di Arianna Carta
Primavera 1961. Nella valle di Lanaittu, sotto il Monte Gutturgios, un gruppo di speleologi del Gruppo Grotte Nuorese risale una parete fino a una piccola cavità del territorio di Dorgali. In fondo a un cunicolo angusto trovano quello che non stavano cercando: uno scheletro umano, quasi completo, adagiato nella terra da quasi quattromila anni.
La chiameranno Sisaia. Il nome viene dal dialetto locale, e nasce, curiosamente, al maschile: Sisaiu, l’avo degli avi. Per dodici anni, nella documentazione, resterà al maschile: la forma femminile compare a stampa solo nel 1974, dopo la conferma osteologica.
Il sesso, invece, fu indicato correttamente fin dal principio, ma per una via che vale la pena guardare. Nel catalogo del 1963 l’archeologo dichiara di non avere sufficienti cognizioni anatomiche per determinarlo sulla base delle ossa del bacino, e lo deduce dalla presenza della macina nel corredo. Macinare è lavoro femminile, dunque è una donna. L’osteologia, più tardi, gli darà ragione: ma per ragioni che con la macina non hanno nulla a che vedere. Un’assunzione che si rivela esatta non smette di essere un’assunzione: diventa soltanto più difficile da vedere. Oggi Sisaia è uno degli scheletri più noti della preistoria sarda: cultura di Bonnanaro, Bronzo antico, attorno al 1850 a.C. Ed è anche, forse, il caso più istruttivo di come una sepoltura possa trasformarsi in specchio: guardiamo le ossa e ci vediamo riflessi noi.
Che cosa dicono le ossa
Partiamo da ciò che è documentato. Le fonti scientifiche di riferimento sono lo studio di Maria Luisa Ferrarese Ceruti e Franco Germanà pubblicato nel 1978, ripreso da Germanà nel 1995. Nel 2014 una ricostruzione del volto di Sisaia, pubblicata da Ornella Becheroni, ha riportato il caso all’attenzione del pubblico. Sisaia era una donna adulta. Il suo scheletro presenta fratture multiple e, soprattutto, una trapanazione cranica. Ed è qui che il dato si fa straordinario davvero, ma non nel senso che di solito si racconta. Il margine osseo della trapanazione mostra segni evidenti di rimarginazione: Sisaia è sopravvissuta all’intervento. Per mesi, forse anni. La causa della sua morte, scrive Germanà nella nota antropologica, resta sconosciuta e non è imputabile né alle fratture né alla trapanazione[1].
Le fratture, prosegue l’analisi, sono lesioni «da difesa», forse attribuibili a un unico trauma. Se sia stato un colpo o una caduta, le ossa non lo dicono. E la posizione del corpo, semirannicchiata, viene ricondotta esplicitamente a una causa prosaica: l’angustia del cunicolo funerario; i piedi erano rivolti verso l’uscita. Attorno al corpo, altri dettagli concreti. L’esperto di piante della spedizione identificò resti vegetali riconducibili ad Anagyris foetida, forse un giaciglio. E i saggi di scavo condotti da Ferrarese Ceruti nel 1976 documentarono che la grotta aveva già ospitato almeno una deposizione precedente, sempre di età Bonnanaro (frammenti ceramici, resti umani non pertinenti allo scheletro principale, un’ansa a gomito sul terrazzino).

E però, nelle stesse pagine, c’è anche un elemento contrastante: la deposizione primaria, cioè il corpo intero lasciato decomporsi dove fu deposto, viene definita un fatto assolutamente eccezionale per questo contesto culturale. Nel Bronzo antico sardo i morti si depongono di norma insieme, e più tardi, in sepolture collettive.
Teniamo a mente entrambi i punti, perché insieme dicono una cosa precisa e sottile: il luogo non era riservato a lei, il modo in cui vi fu deposta sì.
La galleria delle proiezioni
Perché su queste ossa, nei decenni, si è depositato uno strato dopo l’altro di racconto. Sisaia è stata, a seconda del narratore: una sciamana, custode di poteri arcaici; una guaritrice depositaria di saperi femminili; una donna “diversa”, esclusa dalla comunità e sepolta da sola per paura; una strega ante litteram, il cui spirito nessuno avrebbe più osato disturbare.
Le letture non vengono da un unico ambiente. Le troviamo nella divulgazione, nella letteratura, nella memoria orale locale, e persino nel registro accademico più autorevole[2].
Lo dico subito, anch’io ho una lettura di Sisaia, e la sostengo: la donna che di quel sapere sulla cura non fu soltanto la paziente, ma una parte attiva. Ma non la metto in questa galleria, e non perché io abbia ragione e gli altri torto. Nessuna lettura nasce dai soli materiali, nemmeno la mia: anche la mia è nata da un desiderio. La differenza sta in quello che una lettura accetta di rischiare dopo. Un ritratto chiede di essere creduto; un’ipotesi si consegna con i passaggi in chiaro, dentro un libro dove chiunque può contestarli, e se i materiali non la reggono, cade. In parte è già successo: lavorando a questi episodi ho corretto più di un dettaglio che davo per buono. Un’ipotesi si può smontare, un sogno no. Il metodo non serve a non sbagliare: serve ad accorgersene. Il problema non è che queste letture esistano. È una questione di date.
La risposta c’era già
Le narrazioni romanzate su Sisaia non nascono in un vuoto di conoscenza, in attesa che la scienza arrivasse a colmarlo. È vero il contrario: fioriscono dopo il 1978, dopo che lo studio di Ferrarese Ceruti e Germanà aveva già messo nero su bianco le risposte più sobrie. La posizione del corpo? Il cunicolo. Le fratture? Forse un unico trauma, e le ossa non dicono quale. La morte? Di causa ignota, non imputabile né a fratture né a trapanazione. La sepoltura “solitaria e anomala”? I saggi del 1976 avevano già mostrato che la grotta era stata usata prima, per un’altra deposizione della stessa cultura: la solitudine di Sisaia è, alla lettera, meno solitaria di come viene raccontata.
Non un vuoto riempito in attesa dei dati, dunque. I dati c’erano, e la storia più bella ha vinto lo stesso.
La domanda che resta
Questo sposta il baricentro. Non più: chi era Sisaia? Ma: perché abbiamo bisogno che sia stata qualcuno di eccezionale?
Perché è una domanda che riguarda noi, non lei. Una donna sola in una grotta, un cranio forato, quattromila anni di silenzio: è materiale narrativo quasi irresistibile, e ogni epoca vi ha versato dentro ciò che cercava, il mistero, la marginalità, il potere femminile perduto. Il problema non è che queste letture esistano, ed è ingeneroso liquidarle come ingenuità: sono, quasi sempre, atti d’affetto. Il problema è che si sono depositate sopra un dossier che diceva altro, e che nessuno ha più riaperto.
C’è però una via d’uscita, e non consiste nel rinunciare al racconto. Consiste nel prendere sul serio il dato più solido di tutti, la trapanazione guarita, e chiedersi che cosa implichi davvero. Una persona non sopravvive da sola a un intervento cranico nel Bronzo antico. Da lì comincia un’altra storia, ed è quella che seguiremo nel podcast.
Le ossa e il racconto
Quattromila anni dopo, Sisaia continua a fare quello che ha sempre fatto dal 1961: rivelare chi la guarda. Le sue ossa dicono poco, e quel poco è prezioso; i suoi narratori, me compresa, dicono molto, e quel molto parla soprattutto di noi.
Distinguere i dati dal racconto non significa rinunciare al racconto. Significa dichiararlo: sapere sempre, e dire sempre, quando finisce il dato e comincia l’interpretazione. È l’unico modo per continuare a raccontare Sisaia senza sotterrarla una seconda volta, sotto i nostri desideri.
E allora la domanda resta aperta, ed è la domanda giusta: di che cosa abbiamo paura, quando lasciamo che il racconto prenda il posto dei dati?
Sisaia è al centro dei due episodi che chiudono la prima stagione di “Chi ha paura della Dea?” sul canale di Preistoria in Italia: a ottobre il primo episodio “Il muretto sul nulla”, a cui seguirà l’episodio due, “Un letto di fiori d’inverno”. Il tema del sacro femminile in Sardegna è sviluppato nel volume “Il sacro femminile in Sardegna. Simboli, riti e forme di potere” (Venexia, gennaio 2027).
[1] Ferrarese Ceruti Maria Luisa e Germanà Franco – “Sepoltura femminile nella grotta di «Sisaia», Dorgali” – in Sardegna centro-orientale dal Neolitico alla fine del mondo antico – catalogo della mostra per la XX Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (Nuoro, Museo Civico Speleo-archeologico) – Sassari – Dessì – 1978 – pp. 103-107.
[2] Il caso attraversa anche il registro accademico più autorevole. Lo Schiavo e Milletti (2016), in un contributo che per il resto attacca proprio l’androcentrismo degli studi nuragici, presentano il sito come “Tomb of the Witch”, raccogliendo un soprannome già in circolazione, e riferiscono che Sisaia non ebbe mai figli, benché la parità sia notoriamente difficile da stabilire su base osteologica. Nemmeno la letteratura specialistica, evidentemente, è immune dall’abitudine narrativa.
Riferimenti bibliografici
- Arena Fabiola, Larocca Felice e Gualdi-Russo Emanuela – “Cranial Surgery in Italy During the Bronze Age” – in World Neurosurgery – 157 – 2022 – pp. 36-44;
- Becheroni Ornella – Il volto di Sisaia. Quattromila anni, ma non li dimostra. Una donna della Preistoria sarda – Sassari – Carlo Delfino – 2014;
- Carta T., “Ritrovamento di Sisaia” – in Gruttas e Nurras – Quaderni del Gruppo Grotte Nuorese – febbraio 2026 – pp. 44-51 (testimonianza autografa di uno degli scopritori, luglio 2019: fonte dell’identificazione della tilimba; il volume è opera collettiva di ambito speleologico e naturalistico, non sottoposta a revisione paritaria);
- Ferrarese Ceruti Maria Luisa e Germanà Franco – “Sepoltura femminile nella grotta di «Sisaia», Dorgali” – in Sardegna centro-orientale dal Neolitico alla fine del mondo antico – catalogo della mostra per la XX Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (Nuoro, Museo Civico Speleo-archeologico) – Sassari – Dessì – 1978 – pp. 103-107;
- Ferrarese Ceruti Maria Luisa e Germanà Franco – “Sisaia. Una deposizione in grotta della cultura di Bonnanaro” – in Quaderni della Soprintendenza ai Beni Archeologici per le Provincie di Sassari e Nuoro – n. 6 – Sassari – 1978;
- Floris Francesco – “«Col senno di poi». Riflessioni archeologiche” – in Gruttas e Nurras – Quaderni del Gruppo Grotte Nuorese – febbraio 2026 – pp. 58-66 (riesame archeologico del dossier);
- Germanà Franco – L’uomo in Sardegna dal Paleolitico fino all’età nuragica – Sassari – Carlo Delfino – 1995;
- Germanà Franco e Fornaciari Gino – Trapanazioni, craniotomie e traumi cranici in Italia dalla preistoria all’età moderna – Pisa – Giardini – 1992;
- Giuffra Valentina e Fornaciari Gino – “Trepanation in Italy: A Review” – in International Journal of Osteoarchaeology – 27 – 2017 – pp. 745-767;
- Lo Schiavo Fulvia e Milletti Matteo – “The Nuragic Women: Facts and Hypotheses on Bronze Age Sardinian Women” – in Stephanie Lynn Budin e Jean MacIntosh Turfa (a cura di) – Women in Antiquity: Real Women across the Ancient World – London-New York – Routledge– 2016 – pp. 749-768;
- Murgia Michela – “Da Sisaiu a Sisaia” – in Gruttas e Nurras – Quaderni del Gruppo Grotte Nuorese – febbraio 2026 – pp. 28-37 (per l’origine del nome Sisaiu).
Arianna Carta, 8 Settembre 2026


