Quale genere di culto dei morti praticavano le popolazioni neolitiche di Grotta Scaloria?

Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Antiquity ha messo in luce probabili antichi riti funebri in uso oltre 7000 anni fa tra le popolazioni che abitavano il sud est della nostra penisola, riti svolti all’interno di Grotta Scaloria sita tra la pianura del Tavoliere Dauno ed il massiccio del Gargano, posta a circa 45 metri sul livello del mare (ingresso alla grotta). Dagli anni ’50, il Tavoliere delle Puglie è balzato alle cronache come il più importante scenario del neolitico europeo: una serie di fotografie aeree scattate dalla Royal Air Force nel 1943 hanno consentito la scoperta di quasi 1000 insediamenti neolitici datati per lo più al VI millennio a.C. sparsi nel territorio; successivamente gli scavi operati negli anni ’70 hanno confermato la presenza di un denso insediamento di piccoli gruppi dediti soprattutto all’agricoltura e all’allevamento di bestiame.

La ricerca archeologica all’interno della grotta si è svolta a più riprese nel lungo arco di tempo di oltre 80 anni.

La grotta è stata scoperta casualmente nel 1931, in occasione dei lavori per la costruzione del tratto di acquedotto tra Manfredonia e Monte Sant’Angelo e successivamente esplorata dall’archeologo Quintino Quagliati che ne ha rivelato presto la grande importanza e ricchezza del deposito archeologico.

Ubicazione geografica della Grotta Scaloria in Puglia. L’inserto nel punto dell’asterisco mostra l’ingresso artificiale della grotta aperto durante gli scavi del 1979 e corrispondente all’ingresso neolitico sepolto, mentre a sinistra è visibile lo scavo per l’acquedotto (ph. I. Rellini ed altri, 2018)

All’epoca, nel 1936, è stata esplorata la sola parte alta della grotta, nominata per l’appunto Camerone Quagliati, segnalando la presenza di numerosi frammenti ossei umani oltre che ceramiche preistoriche e strumenti in pietra. I ritrovamenti ossei hanno indotto il Quagliati ad indicare l’uso della grotta anche come luogo per seppellire i morti, mentre lo stile bicromo delle ceramiche è stato definito come stile “Scaloria Alta”, ossia una ceramica figulina a bande rosse marginate da linee nere con motivi decorativi a meandro, a uncino, a tinta piena, successivamente ritrovata anche in altri siti pugliesi risalenti al Neolitico medio.

Nel 1967 un gruppo di speleologi di Manfredonia hanno scoperto un’ulteriore porzione della grotta, quella definita Camera Bassa di Scaloria, raggiungibile attraverso una stretta e tortuosa galleria dove sono stati rinvenuti numerosi raggruppamenti di vasi, oltre 40, cementati sul pavimento roccioso o incrostati con le formazioni stalagmitiche. L’archeologo Santo Tinè, che per primo condusse un’esplorazione sistematica della grotta, ha indicato nella Camera Bassa la sede di una frequentazione cultuale, rinvenendo i resti di un rituale religioso di epoca neolitica collegato al “culto delle acque”, una testimonianza rimasta praticamente inalterata per oltre settemila anni. Tinè descrive la grotta: “ un ampio camerone (m. 80 x m. 100 circa) a cui originariamente si accedeva da un ingresso, che doveva essersi formato dopo il crollo di una porzione della sua volta. La formazione della grotta è del tipo cosiddetto d’interstrato, cioè dovuto al vuoto che deve essersi generato tra due strati di calcare che si sono separati a seguito di un movimento tettonico o per l’erosione dei materiali d’interstrato. Tale vuoto, che declina da Nord verso Sud seguendo l’inclinazione degli strati calcarei, è molto esteso in senso orizzontale, ma varia da pochi centimetri (e quindi è inagibile) a non oltre i 2 metri di altezza che raggiunge solo in pochi punti. In genere non supera il metro ed è pertanto con grandi difficoltà rese ancora più acute dalla formazione di concrezioni che ornano la volta e il pavimento …”. L’uso della camera come luogo di culto è stata confermata anche per la presenza di tracce di focolare vicino ai vasi e per la presenza di una pozza di acqua naturale profonda circa 3 metri. Si è ipotizzato che il culto venisse praticato durante il tardo neolitico, quando numerosi insediamenti della pianura costiera del Tavoliere furono abbandonati a favore della migrazione verso le zone collinari, a causa del cambiamento delle condizioni climatiche; i dati paleoambientali infatti indicano per quell’epoca un periodo di grande siccità.

La Camera Bassa di Grotta Scaloria (ph. M. A. Tafuri ed altri, 2016)

Nel 1973 Enrico Davanzo del Cai di Trieste ha scoperto, sul lato sud ovest del Camerone Quagliati, un passaggio verso la parte più profonda della vicina Grotta di Occhiopinto e con successivi rilievi si è appurato che le due aree, Scaloria e Occhiopinto, facevano parte di un’unica struttura ipogea, separate nel tempo dal crollo di parte della volta.

I primi scavi sistematici sono stati effettuati solo nell’estate del 1978, nell’ambito del programma di ricerche sul “Neolitico del Sud-Est dell’Italia” coordinato e diretto da Marija Gimbutas, a quell’epoca archeologa dell’Università della California e da Santo Tinè, archeologo dell’Università di Genova. A seguito di questi scavi, condotti nella Camera Alta della grotta ed in prossimità dell’ingresso, è stato possibile individuare una necropoli, riferibile al momento finale di frequentazione della grotta, prima che l’ampia frana ne ostruisse l’ingresso. Nella seconda campagna di scavi del 1979, condotta sempre da Gimbutas, è stato rinvenuto al di sotto degli strati neolitici uno strato riferibile al Paleolitico Superiore con resti di focolare, strumenti litici e ossa di animali; mentre, in prossimità del luogo del crollo, quando la grotta è diventata inaccessibile, si è riscontrata una frequentazione della zona anche a scopo abitativo riferibile al IV millennio. Come scriveva Gimbutas: “… Il complesso di Scaloria Occhiopinto ha fornito il maggior numero di informazioni sul Neolitico di tutta l’Italia sud orientale: la sua importanza sta specialmente negli ampi spazi cronologici, nelle possibilità di studio dell’ambiente, delle popolazioni, della ceramica e della religione … La Grotta Scaloria è unica in Italia per il suo luogo sacro e per le sue sepolture …” (M. Gimbutas, 1981). I risultati di questi scavi non sono mai stati pubblicati per intero, solo nel 2016 sono stati oggetto di una pubblicazione a cura di Ernestine S. Elster, Eugenia Isetti, John Robb e Antonella Traverso, “The Archaeology of Grotta Scaloria: ritual in Neolithic southeast Italy” – Los Angeles (CA) 2016, dove sono riassunti i vecchi ed i nuovi dati di scavo.

La Camera Alta di Scaloria è una grande camera di forma irregolare posta immediatamente all’interno dell’ingresso, della dimensione massima di circa 80 x 40 metri, con un’altezza massima in alcuni punti di 2 metri ma generalmente molto più bassa. Le successive indagini, riprese dal 2003 ad opera delle archeologhe Eugenia Isetti, Antonella Traverso e Ernestine Elster insieme al professore John Robb dell’Università di Cambridge, con successivi campionamenti tra il 2007-2008 ed il 2013-2015, hanno appurato un uso della Camera Alta della grotta sia abitativo che per il ricovero di animali domestici (ovini, caprini e suini) e per la deposizione dei morti, attestati principalmente tra il 5500 ed il 5200 a.C. anche se in realtà reperti archeologici mostrano che la grotta è stata occupata dalla fine del Pleistocene fino alla prima parte dell’età del rame.

Planimetria della Camera Alta di Grotta Scaloria con l’indicazione delle trincee di scavo del 1978-79. Le aree tratteggiate rappresentano le zone dove sono avvenuti i crolli del soffitto, mentre la linea tratteggiata indica laddove l’estensione della grotta non può essere identificata con precisione (ph. J. Robb ed altri, 2015)

Nonostante sia stata scavata solo una piccola porzione della Camera Alta, sono stati individuati i resti ossei di un numero variabile tra 22 e 33 individui, di cui circa la metà è di giovane età, indifferentemente uomini o donne. Nonostante l’elevata mortalità infantile attestata, non sono state riscontrate particolari patologie che ne hanno causato la morte. Tra i reperti sono stati individuati 5 diversi riti funebri:

  • Sepolture singole con corredo, ritrovate durante gli scavi Quagliati degli anni 30, con alcuni vasi integri di ceramica tricromica;
  • Sepoltura singola senza corredo, ritrovata nella parte centrale del camerone e riferibile ad una donna adulta datata al 5322-5017 a.C.;
  • Sepoltura individuale di un bambino di circa 5-7 anni, databile al 5463-5221 a.C. ritrovata verso la parete di fondo del camerone senza cranio che sembrerebbe essere stato rimosso dopo la sepoltura, probabilmente per uso rituale;
  • Deposizione secondaria di un cranio di uomo adulto posto in una piccola nicchia di pietra, ma non datato al Neolitico;
  • Deposizioni secondarie collettive costituite da resti sconnessi sparsi casualmente sulla superficie della grotta, alcuni provenienti da scheletri completi ed altri frutto di ri-deposizioni, tutti datati al Neolitico Medio, tra il 5500 e il 5200 a.C.

L’ultimo caso di sepoltura è quello che ha suscitato maggiori necessità di indagine. Le ossa umane erano sparse sul terreno senza una distribuzione spaziale particolare: non costituivano corredi funerari posizionati intenzionalmente o associati a particolari resti, ma le ossa venivano rotte prima della loro deposizione finale e collocate senza un ordine particolare.

Ulteriori indagini hanno appurato che i corpi venivano seppelliti altrove, successivamente rimossi, svuotati dei tessuti molli residui e ripuliti; a testimonianza vi sono segni di taglio piccoli e di abrasione superficiale realizzati con strumenti di selce o di ossidiana (utensili ritrovati in gran numero all’interno della grotta), eseguiti in particolare sulla volta cranica, sulle mandibole, sulle clavicole e sulle ossa lunghe. Le ossa venivano dunque spezzate, in generale entro il primo anno dal decesso, quando non erano ancora secche e quindi elastiche per la rottura e poi deposte come sepoltura secondaria all’interno della grotta, mescolate casualmente insieme a resti faunistici, vasi rotti ed utensili in pietra. Prove con l’isotopo di stronzio hanno accertato che le ossa provenivano da abitanti di villaggi distribuiti in un raggio di 15-20 km dalla grotta e venivano deposte solo alcune ossa selezionate piuttosto che l’intero scheletro del defunto.

Dettagli dei tagli operati sulle ossa craniche e sul perone (ph. J. Robb ed altri, 2015)

Qual era il significato di questo rituale?

L’attenzione con cui le ossa venivano pulite, selezionate e disordinatamente deposte lascia presagire che il tutto facesse parte di una sequenza rituale ben precisa ed altamente significativa, pratica non osservata precedentemente nell’Italia neolitica; qualcosa di simile, ma riferibile al millennio successivo, si è avuto nel Tardo Neolitico della Grotta di Grapˇceva, presso l’isola di Hvar, ma in realtà quello di Grotta Scaloria sembra un rituale a sé, soprattutto se visto insieme al culto delle acque della parte bassa della grotta.

Stalattiti di Grotta Scaloria a) all’interno della grotta b) frammenti di stalattiti misti a frammenti ossei umani, molto simili tra loro (ph. J. Robb ed altri, 2015)

Nonostante ad oggi non ci siano prove della contemporanea esistenza dei due culti nelle due camere della grotta, quello delle acque e quello dei defunti, le acque raccolte che filtravano dalle rocce potrebbero avere avuto una funzione purificatrice in un rituale di venerazione delle “ossa di pietra”, ossia delle sculture calcaree formate dai depositi della terra. Le stalattiti e le stalagmiti si formano continuamente nella grotta e sono una delle caratteristiche visive più importanti, molto simili nell’aspetto alle ossa lì deposte: pulire le ossa e collocarle all’interno della stessa cava poteva forse simboleggiare l’unione con la pietra ed un ritorno alle origini in un ideale ciclo temporale di incarnazione.

Elvira Visciola – Febbraio 2022


Bibliografia

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  2. Andrea Ciampalini, Marco Firpo, Eugenia Isetti, Ivano Rellini, Antonella Traverso – Il culto del sacro nel complesso di Grotta Scaloria (FG) – in “Rivista di Studi Liguri” – LXXVII LXXIX (2011-2013) – pp. 289-293;
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  6. Ernestine Elster, Eugenia Isetti, Ivano Rellini, John Robb, Marianne Tafuri e Antonella Traverso – Vedere il mondo da Scaloria – in Studi di Preistoria e Protostoria – Preistoria e Protostoria della Puglia n. 4 – 2017 – pp. 239-243;
  7. Eugenia Isetti, Antonella Traverso, Stefano Nicolini, Donatella Pian, Ivano Rellini, John Robb e Guido Rossi – Grotta Scaloria. Indagini 2014 2015 – in “Atti del 36° Convegno Nazionale sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia” – 15-16 novembre 2015 – pp. 23-31;
  8. Marija Gimbutas – Grotta Scaloria, resoconto sulle ricerche del 1980 relative agli scavi del 1979 – Amministrazione comunale di Manfredonia – 1981;
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  10. Mary Anne Tafuri, Paul D. Fullagar, Tamsin O’Connell, Maria Giovanna Belcastro, Paola Iacumin, Cecilia Conati Barbaro, Rocco Sanseverino, John Robb – Life and death in Neolithic Southeastern Italy: the strontium isotopic evidence – in “International Journal of Osteoarchaeology” n. 26 – 2016 – pp. 1045-1057;
  11. Ivano Rellini, Marco Firpo, Eugenia Isetti, Guido Rossi, John Robb, Donatella Pian, Antonella Traverso – Micromorphological investigations at Scaloria Cave (Puglia, South-east Italy): new evidences of multifunctional use of the space during the Neolithic – in “Archaeological and Anthropoligical Sciences” – 2020.

Vedi Schede collegate

Grotta Scaloria – Manfredonia (FG)