La scheda è stata curata da Eleonora Ambrusiano

Nel 1963, durante i lavori per l’apertura di una cava presso la collina conosciuta come Monte San Giuliano, sono stati rinvenuti alcuni reperti inquadrabili nell’antica Età del Bronzo e classificabili nell’ambito della plastica fittile figurata. Diversi anni più tardi, tra il 1968 e il 1969, si proseguirono gli approfondimenti del sito eseguendo un piccolo saggio di scavo nella stessa area in cui era avvenuta la precedente scoperta e furono recuperate altre diciannove statuette o frammenti di esse di fattura e stile simili alle precedenti. Il totale delle statuette rinvenute a Caltanissetta si è attestato a ventidue esemplari e perciò la facies castellucciana è quella meglio documentata nell’ambito della preistoria siciliana per quanto riguarda la raffigurazione plastica della figura umana. Inoltre, vista la numerosità dei reperti emersi, gli studiosi hanno affermato con estrema sicurezza la possibilità che il sito fosse un’area cultuale; dal momento che le statuette sono state rinvenute già ridotte in frammenti sparsi e mescolati a quelli di vasellame, a contatto con uno strato roccioso, si è formulata l’ipotesi che si trattasse del deposito di un santuario o addirittura dello scarico di questo.

Dall’analisi dei reperti condotta dagli studiosi è possibile quindi affermare che le figurine di Monte San Giuliano costituiscono un gruppo unitario per tipologia e stile. In generale il corpo è reso in modo molto stilizzato, senza definizioni nette; le spalle non sono evidenziate, il collo è allungato e termina nella testa di forma anch’essa allungata o svasata; le braccia sono aperte, ricordando “moncherini” triangolari.

Questa tipologia di statuetta fittile, affine ad altre ritrovate in tutta la zona del Mediterraneo, dell’Egeo e dell’Europa sudorientale, viene classificata in tre varianti.

La prima è rappresentata da un gruppo di statuette femminili di formato compreso tra i 4,3 e i 9,5 cm., in certi casi privi della testa o delle gambe, contraddistinti da seni sporgenti o appena accennati e dall’indicazione dell’organo sessuale; inoltre, sono dipinte di rosso più o meno lucido e ornate con motivi geometrici in bruno.

Il primo reperto appartenente a questo gruppo (fig. 1.A) è un piccolo torso plasmato a mano in argilla di colore grigiastro, a superficie lucidata con colorazione rosata e con una linea verticale dipinta in vernice di colore nero che attraversa il corpo in senso longitudinale; inoltre è visibile una decorazione a cerchielli, sempre di colore nero, sul fianco destro; il reperto è alto circa 4,5 cm e sono evidenziati i seni, pur essendo per il resto molto stilizzato; le braccia sono aperte e riconducono all’iconografia delle ali stilizzate che Marija Gimbutas riferisce alla Dea Uccello.

Il reperto di fig.1.B presenta le stesse caratteristiche di materiale e realizzazione e la stessa struttura con seni sporgenti; in più è presente il collo allungato che termina con la testa di forma cilindrica e lievemente svasata nella parte superiore. Una linea nera verticale dipinta termina all’altezza del ventre con un motivo a zig zag orizzontale e sottostanti cerchietti disposti in file che proseguono sul fianco e sul retro, simulando probabilmente la decorazione della veste, con motivi decorativi e tecniche di lavorazione propri già del repertorio vascolare castellucciano.

Interessante anche la fig.1.C, che rappresenta probabilmente una bambina o giovane ragazza, visto che la forma dei seni è appena abbozzata, ma è invece ben presente il triangolo pubico realizzato, in questo caso, non tramite incisione ma con l’applicazione di argilla modellata in forma triangolare.

La seconda variante è rappresentata da statuette femminili di dimensioni più ridotte, acrome, prive di seni, ma caratterizzate da una rappresentazione realistica dell’organo sessuale.

La prima, alta solo 2,4 cm, è l’unica rinvenuta intatta (fig. 2); la forma del corpo è sintetica e stilizzata: le braccia molto corte e dalla forma triangolare simili a quelle precedenti, le gambe abbozzate in forma cilindrica; molto prominente e definita è la forma dell’organo femminile, in cui si può identificare l’anatomia delle grandi labbra; infine, è estremamente stilizzata l’indicazione dei tratti somatici del volto, realizzati con una tecnica che produce un effetto di grande espressività e intensità: il naso sporgente, gli occhi e le narici indicati con profondi fori, la bocca con un taglio orizzontale che la rende semi aperta. Tutta la figura ricorda in modo evidente l’iconografia della Dea Uccello e delle figure ibride donna-animale: il naso-becco, le braccia-ali e gli occhi tondi della civetta o dell’avvoltoio, uccelli considerati sacri in quanto rappresentazione del divino femminile nel suo aspetto di Portatrice di morte.

La terza e ultima variante raggruppa le statuette definite maschili, in quanto sprovviste di seni: il reperto qui analizzato (Fig.3) è alto 9 cm., caratterizzato da un busto privo di seni e dall’attacco del fallo che però è mancante. Il corpo, più magro e slanciato rispetto alle figure femminili, è dipinto in rosso, senza decorazioni in nero. Simile a questa doveva essere un’altra figurina, itifallica, rinvenuta negli anni ’30 e di cui si è conservata solo prova fotografica, in quanto, secondo testimonianze locali, andò distrutta su parere del parroco locale, scandalizzato dall’iconografia che essa rappresentava.

Per quanto riguarda l’analisi e l’interpretazione di questa tipologia di “figurine antropomorfe”, la studiosa Valeria Rita Guarnera fa notare come la maggior parte degli studi si sia concentrata sull’analisi dei caratteri stilistici per cogliere affinità tra aree geografiche: infatti, la loro presenza e produzione in località e siti del Vicino Oriente, dell’Egeo e dell’Europa sud-orientale, come peraltro ben evidenziato grazie all’enorme lavoro compiuto da Marija Gimbutas, sottolinea il nesso evidente tra tutte queste aree dal punto di vista culturale e cultuale-religioso, pur con le differenze nelle tipologie dei luoghi in cui questi manufatti erano diffusi. Ad esempio, in Sicilia le rappresentazioni femminili e le figurine antropomorfe si distribuiscono in differenti siti (grotte, contesti funerari o abitativi), a partire dal Neolitico fino all’età del Bronzo; a Malta sono in prevalenza recuperate da contesti tombali; in Sardegna venivano spesso collocate in strutture templari o luoghi di aggregazione comunitaria. Inoltre, dal punto di vista iconografico, le figure rappresentate col corpo senza partizioni, il collo allungato che termina con la testa a punta, le braccia triangolari, i seni piccoli, trovano confronti con reperti provenienti da vari centri del Mediterraneo nel III e II millennio a.C., da Creta alla Grecia continentale, dalle Cicladi all’Anatolia, in area balcanica e orientale e in Italia settentrionale, a dimostrazione che le produzioni locali recepiscono e rielaborano modelli iconografici di ampia circolazione e condivisione, ma con esiti diversi e peculiari da sito a sito.

Per quanto riguarda l’interpretazione di questa tipologia di manufatti, come spiega Marija Gimbutas, già dal Paleolitico è presente l’immagine di una figura femminile con maschera o sembianze di uccello, i seni sporgenti o penduli e ali stilizzate al posto delle braccia. La figura umana è resa in modo stilizzato, spesso a forma di bastone; il collo è fuso con la testa che non presenta lineamenti definiti e non sono segnalate-incise né la pancia né le gambe. La produzione di statuette con becco o seni prominenti e braccia in forma di ali stilizzate si mantiene per tutto il Neolitico, con esempi e ritrovamenti diffusi in tutta Europa.

Inoltre, l’iconografia di alcune di queste statuette è riferibile sia alla civetta sia soprattutto a quelli che la Gimbutas chiama “nudi rigidi”, realizzati in vari materiali e in cui è evidenziato il triangolo pubico. Totalmente assente è la rappresentazione “ritrattistica” o plastica del volto umano, non certo per una incapacità tecnica quanto più probabilmente perché tali oggetti erano appunto una raffigurazione simbolica, e quindi sintetica e stilizzata, delle forze o dei concetti a cui si riconducevano; possono essere cioè il corrispettivo tridimensionale e plastico delle rappresentazioni nelle pitture rupestri (come quelle di Cala dei Genovesi).

Per quanto riguarda l’uso e la funzione di tali manufatti, Orlandini mette in evidenza come ipotesi più probabile quella di considerare le statuine come “offerte o deposizioni di carattere magico-rituale fatte nell’ambito di un santuario preistorico allo scopo di provocare l’intervento benefico o malefico delle forze divine  nei riguardi di singole persone attraverso il veicolo visibile dell’immagine plastica, della statuetta-persona esposta o sotterrata nel luogo sacro”; ipotesi suffragata dal fatto che tali immagini non sono state ritrovate in un agglomerato abitato, e dunque non sembrano avere rapporti con la vita di tutti i giorni, cioè usate come bambole o giocattoli e nemmeno con i contesti funerari, tipo idoli-protettori dei defunti.

Note storiche

Nel 1963, durante i lavori per l’apertura di una cava di pietra, presso la collina del Redentore, più conosciuta come Monte San Giuliano, sono stati rinvenuti alcuni reperti inquadrabili nell’antica età del Bronzo e classificabili nell’ambito della plastica fittile figurata. Diversi anni più tardi, negli anni tra il 1968 e il 1969 fu eseguito un piccolo saggio di scavo nella stessa area in cui era avvenuta la precedente scoperta e rinvenute altre diciannove statuette o frammenti di esse, simili alle precedenti; i rinvenimenti hanno pertanto portato a ventidue esemplari. Il totale delle statuette rinvenute a Caltanissetta ha reso la facies castellucciana quella meglio documentata nell’ambito della preistoria siciliana, per quanto riguarda la raffigurazione plastica della figura umana.


NOME Idoletti di Monte San Giuliano (CL)
OGGETTO STATUINA FEMMINILE
CRONOLOGIA Età del bronzo antico 2210-1600 a.C.
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Monte San Giuliano (o del Redentore) - Provincia di Caltanissetta
CONTESTO AMBIENTALE Area Esterna
REPERTI ESPOSTI

I reperti sono esposti al Museo Regionale Interdisciplinare di Caltanissetta, in Contrada Santo Spirito a Caltanissetta, Tel. 0934567062 – fax 0934567086.

STATO DI CONSERVAZIONE

Le statuine sono ben conservate, nonostante manchino del tratto inferiore del corpo e, in certi casi, del capo e di un arto; conservata la lucidatura di superficie e i dettagli decorativi sovradipinti.

DIMENSIONI Reperto fig.1.A - altezza max 5 cm. larghezza max (al livello degli arti superiori) cm. 4,2 larghezza (a livello bacino) cm. 3 e spessore max cm. 1,1; Reperto fig.1.B - altezza max conservata cm. 10,5 larghezza max (al livello degli arti superiori) cm. 6 larghezza (a livello bacino) cm. 3,5 e spessore max cm. 1,2; Reperto fig.1.C - altezza max conservata cm. 5,2 larghezza max (al livello degli arti superiori) cm. 3,2 larghezza (a livello bacino) cm. 2 e spessore cm. 0,7; Reperto fig.2 – altezza cm. 2,3 larghezza (al livello degli arti superiori) cm. 1,9 larghezza (a livello bacino) cm. 1,4 e spessore cm. 0,4; Reperto fig.3 – altezza cm. 11 larghezza (al livello degli arti superiori) cm. 4,6 larghezza (a livello bacino) cm. 3.
CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
LINK ESTERNI

Per il Museo Regionale Interdisciplinare di Caltanissetta

BIBLIOGRAFIA
  1. Marco Stefano Scaravilli – La plastica fittile figurata in Sicilia nell’antica età del bronzoin Quaderni del corso di laurea in archeologia – Università di Catania 2016 – pp. 157-176;
  2. Pietro Orlandini – Statuette preistoriche della prima età del bronzo da Caltanissetta – in Bollettino d’arte II-III – 1968;
  3. Sebastiano Tusa (a cura di) – Prima Sicilia. Alle origini della società siciliana – Ediprint 1997;
  4. Valeria Rita Guarnera – Un frammento di figurina antropomorfa dal sito di Valcorrente (Belpasso): studio tipologico e proposta interpretativa – in Ipotesi di preistoria – vol. 13 – 2020.

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