La scheda è stata curata da Eleonora Ambrusiano

I pochi resti di strutture rinvenuti nel corso degli scavi in località Grangiara, nel comune di Spadafora in provincia di Messina, come frammenti di intonaco, lembi di battuto e piccoli crolli, sembrano indicare nel sito un contesto abitativo, ipotesi tra l’altro confermata dal reperimento di frammenti riconducibili alla ceramica da mensa, di consumo e di conservazione; inoltre oggetti come pesi e fuseruole, ritrovate sia nel tipo biconico che discoidale, attestano l’attività domestica della filatura.

Oltre a questi oggetti, comuni negli abitati, è stato recuperato durante lo scavo un oggetto particolare di piccolissime dimensioni (2,5 cm.) realizzato in argilla depurata di colore giallo-ocra di forma approssimativamente cilindrica, ma modellato in modo tale da far pensare ad una rappresentazione antropomorfa: la parte superiore infatti è arrotondata, nella parte centrale presenta due sporgenze pure arrotondate e separate da una linea incisa, che porterebbe ad identificare una figura femminile (la linea incisa separerebbe due partizioni anatomiche in cui ravvisare seno e ventre accentuati). Viste le dimensioni ridottissime, si potrebbe ipotizzarne l’uso come amuleto o oggetto rituale da stringere fra le mani durante la preghiera o il rito. Tra l’altro notevole è la somiglianza con la statuetta di Berekhat Ram, ritrovata nelle alture del Golan in Siria nel 1981, ora di proprietà dello Stato di Israele e datata addirittura a 230.000 anni fa, in cui sul pezzo di tufo (3,5 cm. circa) che naturalmente presentava una forma in cui era intuibile una sagoma femminile, sono state effettuate tre incisioni con una pietra tagliente, per accentuare collo e braccia, ed evidenziando di conseguenza le parti riferibili a seni, ventre e natiche.

La tradizione delle statuette di forma femminile, iniziata già nel Paleolitico – al momento sono state scoperte circa 3000 figurine femminili – è proseguita per tutto il Neolitico: esistono oltre 100.000 esempi in vari materiali (argilla, marmo, etc.), ritrovati in vari siti (insediamenti, templi, tombe, etc.). Come evidenzia Judy Foster in “Le donne invisibili della preistoria”: “questa ampia gamma di figurine neolitiche, insieme alle immagini del Paleolitico, suggerisce un’enfasi continuativa sulle forme femminili nonché sulla loro relazione con i poteri della natura e il ciclo di nascita/vita, morte e rinnovamento di tutti gli esseri viventi” (J. Foster, 2018).

L’analisi di questo tipo di reperti è stata condotta in modo approfondito e con un approccio organico per la prima volta dall’archeologa lituana Marjia Gimbutas, che ha scoperto direttamente durante le sue campagne di scavo numerose di queste statuette, che, fino a quel momento, erano denominate “Veneri” dall’archeologia accademica. La chiave di lettura, derivante da uno sguardo maschile, sull’uso e funzione di tali oggetti ne identificava un uso finalizzato a riti della fertilità e/o a sfondo erotico, e manifestava quindi parzialità e limitatezza nell’analisi di manufatti appartenenti ad una cultura che riusciva invece ad esprimere un pensiero simbolico complesso e profondamente spirituale. Per i primi ricercatori le statuette erano quindi semplicemente espressione dell’ideale “estetico” di bellezza dell’epoca o banalmente dei ritratti realistici della condizione di “obesità” della donna a causa di una dieta a base di cereali durante il Neolitico.

Lo sguardo “femminile” di Gimbutas evidenzia invece l’organicità del profondo linguaggio del Femminile sacro, e di conseguenza una maggiore complessità alla base del legame tra le forme, e la forma, femminili e l’abbondanza della natura e la fertilità della terra, ricordando l’antichità di tale simbologia – l’attestazione di tali rappresentazioni risale già al Paleolitico – e notando che, poiché sono rappresentate ed evidenziate solo le “forme base”, il riferimento agli attributi femminili e a ciò che essi rappresentano è da considerarsi prettamente di tipo simbolico, analogico, più che una rappresentazione “ritrattistica” o realistica di una donna. Le statuette, di varie dimensioni, forme e materiali, identificano infatti uno stretto legame, naturale prima, e per estensione simbolico, tra le forme del Femminile (donna in carne e ossa) e la Natura, e tra la fertilità e la vita della terra e la fertilità che si manifesta nel e attraverso un corpo di donna.

Una modalità particolare di questo tipo di rappresentazione, messo in evidenza da Gimbutas, è quello in cui le statuette sono di dimensioni più corpose e le forme sono molto accentuate (soprattutto, ad esempio, nei manufatti con natiche esagerate della Venere di Lespugue in Francia) e devono quindi essere considerate una metafora dell’uovo – e dell’uovo doppio – o del ventre gravido, esprimendo quindi una “fertilità intensificata”.

Nel caso specifico del manufatto oggetto della presente analisi, considerando quanto già enunciato ed evidenziando le sue esigue dimensioni, si può ritenere probabile che si trattasse di un amuleto o di un piccolo oggetto devozionale da tenere a portata di mano, o anche a contatto col corpo; come d’altronde è rimasta ancora al giorno d’oggi prassi comune nella cultura e tradizione popolare (nel Sud Italia, nelle culture del Mediterraneo e dei Balcani) portare oggetti con valore sacro o benedetti, amuleti di vario materiale e simbologia (simboli apotropaici, corni, peperoncini, immagini sacre) indossati in tasca, al collo a contatto col proprio corpo o inserite nelle culle, sotto il cuscino o tra le fasce dei neonati.

Note storiche

In località Grangiara, frazione del comune di Spadafora, paese della costa tirrenica del messinese, nell’agosto del 2007, durante i lavori di scavo per la linea del metanodotto Montalbano-Messina, è stato individuato un sito che, sotto lo strato archeologico più superficiale (in cui sono stati ritrovati materiali di epoca romana ed ellenistica), presentava uno strato a matrice fortemente argillosa e caratterizzato per la presenza di frammenti di ceramica d’impasto e di industria litica prevalentemente su ossidiana, riconducibili alla facies di Malpasso (tarda età del rame – 3400-2200 a.C. circa – eneolitico finale siciliano); a seguire uno strato molto simile al precedente per composizione e contraddistinto da strutture riferibili al Neolitico medio, facies di Stentinello classico; sono stati rinvenuti anche due piccolissimi grumi di metallo (forse rame) e un frammento di ceramica pertinente alla facies di Pianoconte. Per terminare, ancora sotto, uno strato costituito da un’ampia zona di fuoco quasi del tutto priva di resti archeologici. Gli scarsi resti di strutture rinvenuti durante gli scavi possono tuttavia confermare il contesto abitativo; inoltre altri oggetti attestano l’attività della filatura.


NOME Idoletto di Grangiara – Spadafora (ME)
OGGETTO STATUINA FEMMINILE
CRONOLOGIA L’idoletto è stato trovato in uno strato a forte matrice argillosa, caratterizzato per la presenza di frammenti di ceramica d’impasto e di industria litica prevalentemente su ossidiana, riconducibili alla facies di Malpasso (tarda età del rame - 3400-2200 a.C. circa - eneolitico finale siciliano).
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Località Grangiara nel Comune di Spadafora. - Provincia di Messina
CONTESTO AMBIENTALE Area Esterna
REPERTI ESPOSTI

No. Probabilmente conservata nei depositi della Soprintendenza di Messina.

STATO DI CONSERVAZIONE

Sconosciuto

DIMENSIONI 2,5 cm. di altezza
CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
BIBLIOGRAFIA
  1. Maria Clara Martinelli – Archeologia a Spadafora e Venetico – in P. Pandolfo – Spadafora San Martino storia di una comunità e del suo territorio – EDAS 2010;
  2. Maria Clara Martinelli, Francesca Cannizzaro, Milena Gusmano – Considerazioni sulla facies di Malpasso nella cuspide orientale della Sicilia e nelle isole Eolie – in Rivista di Scienze Preistoriche – 2014;
  3. Marjia Gimbutas – Il linguaggio della Dea – Venexia 2008;
  4. Marjia Gimbutas – La civiltà della Dea – Stampa Alternativa 2012;
  5. Judy Foster – Le donne invisibili della preistoria – Venexia 2018.

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