E se la Preistoria non fosse mai stata un mondo di soli uomini?

E se la Preistoria non fosse mai stata un mondo di soli uomini?
Pagina estratta da “Early Man Was a Woman: Reclaiming Prehistory” di Ulli Lust

di Elvira Visciòla

Ulli Lust racconta nel suo fumetto le donne dell’Età della Pietra e mette in discussione uno degli stereotipi più resistenti del nostro immaginario sulla Preistoria.
Uomini armati di lance che inseguono mammut, cacciatori avvolti nelle pellicce, donne raccolte intorno al fuoco con i bambini: è questa, ancora oggi, l’immagine che spesso associamo alla Preistoria.
Un’immagine talmente familiare da sembrare quasi naturale.
Eppure è proprio questa presunta «naturalità» a essere messa in discussione dall’artista austriaca Ulli Lust, che con il suo Die Frau als Mensch. Am Anfang der Geschichte ha scelto di raccontare la storia più antica dell’umanità da una prospettiva diversa: quella delle donne.
Il libro, pubblicato in Germania nel 2025, è un Sachcomic, un fumetto-documentario costruito attraverso un lungo confronto con la letteratura archeologica e antropologica. Un esperimento che ha avuto un riconoscimento importante: nel 2025 Ulli Lust è stata la prima autrice di un fumetto a vincere il Deutscher Sachbuchpreis, uno dei principali premi tedeschi dedicati alla saggistica.
Ma il suo lavoro non è soltanto un libro sulla Preistoria. È anche una riflessione su come abbiamo costruito l’immagine della Preistoria.

La Preistoria che abbiamo imparato a vedere
Per molto tempo la narrazione delle società preistoriche è stata dominata dalla figura dell’uomo: il cacciatore, il guerriero, il costruttore di strumenti, il capo.
Le donne comparivano invece soprattutto come madri, raccoglitrici e custodi dell’accampamento.
Oggi questo modello estremamente rigido è stato ampiamente ridimensionato dalla ricerca archeologica. Nuovi metodi di analisi hanno consentito di interrogare in maniera più articolata le attività svolte dagli individui, la mobilità, l’alimentazione, i rapporti sociali e i ruoli all’interno delle comunità.
Ed è proprio questa trasformazione della ricerca che interessa Ulli Lust. In una recente intervista pubblicata dalla rivista Science.org, l’artista sottolinea come negli ultimi decenni l’archeologia abbia modificato profondamente molte delle proprie prospettive interpretative. Il problema, dunque, non è soltanto chiedersi che cosa facevano gli uomini e le donne nella Preistoria, ma anche comprendere quanto le nostre stesse categorie abbiano influenzato il modo di leggere le testimonianze archeologiche.

Quando le immagini raccontano le donne
Uno degli elementi centrali del libro sono le rappresentazioni antropomorfe del Paleolitico superiore, quelle che la tradizione archeologica ha spesso riunito sotto la denominazione di «Veneri». La loro presenza è particolarmente significativa perché ci pone di fronte a una contraddizione.

Pagina estratta da “Early Man Was a Woman: Reclaiming Prehistory” di Ulli Lust

Da una parte, l’immaginario moderno continua a mostrarci soprattutto uomini impegnati nella caccia. Dall’altra, una parte importante delle rappresentazioni antropomorfe paleolitiche raffigura corpi femminili.
È una contraddizione che Ulli Lust trasforma nel punto di partenza della sua ricerca.
Le celebri figurine femminili — dalla Venere di Willendorf alla Venere di Hohle Fels e alle numerose altre rappresentazioni diffuse nell’Europa paleolitica — sono state oggetto, nel corso della storia degli studi, di interpretazioni molto diverse. Fertilità, maternità, sessualità, amuleti, divinità, autorappresentazioni: sono soltanto alcune delle ipotesi formulate per spiegare il loro significato.
Lust invita però a porre una domanda ancora più semplice: perché tendiamo così facilmente a spiegare il corpo femminile attraverso la fertilità?
La sua risposta è provocatoria. Le figure femminili non devono necessariamente essere interpretate come simboli della maternità o della capacità riproduttiva. L’artista le immagina come “… donne anziane, sicure di sé e indipendenti, senza figli né compagno. Hanno un aspetto forte, come se le popolazioni dell’era glaciale volessero che fossero belle…”
È una lettura affascinante.
Ed è forse questo il punto più interessante del suo lavoro.

Tra archeologia e immaginazione
Chi studia la Preistoria sa bene quanto sia difficile ricostruire una società a partire da una documentazione frammentaria. Un reperto può dirci molto sulla materia con cui è stato realizzato, sulla tecnica utilizzata, sulla sua forma, sul contesto nel quale è stato rinvenuto. Molto più difficile è stabilire con certezza chi lo abbia prodotto, chi lo abbia utilizzato e quale significato gli sia stato attribuito.

Pagina estratta da “Early Man Was a Woman: Reclaiming Prehistory” di Ulli Lust

È proprio qui che entra in gioco il fumetto
Ulli Lust racconta di aver affrontato la ricostruzione della vita paleolitica come una continua serie di scelte. Come vestire un individuo? Come rappresentare un’abitazione? Quali attività attribuire a uomini e donne? Come ricostruire un gesto quotidiano del quale non possediamo alcuna testimonianza diretta?
Per ogni dettaglio è necessario confrontarsi con le evidenze disponibili e, quando queste non sono sufficienti, scegliere l’ipotesi più plausibile.
Il problema è particolarmente interessante perché il disegno possiede una forza comunicativa enorme: un’immagine può trasformare un’ipotesi in qualcosa che agli occhi del lettore appare come una certezza.
Il lavoro di Lust rende quindi evidente una delle principali responsabilità della divulgazione archeologica: distinguere ciò che sappiamo da ciò che ricostruiamo.

Il valore di una provocazione
Ed è proprio per questo che il libro di Ulli Lust è interessante anche per chi si occupa di archeologia.
Non perché fornisca necessariamente nuove risposte alle grandi domande sulla società paleolitica, ma perché ci obbliga a interrogarci sulle domande che abbiamo posto finora.
Perché per tanto tempo abbiamo immaginato il cacciatore come uomo?
Perché una figurina femminile dalle forme accentuate dovrebbe rappresentare necessariamente la fertilità?
E, soprattutto, quanto delle nostre immagini della Preistoria appartiene realmente alle società del passato e quanto appartiene invece alla società contemporanea che quelle immagini le ha prodotte?
Sono domande che vanno oltre il fumetto.
Riguardano il modo stesso in cui facciamo archeologia.

Guardare il passato con occhi diversi
Il successo ottenuto da Die Frau als Mensch dimostra inoltre che esiste un forte interesse del pubblico per una Preistoria diversa da quella dei manuali tradizionali. Il libro è stato accolto in Germania proprio per la capacità di intrecciare ricerca, narrazione e riflessione sul presente.
E non è un caso che il tema delle immagini femminili occupi una posizione centrale.
Le figurine paleolitiche continuano infatti a interrogarci. Sono oggetti minuscoli, spesso privi di contesto archeologico completo, separati dalle comunità che li produssero da decine di migliaia di anni. Eppure continuano a generare interpretazioni, discussioni e persino nuovi immaginari.
Forse è proprio questa la loro forza.
Ulli Lust ci ricorda che anche il silenzio delle fonti può essere interrogato da prospettive differenti.
E che, qualche volta, per vedere meglio la Preistoria è necessario cambiare posizione davanti al reperto: “… la sola idea di una società egualitaria che non sminuisca le donne è una splendida conquista per molte persone. Ne abbiamo bisogno…”.

Nota editoriale: il libro è in tre volumi e nel 2026 è già uscito in Germania il secondo volume, Die Frau als Mensch 2: Schamaninnen. Questa settimana invece esce il primo dei tre volumi in traduzione inglese.

Elvira Visciòla – 10 settembre 2026

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