Quando il confronto smette di riguardare le idee

Quando il confronto smette di riguardare le idee

C’è un pamphlet, uscito da poco in Francia, che merita d’essere letto due volte. La prima per capire cosa dice. La seconda per capire come lo dice, ed è in quella seconda lettura che, a mio parere, si nasconde la questione più interessante.

Il titolo ci dice già tutto: L’imposture des « Recherches matriarcales modernes ». Firmano Anne Augereau, Christophe Darmangeat, Jean-Loïc Le Quellec e Marilou Nordez, quattro voci autorevoli dell’archeologia francese, e il bersaglio dichiarato sono le tesi di Heide Göttner-Abendroth, la studiosa tedesca che da decenni lavora sul concetto di società matriarcali.

Non scrivo per difendere Göttner-Abendroth, né per stabilire se le sue ricerche reggano alla prova dei fatti, questo compito spetta al dibattito scientifico. Scrivo perché, leggendo quelle pagine, ho visto accadere qualcosa che vale la pena raccontare: un testo nato per criticare una teoria che, riga dopo riga, finisce per criticare una persona.

Per chi, come noi di Preistoria in Italia, osserva da anni il dibattito attorno alle interpretazioni non convenzionali della preistoria, questo meccanismo non è nuovo. Lo abbiamo già visto affiorare in altre occasioni. Ed è proprio questa ricorrenza, più ancora del caso specifico, ad avermi spinta a fermarmi e a chiedermi se non valga la pena riflettere non soltanto sulle idee che vengono criticate, ma anche sul modo in cui quella critica viene costruita.

Un titolo che giudica prima di argomentare

Cominciamo da un dato di fatto: imposture, in francese come in italiano, non è sinonimo di “errore” o “ipotesi debole”. È una parola pesante, che evoca l’inganno, la simulazione, la messa in scena di una legittimità che non esisterebbe. È un verdetto, non una domanda.

Chi apre quel libro non viene invitato a valutare delle argomentazioni ma viene informato, fin dalla copertina, che ciò che vi troverà è una frode da smascherare. E la copertina che, per chi come me lavora da quarant’anni nella comunicazione attraverso le immagini, non è un dettaglio estetico: è la prima riga dell’articolo, prima ancora della prima riga. In questo caso è un sigillo minoico, uno dei simboli più citati negli studi sulle società matriarcali dell’Egeo preistorico, accostato alla parola imposture. L’effetto è preciso, e non credo casuale, prima ancora di leggere una sola pagina, un intero campo di ricerca viene collocato sotto lo stesso segno di sospetto.

Non sto attribuendo intenzioni a chi ha scelto quel titolo e quell’immagine, le intenzioni non sono dimostrabili, e non è questo il terreno su cui voglio muovermi. Sto osservando un effetto. Ed è un effetto che, temo, condiziona la lettura di tutto quello che segue.

Dalla teoria alla persona: due esempi che parlano da soli

Dentro il testo, la stessa dinamica si ripete con una regolarità che non può essere casuale.

Primo esempio. Gli autori riconoscono, correttamente, che essere una ricercatrice indipendente non è di per sé un demerito. Ma poche righe dopo osservano che le pubblicazioni di Göttner-Abendroth su riviste con revisione tra pari sono scarse, e definiscono questo dato un “segnale d’allarme” che diventa, qualche pagina più avanti, una “vera sirena d’allarme”. A rafforzare il sospetto viene chiamata in causa l’Accademia HAGIA, da lei fondata, e le attività spirituali che vi si svolgono.

Qui il problema non è la correttezza dei fatti riportati, che non ho motivo di mettere in dubbio. Il problema è la funzione che quei fatti svolgono nel testo: non servono a discutere un dato, un metodo, una fonte, ma a costruire un profilo, quello di una figura ai margini dell’accademia, vicina a pratiche spirituali, e per questo implicitamente meno credibile. Non è più una teoria a essere pesata. È una persona.

Secondo esempio, forse ancora più eloquente. Gli autori citano alcuni passaggi in cui Göttner-Abendroth definisce il proprio lavoro come pionieristico, poi commentano che, in ambito scientifico, un simile sfoggio di autocompiacimento raramente è di buon auspicio. Anche qui il bersaglio si sposta, non si discute più il contenuto di un’affermazione, ma il tono con cui è stata pronunciata. Si giudica un atteggiamento, non un argomento.

Preso singolarmente, ciascuno di questi passaggi potrebbe apparire una notazione marginale. Messi in fila, disegnano un metodo, la teoria viene affiancata, quasi silenziosamente, dal ritratto di chi l’ha proposta. E quel ritratto, ricercatrice isolata, auto-compiaciuta, vicina a un ambiente spirituale poco ortodosso, non ha bisogno di essere dichiarato per funzionare. Basta accostarlo.

Perché proprio queste ricerche, e non altre?

Qui arrivo al punto che mi interessa davvero, e che va oltre il singolo pamphlet.

Le teorie di Göttner-Abendroth, come quelle di Marija Gimbutas prima di lei, non si limitano a proporre una lettura alternativa di qualche reperto. Mettono in discussione un impianto costruito, per un secolo e mezzo, quasi esclusivamente da uomini: un’archeologia che ha guardato al potere, alla guerra, alle gerarchie, al controllo del territorio, considerando quello sguardo non una scelta tra le tante possibili, ma l’unica scelta possibile.

Chiamo questo impianto androcentrismo, e lo dico senza intenti polemici verso singole persone ma descrivo un paradigma che ha finito per trattare come universale un punto di vista che universale non era. Quando qualcuno prova a spostare l’attenzione sulla cura, sulle relazioni, sul simbolismo, sulle figure femminili che popolano tanti contesti preistorici, non propone soltanto un tema di ricerca in più. Rimette in discussione da dove si guarda, non solo cosa si guarda.

Ed è proprio quando un paradigma si sente toccato in questo punto, nel suo fondamento, non in un dettaglio, che il confronto rischia di smettere di essere scientifico e di diventare difensivo. Non è un caso, credo, che le critiche più aspre non riguardino soltanto i dati o il metodo di Göttner-Abendroth, ma insistano sulla sua posizione accademica, sul suo linguaggio, sulle sue attività al di fuori della ricerca in senso stretto. È più facile smontare una persona che un paradigma.

Il punto che resta

Non discuto se le conclusioni di Göttner-Abendroth siano fondate, possono essere confermate, corrette o respinte, come ogni ipotesi scientifica. Discuto il modo in cui la critica, in questo caso, ha scelto di procedere, un titolo che condanna prima di argomentare, una copertina che orienta il sospetto, un metodo che affianca all’analisi dei dati la costruzione di un ritratto poco lusinghiero della persona che quei dati ha interpretato.

Chi fa ricerca ha il diritto, anzi il dovere, di essere severa e severo quando una teoria non regge. Ma la severità sui contenuti è una cosa. Il discredito della persona è un’altra, e quando le due cose si confondono, chi legge non sta più valutando un’ipotesi, sta valutando una reputazione già scritta da altre e da altri.

Questo, credo, è il vero nodo. Non riguarda soltanto Göttner-Abendroth, né soltanto gli studi sui matriarcati. Riguarda il modo in cui una visione del mondo, quella che per secoli ha considerato il punto di vista maschile come punto di vista universale, continua a orientare non solo le domande che la scienza si pone, ma anche il linguaggio con cui accoglie o respinge chi prova a porne di diverse. Ed è forse questo, più di ogni dato o di ogni fonte contestata, il motivo per cui certe ricerche continuano a suscitare reazioni così sproporzionate.

Qualche ultima considerazione

La genealogia “per associazione” con Herman Wirth.
Gli autori dedicano oltre una pagina a ricostruire che Marie König (fonte primaria di Göttner-Abendroth sulla scrittura paleolitica) si inserisce in una tradizione che risale a Herman Wirth, di cui viene specificato con dovizia di dettagli che fu membro del partito nazista e delle SS, e diresse una sezione dell’Ahnenerbe di Himmler. La conclusione che ne traggono è che le tesi di König “non sono prive di precedenti” come sostiene Göttner-Abendroth, ma appartengono a una tradizione völkisch, (il filone di pensiero nato in Germania e Austria tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento che inneggiava ad un’origine ancestrale comune). Tutto ciò riguarda la storia di un’idea, non la sua verità. Che una scrittura simbolica esistesse davvero nel Paleolitico è una domanda che si risponde con reperti archeologici, datazioni, confronti, non ricostruendo chi altro, prima, e per quali (discutibili) motivi, aveva avuto un’idea simile. In logica questo si chiama argomento genetico: si valuta un’affermazione in base alla sua origine o ai suoi sostenitori storici, invece che in base alle prove che la sostengono oggi.

Il finale, che psicologizza esplicitamente le intenzioni.
Nelle conclusioni gli autori non si limitano a giudicare le tesi: attribuiscono a Göttner-Abendroth delle vere e proprie strategie retoriche deliberate, un “rideau de fumée” (cortina di fumo), scientifico calcolato, la scelta di presentarsi come vittima di un complotto patriarcale per evitare di rispondere nel merito, un “doppio linguaggio” scientifico-religioso costruito apposta per allargare il pubblico. Sono tutte affermazioni sulle intenzioni psicologiche dell’autrice, non sulla tenuta delle sue tesi, e per loro stessa natura non sono falsificabili.

Il registro ironico-canzonatorio usato come argomento.
Più di un passaggio non confuta ma ridicolizza: il paragone con un biologo che scambia le arachidi per cammelli, il gioco di parole tra “moderne” e “modeste”, il rimando finale a “couleuvres pseudo-scientifiques” (incassare bocconi amari) in chiusura, il confronto tra la sua intera opera e i manuali di teologia creazionista. Gli autori scrivono che l’insieme delle argomentazioni di Göttner-Abendroth «non ha più valore di quei manuali di teologia» che confutano l’evoluzione, un paragone che squalifica per accostamento categoriale, più che nel merito puntuale.

Il dettaglio sui prezzi dell’Accademia HAGIA.
Oltre alla “sirena d’allarme” già citato, il testo aggiunge che la co-direttrice dell’accademia guida “cerchi di guarigione spirituale” a 210€ a modulo. È un dettaglio che non ha alcuna funzione argomentativa rispetto alla fondatezza delle tesi storiche: serve solo a completare un ritratto.

Per concludere

Se una teoria è davvero così inconsistente, perché ha richiesto il lavoro congiunto di quattro autorevoli accademici per essere demolita con il metodo del discredito alla persona?