1-2 – Firenze 1946;
  4. Vincenzo Formicola, Brigitte M. Holt – “Tall guys and fat ladies: Grimaldi/s Upper Paleolithic burials and figurines in a historical perspective” – in Journal of Anthropological Sciences – Vol 93 – 2015;
  5. Margherita Mussi, Jacques Cinq-Mars e Pierre Bolduc – “I Balzi Rossi alla Belle Epoque tra scoperte, polemiche, interessi e veleni” – in Atti del Convegno “La nascita della Paleontologia in Liguria” – Bordighera 2008;
  6. Margherita Mussi – “L’utilisation de la stéatite dans les grottes des Balzi Rossi (ou grottes de Grimaldi)” – in Gallia préhistoire – tome 33 – 1991;
  7. Piero Leonardi – “Testimonianze di arte paleolitica nell’Italia settentrionale” – in Atti del 6° convegno sulla Preistoria, Protostoria, Storia della Daunia – 14-16 dicembre 1984;
  8. Randall White e Michael Bisson – “Imagerie féminine du Paléolithique: l’apport des nouvelles statuettes de Grimaldi” – in Gallia préhistoire – tome 40 – 1998;
  9. Luciano Malpieri e Anna Orlandini – Le vulcaniti scheggiate della “Barma Grande” ai Balzi Rossi di Grimaldi – Convegno alla Riunione della Società Mineralogica Italiana dell’11 ottobre 1968 in Napoli;
  10. Alessandro Carassale, Daniela Gandolfi e Alberto Guglielmi Manzoni – “Il Viaggio in Riviera. Presenza straniere nel Ponente Ligure dal XVI al XX secolo” – in Atti del Convegno Bordighera – 14 e 21 giugno 2014;
  11. Claudine Cohen – La femme des origines – Belin Herscher 2003.
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