La tomba della danzatrice (CT)

La tomba della danzatrice (CT)
Tomba n. 6 dalla necropoli detta del Molino della Badia, schizzi tratti dal giornale di scavo; in verde gli oggetti in bronzo del corredo funerario (ph. L. Bernabò Brea et alii, 1969)

di Barbara Crescimanno

Le necropoli di Molino della Badia – Madonna del Piano (Grammichele, Catania), risalenti ad un periodo tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro siciliane (XI-IX sec. a.C.), differiscono dalle altre necropoli siciliane della stessa facies: Bernabò-Brea le definisce uno dei complessi più singolari e “abnormi” riportati alla luce.

La necropoli di Madonna del Piano nel contesto della Sicilia sud-orientale (ph. M. Turco, 2000)

Esse costituiscono una “isola culturale”, prima di tutto per la tipologia dei rituali funerari che si differenziano da quelli presenti in Sicilia in questa fase storica: vale a dire tombe a grotticella artificiale solitamente scavate nella roccia; a Molino della Badia troviamo infatti numerose sepolture a enchytrismòs, cioè situle fittili o grandi anfore in cui erano contenuti, spesso in posizione rannicchiata, rispettivamente scheletri infantili e di adulti, accanto a decine di inumazioni entro semplici fosse scavate nella nuda terra.

Situla per inumazioni infantili, pithos (grande anfora) e fossa per inumazioni adulti (non in scala), dalla Necropoli di Madonna del Piano (ph. F. Nicoletti, 2006)

L’inumazione ad enchytrismòs – cioè entro contenitore fittile – è una tradizione limitata a pochissime aree in Sicilia, e risalente almeno all’età del Bronzo antico (eccettuato il caso della necropoli di Monte Castellazzo di Marianopoli a Caltanissetta, che risale invece alla media età del Rame); è possibile confrontare le tombe di Grammichele, ad esempio, con quelle che appaiono a Milazzo e a Lipari (XIV-XIII sec. a.C.). Tali pratiche sembrano riconducibili a rituali egeo-anatolici: probabilmente collegate “all’identificazione del vaso con il corpo femminile, per cui il defunto sarebbe posto in posizione rannicchiata o fetale, entro un recipiente che simboleggia il ventre materno” (Albanese Procelli).
Secondo la storiografia antica (Antioco siracusano, Filisto, Tucidide, Diodoro, Strabone), il periodo del Bronzo vede l’arrivo in Sicilia di gruppi umani provenienti dalla penisola e il loro consolidarsi in Sicilia orientale e nelle Eolie, vicende documentate archeologicamente dalla comparsa di necropoli estranee alla tradizione locale. Non abbiamo infatti nessun altro riscontro per le inumazioni supine in terra nuda nella Sicilia di questo periodo storico, se non a Molino della Badia – Madonna del Piano: questo tipo di deposizione in fossa sembra propria delle culture dell’Italia centro-meridionale della prima età del Ferro, con i riscontri più puntuali dall’area calabra. Tra l’Isola e l’area meridionale della penisola (e la Calabria in particolare) dovette dunque esservi una mobilità (economica, sociale e culturale) notevole.

Tuttavia, l’affermazione di Bernabò-Brea nasce dall’analisi del corredo delle tombe, un elemento notevole di questa necropoli.
“Il popolo di Madonna del Piano ci si presenta come un popolo eminentemente pacifico, niente belligero, e molto amante invece degli ornamenti personali” scrive Paolo Orsi nella sua relazione. In effetti, ad oggi due sole tombe in tutta la necropoli sono state ritrovate con un corredo in armi, mentre è attestato in quasi tutte le tombe un corredo metallico, soprattutto suppellettili bronzee, alcune delle quali sembrano richiamare ulteriori collegamenti con la penisola, mentre altre riportano invece alla facies siciliana di Cassibile e – di nuovo – a Lipari.

Tra le 350 inumazioni ritrovate, diverse tombe femminili risultano essere particolarmente ricche nel corredo funebre (la distinzione sessuale è stata desunta dai corredi; ma dato che non sono state effettuate fino ad oggi indagini antropologiche sui resti scheletrici, tale distinzione è da considerarsi passibile di future correzioni).
La combinazione più semplice ritrovata nelle tombe comprende fibula, coltello e fuseruola: cioè un oggetto ornamentale e due strumenti di lavoro; se la fuseruola rimanda facilmente al mondo femminile della filatura e tessitura, i coltelli, ritrovati di solito appesi alla cintura, aprono invece diverse possibilità interpretative. Ne abbiamo diverse decine in bronzo o in ferro, con dimensioni tra i cm. 12 e i 21, in due differenti tipologie entrambe senza punta (dunque non strumenti da offesa ma da lavoro): “a fiamma” (originari dell’ambiente egeo) o “a foglia d’ulivo” (caratteristici della fase di Cassibile); alcuni esemplari sono di ottima qualità e di notevole fattura, con lame decorate da linee incise o con manici in osso o avorio. Qual era il loro utilizzo?

Possiamo ipotizzare che, ritrovati in un così grande numero di tombe, dovessero essere legati ad attività comuni, forse espletate in gruppo, come ad esempio la raccolta o la lavorazione di piante commestibili e/o medicinali; d’altro canto, il valore economico e simbolico ad essi attribuito potrebbe suggerire uno scopo rituale come il taglio del cordone ombelicale praticato alla nascita dalle levatrici (le due ipotesi non si escludono a vicenda). Ulteriori studi sono però necessari per rispondere a questa domanda.
Più in generale sono stati ritrovati numerosissimi ornamenti in bronzo che fanno di questa necropoli – e delle persone che qui hanno riposato – un luogo fuori dal comune: accanto a diverse decine di fibule decorate o incise in modalità differenti abbiamo borchiette, anelli piccoli e grandi, cavigliere o collane a spirale cilindrica, orecchini, pendagli in forma di spiraline doppie, diverse armille (bracciali in metallo), dischetti concavo-convessi forati al centro, oltre ad asticelle con estremità opposte forate il cui utilizzo non è stato ancora compreso.

Tipologia di alcuni elementi di corredo in bronzo da Madonna del Piano
(a, d) asticelle con estremità forate opposte, i cosiddetti “rocchetti”; (b) coltelli a fiamma con manico a occhio; (c) dischetto concavo-convesso con decorazione a sbalzo dalla T24; (e) coltello a fiamma con manico composito; (f, h, l, g, m, i, n) fibule; (o) anello digitale; (p) borchietta con anellino interno; gruppo di tre bracciali (ph. L. Bernabò Brea e altri, 1969)

Ad arricchire ulteriormente i corredi funerari femminili troviamo naturalmente anche oggetti per la filatura e la tessitura, che dovevano essere un’altra delle attività principali delle donne della comunità: fuseruole fittili a spirale, rocchetti di varie dimensioni, numerosi aghi e pesi da telaio, oltre a pettini in osso e avorio, e cilindri cavi in osso sono gli oggetti delle tombe più riccamente dotate. Uno tra i corredi più ricchi e complessi si ritrova, ad esempio, nella tomba 150b, in cui ritroviamo anche uno spillone in osso, una preziosa collana con vaghi di ambra e pasta vitrea, un pendaglio zoomorfo a forma di bovide e – soprattutto – uno strumento musicale.

Infatti, oltre a testimoniare una evidente ricchezza – verosimilmente legata ad uno specifico rango sociale e a un ruolo di prestigio – ci interessa qui segnalare alcuni particolari reperti in bronzo in forma di pettorali metallici, ritrovati in almeno una dozzina di tombe di donne adulte: si tratta di una forma rudimentale di calcofono (ovvero un idiofono – strumento musicale il cui suono è prodotto mediante la messa in vibrazione o la percussione del materiale da cui è costituito – in questo caso il bronzo); questi strumenti, denominati genericamente “tintinnabula” (piccole campanelle), sono formati da campanelle tubolari in forma di cilindretti o tubi in lamina metallica appesi sotto ad una barra perforata e sospesa ad una catena di anelli bronzei: erano probabilmente indossati come pettorali appesi al collo tramite la catena, ad una estremità della quale è stato ritrovato in alcuni casi un campanellino, in altri (nei sepolcri 150b, 197 e 251) un piccolo pendaglio zoomorfo; tali strumenti sono stati ritrovati talvolta associati con sonagliere metalliche e con asticelle cilindriche ossee o in avorio (con anima in bronzo), forse usate come percussori degli stessi strumenti; in almeno un caso, insieme a un paio di cavigliere a spirale. Qualche parte dello strumento doveva essere costruita in materiale deperibile, come suggeriscono alcuni frammenti lignei o di fibre tessili ritrovati all’interno delle borchie o delle bobine metalliche.

A sinistra Tintinnabulum in bronzo (ph. A Bellia, 2009) a destra riproduzione di Tintinnabulum in bronzo (ph. F. Nicoletti, 2006)

I tintinnabula ritrovati a Molino della Badia sono datati alla seconda metà del X sec. a.C. Altri esemplari del medesimo idiofono – in forme e tipologie differenti – si ritrovano in Sicilia a Cugno Carrube (Carlentini, Siracusa, II millennio – IX secolo a.C.) e nella necropoli del Finocchito (Noto, 730-650 a.C.); questi strumenti sembrano essere i precursori o prototipi di altri esemplari di strumenti metallici più elaborati provenienti da diversi contesti del sud Italia, di almeno mezzo secolo più recenti; appartenenti sempre a tombe femminili di rango socioeconomico elevato e dal ricco corredo, si trovano per la gran parte in una zona che corrisponde alle attuali Basilicata (26 esemplari) e Calabria (circa 20 esemplari).

Mappa di distribuzione dei calcofoni in Italia (ph. G. Saltini Semerari, 2019)

I calcofoni ritrovati non sono tutti uguali: hanno differenti modelli di costruzione (tutti con uno scopo sonoro e ritmico), e venivano suonati in maniera differente a seconda della tipologia: potevano essere sospesi sul petto, o tenuti in una mano e suonati con l’altra; potevano essere scossi, pizzicati o battuti contro una tavoletta di legno per produrre suoni. I modelli più antichi, come i tintinnabula di Molino della Badia, sembrano pensati per produrre suoni in associazione con i movimenti del corpo della donna che li indossava.

Uno studio approfondito sulle varie tipologie di idiofoni metallici ritrovati in Italia è stato curato da Giulia Saltini Semerari. È lei ad ipotizzare che i calcofoni del sud Italia si siano sviluppati a partire dai più semplici prototipi ritrovati in Sicilia a Molino della Badia; la manifattura di questa tipologia di idiofoni potrebbe essere stata modificata ed elaborata nel tempo per produrre ritmi e suoni sempre più precisi e raffinati.
In che modo?
Il bronzo è una lega composta principalmente da rame arricchito con stagno in percentuali variabili – di solito fino all’8-9% – a seconda delle caratteristiche che si vogliono ottenere; a volte il rame può essere legato anche ad altri metalli allo scopo di ottenere maggiore durezza, o facilità di lavorazione plastica, o una colorazione differente o altre caratteristiche ancora. Alcuni degli esemplari di calcofoni ritrovati in Sicilia sono formati da cilindri di differenti misure, con lo scopo di produrre dunque suoni di tonalità differenti (come le moderne campane a vento o come i campanacci per le greggi). Analisi di archeometallurgia sui reperti di Molino della Badia rilevano che nel metallo che compone i tintinnabula è presente una percentuale di stagno tra l’11 e il 15%: una percentuale insolitamente elevata per le leghe a base di rame. La percentuale di stagno dei reperti provenienti dal deposito del santuario di Francavilla Marittima (Calabria) è ancora maggiore.

Come Saltini Semerari fa notare, “un’alta percentuale di stagno in una lega rende l’oggetto più fragile, ma ne migliora anche il suono rendendolo più sonoro e squillante e meno sordo”; dunque chi lavorava il metallo tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro possedeva competenze di alto livello, che permettevano di poter calibrare le percentuali metalliche all’interno di una lega a seconda della funzione che l’oggetto doveva avere e del suono che si voleva ottenere. L’aspetto della patina dei reperti suggerisce che i tubuli venissero anche lucidati con cura.
I tintinnabula di Molino della Badia risuonano al semplice movimento producendo un suono argentino. Secondo Curt Sachs questo tipo di strumenti sono stati creati “con lo scopo di accompagnare e dare enfasi alla danza, attività complessa, nella quale le movenze della testa, delle braccia e del tronco sarebbero andate perse, in certo modo, senza una sottolineatura, un corrispettivo sonoro”.
Tale suono sarà però risultato abbastanza caotico e con un ritmo difficilmente controllabile; diversamente, bloccare i cilindretti tra due barre – come avviene nei calcofoni italioti più tardi – può aiutare a controllarne meglio il suono e il ritmo; le varianti comprendenti bobine metalliche o tavolette o cornici in legno o metallo potrebbero dunque essere state elaborate nella ricerca sia di sonorità più variegate che di un migliore controllo del movimento e del ritmo prodotto.

Calcofono da Macchiabate in Calabria (ph. G. Saltini Semerari, 2019)

Altri manufatti in bronzo particolarmente suggestivi ritrovati a Molino della Badia sono alcuni ornamenti in forma di rotelle a raggi, identificati (per la loro posizione all’interno delle inumazioni, o per comparazione con altri contesti funerari del sud Italia) come pendagli da cintura (posizionati accanto ai coltelli); questi manufatti dalla forma di anelli piatti (singoli o concentrici) con croci interne o esterne sono stati ritrovati in alcune tombe (oltre che in ritrovamenti erratici), e in almeno due casi in associazione con i tintinnabula; si tratta di oggetti che sembrano avere allo stesso tempo sia una funzione ornamentale che sonora; oggetti che sembrano essere stati sia amuleti apotropaici che status symbol. Questo tipo di manufatti, la grande maggioranza dei quali di produzione locale, è stato ritrovato anche a Cugno Carrube (anche qui in associazione con un calcofono), nella necropoli del Finocchito, nel ripostiglio di S. Cataldo, tra i bronzi della Montagna di Noto (databili tra il IX e il VII sec. a.C.) e anche in contesti relativi a periodi più tardi, nei sepolcri di età greca del VII sec. a.C. di Megara Hyblea e di Siracusa.

Pendagli da cintura bronzei dalle necropoli di Molino della Badia (1-5) e di Cugno Carrube (6) (ph. G. Saltini Semerari, 2019)
1) Pendaglio dalla sepoltura femminile T6 (diametro cm. 7), ritrovato in associazione con calcofono; 2) Pendaglio dalla sepoltura femminile T255 (diam. cm. 7), ritrovato in associazione con calcofono; 3) Pendaglio dalla “tomba del pozzo” (diam. cm. 6); 4) Ritrovamento erratico (diam. cm. 6); 5) Ritrovamento erratico (diam. cm. 4); 6) Pendaglio dalla T24 di Cugno Carrube, in associazione con calcofono

Gli ornamenti da cintura “a ruota” hanno un tenore di stagno ancora più alto dei tintinnabula, arrivando fino al 17%: si tratta della più alta percentuale ritrovata tra i manufatti della necropoli di Molino della Badia. Oggetti in bronzo di questo tipo, se battuti uno contro l’altro, emettono un suono cristallino; in periodo romano leghe di questo tipo saranno impiegate per la produzione di campanelli e sonagli.
I tintinnabula e gli ornamenti da cintura rappresentano dunque oggetti peculiari per le loro caratteristiche metallurgiche; essere i manufatti della necropoli con il più alto tenore di stagno li rendeva anche estremamente preziosi a causa delle maggiori difficoltà di rifornimento del metallo – che in Sicilia doveva essere importato – e ai suoi costi elevati rispetto al piombo di produzione locale.
Le analisi di archeometallurgia mostrano che gli/le artigianə del bronzo di Madonna del Piano, dove senza dubbio esisteva una importante officina, erano in grado di controllare empiricamente le loro leghe e hanno operato precise scelte nella loro realizzazione, calibrandole deliberatamente per ottenere specifiche caratteristiche: aumentando o diminuendo le percentuali dello stagno per ottenere specifici risultati (oltre al suono, anche un particolare colore argenteo o dorato); oppure sostituendo quando necessario lo stagno con il piombo, che in notevoli quantità scurisce la lega che lo contiene e riduce la brillantezza del metallo.
L’aggiunta di piombo alle leghe impiegate per la decorazione a sopraffuso delle fibule a gomito (in sostituzione dello stagno ampiamente impiegato in altre aree geografiche), sembrerebbe, ad esempio, un’innovazione siciliana molto avanzata che permetteva, usando quantità inferiori del prezioso stagno, di riprodurre nei minimi particolari i dettagli della decorazione eseguita sui modelli in cera, migliorando altresì le proprietà di colata della lega. Varie analisi sui manufatti hanno dimostrato che, in altre aree dell’Italia, l’aggiunta mirata di piombo alle leghe impiegate per le parti colate a getto è invece stata introdotta almeno due o tre secoli più tardi rispetto ai manufatti siciliani (Giumlia-Mair).
Giumlia-Mair mette i pendenti a ruota siciliani in comparazione con esemplari provenienti da differenti contesti europei, dalle regioni perialpine e dal sud Italia: le forme possono essere differenti, talvolta molto elaborate, ma sono tutte create con una lega metallica che produce un colore e un suono argentini; anch’essi quasi sempre ritrovati in contesti funerari femminili eccezionalmente ricchi (oppure in ripostigli), solitamente assieme ad altri gioielli rappresentativi e ad altri preziosi doni funebri. Peter Turk, che ha studiato i ripostigli della tarda Età del Bronzo in Slovenia, sottolinea il fatto che nelle diverse necropoli studiate, solamente una o al massimo due tombe contengono questi ornamenti: da queste indicazioni deduce che, nel corso di una generazione, una sola donna della comunità li indossasse. Secondo Biba Teržan si tratta di persone che ebbero un’importanza eccezionale negli insediamenti e suggerisce che avessero il compito di eseguire riti o cerimonie speciali per la comunità a cui appartenevano. Se seguiamo questa ipotesi, in che modo possiamo interpretare il numero così alto (una dozzina circa) di tombe femminili con oggetti in bronzo ritrovato a Molino della Badia in Sicilia?

I calcofoni calabresi ritrovati nelle sepolture femminili dalla necropoli di Macchiabate (Calabria) sono strumenti musicali collegati con la danza: lo sviluppo e la complessificazione nella costruzione e nell’assemblaggio dello strumento nel tempo suggeriscono, come abbiamo visto, un crescente interesse per il controllo del ritmo e per il suono in generale. Tuttavia, già tra l’Età del Bronzo e del Ferro in Sicilia, la quantità e qualità dei vari “oggetti sonori” ritrovati permettono di ipotizzare che le donne che li possedevano fossero suonatrici e/o danzatrici in pubbliche festività o cerimonie rituali.
“Il complesso degli oggetti rinvenuti [nelle tombe di Molino della Badia], alcuni dei quali veri e propri “gioielli sonori”, concorre a far avanzare l’ipotesi che, attraverso il movimento e la danza, tali strumenti dovessero far assumere a chi li indossava l’aspetto di «donna-sonaglio»” (Bellia).

Saltini Semerari ipotizza che questi strumenti fossero usati da donne con un ruolo particolarmente importante, che guidavano i rituali dando anche il ritmo alle danze, e che simile gerarchia poteva riflettersi anche al di fuori del ruolo musicale, sul piano sociale. I calcofoni erano uno strumento musicale ma anche simbolico: l’espressione materiale di una distinzione sociale talmente forte e di una relazione talmente profonda tra strumento e suonatrice da portare a seppellirlo insieme alla proprietaria, per non essere più suonato da altri se non da lei.
Queste donne, in tale interpretazione, potrebbero aver ricoperto ruoli sacerdotali: l’idea che la danza fosse collegata con cerimonie è supportata sia da fonti archeologiche e letterarie che da esempi etnografici. Possiamo dunque ipotizzare che un selezionato gruppo di donne della élite di Molino della Badia, dalle grandi risorse economiche, praticasse – o guidasse a beneficio della comunità – la produzione di suono ritmico durante la danza, e che le performance di danza accompagnate da strumenti ritmici dovevano essere un momento chiave della vita comunitaria.

Come Saltini Semerari fa notare, il miglior parallelo etnografico per l’utilizzo di oggetti in metallo indossati per risuonare con il movimento è con l’abbigliamento delle sciamane e degli sciamani siberiani. Tra i loro strumenti sonori, accanto al tamburo, troviamo infatti cinture e abiti con diversi pendenti in metallo, e la loro danza prevede un movimento ritmico che fa risuonare tutto il metallo da loro indossato. Si riteneva che il suono metallico, insieme al suono del tamburo, aiutasse a connettersi con il mondo degli spiriti.
Non possiamo tracciare un parallelo così diretto tra il moderno sciamanesimo eurasiatico e gli antichi rituali di danza mediterranei: sebbene tale comparazione sia stata spesso avanzata, non abbiamo ancora sufficienti prove a sostegno. Tuttavia, almeno sulla base delle evidenze materiali, si può ragionevolmente sostenere che il movimento necessario per far suonare un calcofono o una cintura con pendenti muovendo ritmicamente il corpo non doveva essere troppo dissimile da quello delle sciamane siberiane.

D’altronde, anche gli oggetti “a ruota” indossati dalle donne di Molino della Badia dovevano essere importanti per il loro carattere simbolico, richiamando l’attenzione delle persone presenti alle cerimonie in cui venivano indossati sia sulla presenza fisica che sulla presenza sonora della portatrice. Non c’è dubbio che questi elaborati oggetti, prodotti con estrema cura, scegliendo le leghe più adatte e rifinendo ogni parte accuratamente per ottenere colore, suono e forma specifici, possedessero un particolare significato ed avessero una funzione cerimoniale, rituale e forse apotropaica.
“Nel passato la particolare forma dei pendenti a ruota e il loro contesto archeologico li hanno fatti interpretare come simboli sia solari che lunari, ma la loro colorazione argentea, la generica connessione dell’argento con l’acqua e i culti lunari e della fertilità, e il fatto che fossero ornamenti riservati al genere femminile fa propendere a favore dell’interpretazione del gioiello come un simbolo lunare e connesso con riti relativi alla fertilità ed all’acqua. [Siamo indotte] a ritenere che le credenze ed i rituali connessi con questo particolare tipo di ornamenti personali fossero forse un patrimonio culturale molto diffuso non solo nell’area alpina, ma anche in contesti mediterranei come la Sicilia dell’Età del Bronzo. L’impiego di un bronzo di colore argenteo dovuto alle altissime percentuali di stagno, simile a quello impiegato per una parte dei pendenti a ruota, nella produzione di pendagli di cintura di una forma molto simile, non può essere dovuto ad un semplice caso, ma molti più dati archeologici e molte più analisi saranno necessari per indagare sul significato di questa speciale categoria di ornamenti” (Giumlia-Mair 2014-2015).

Se lo scopo dei rituali, delle credenze e delle pratiche religiose della Sicilia e dell’Italia meridionale di questo periodo sono in gran parte oscuri, sicuramente non possiamo fare a meno di notare il complesso insieme, legato al mondo femminile, che si delinea dai materiali ritrovati nelle necropoli siciliane, italiane e della più ampia area europea: accanto ai più usuali strumenti di lavoro relativi a filatura e tessitura, le donne di queste comunità utilizzavano coltelli rituali, strumenti musicali e oggetti di evidente pregnanza simbolica: donne adulte di alto rango e di grande ricchezza, accompagnate dai beni e dagli oggetti propri delle élite dell’Età del Bronzo e del Ferro.
Inoltre, le sepolture con calcofoni non solo hanno carattere particolarmente enfatico, ma sono anche – in genere – estremamente limitate, denotando per un numero davvero piccolo di donne adulte un ruolo evidentemente di primo piano all’interno della comunità di appartenenza, come ci ricorda Turk. È forte allora la tentazione di ipotizzare l’esistenza nella necropoli siciliana – che conserva un così grande numero di sepolture eccezionali – di una consorteria sacerdotale in cui tali ruoli venissero anche trasmessi di generazione in generazione. “Forme ereditarie di trasmissione dei beni sembrano inoltre testimoniate a Madonna del Piano da isolate sepolture di bambine o adolescenti con corredi ‘complessi’, eccezionali nel contesto della necropoli in cui le deposizioni infantili sono in larga misura prive di oggetti di accompagno” (Albanese Procelli).

Per un approfondimento vedi “Necropoli di Molino della Badia – Grammichele (CT)“

Riferimenti bibliografici

  1. Rosa Maria Albanese Procelli – “La necropoli di Madonna del Piano presso Grammichele: osservazioni sul rituale funerario” – in Kokalos XXXVIII – pp. 33-68 – 1992;
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  3. Angela Bellia – “Strumenti musicali e oggetti sonori dell’Età del Ferro in Sicilia e nell’Italia meridionale (IX-VII sec. a.C.)” – in Sicilia Antiqua. An International Journal of Archeology VI – 2009 – pp. 9-55;
  4. Angela Bellia – “Musica e rito nelle ceramiche siciliote. A proposito delle hydriai di Marianopoli con scene nuziali” – in Phasis XII – 2009 – pp. 73-82;
  5. Angela Bellia – Strumenti musicali e oggetti sonori in Sicilia (X-III sec. a.C.);
  6. Luigi Bernabò Brea – La Sicilia prima dei Greci – Il Saggiatore 2016;
  7. Luigi Bernabò Brea, Elio Militello e Scolastica La Piana – “Mineo (Catania). La necropoli detta del Molino della Badia: nuove tombe in contrada Madonna del Piano” – in Atti dell’Accademia nazionale dei Lincei – pp. 210-276 – 1969;
  8. Massimo Frasca – “La necropoli di Cugno Carrube in territorio di Carlentini” – in Scavi nelle Necropoli di Leontini (1977-1982) – «Cronache di Archeologia e Storia dell’Arte» – XXI – 1982 – pp. 11-35;
  9. Alessandra Giumlia-Mair – “The Metal of the Moon Goddess” – in Arts and Surfaces – Ingegneria delle Superfici 24 (2) – Marzo 2008 – pp. 110-117;
  10. Alessandra Giumlia-Mair – “La metallurgia dei reperti in leghe a base di rame dalla necropoli di Madonna del Piano” – in Atti della Accademia Nazionale dei Lincei – serie IX — volume XXV-XXVI – 2014-2015 – Roma 2018;
  11. Alessandra Giumlia-Mair, Rosa Maria Albanese Procelli e Fulvia Lo Schiavo – “The Metallurgy of the Sicilian Final Bronze Age/Early Iron Age necropolis of Madonna del Piano (Catania, Sicily)” – in Trabajos De Prehistoria 67 – n. 2 – julio-diciembre 2010 – pp. 469-488;
  12. Fabrizio Nicoletti – “Indagini multivariate sulla necropoli protostorica di Madonna del Piano. Seriazione cronologica delle tombe e analisi dei gruppi” – in ValdiNoto. Rivista della Società Calatina di Storia patria e cultura – 1/2006 – Silvio Di Pasquale editore;
  13. Paolo Orsi – “Necropoli e stazioni sicule di transizione. Necropoli al Molino della Badia presso Grammichele (Catania)” – in Bollettino di Paletnologia Italiana – XXXI – 1905 – pp. 96-133;
  14. Dario Palermo – “Grammichele” – in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche – n°8 – 1990 – pp. 164-169;
  15. Curt Sachs – Storia degli strumenti musicali – Mondadori – 1980 – pp. 6-7;
  16. Giulia Saltini Semerari – “Calcophones in context. Gender, Ritual and Rhythm in Early Iron Age Southern Italy” – in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abteilung – Band 125 – 2019;
  17. Biba Teržan – Verovanie in obredi – Bronasta Doba na Slovenskem – Ljubljiana 1987 – pp. 65-78;
  18. Peter Turk – “The weight of objects in late Bronze age hoards in Slovenia and possibilities for determining weight standards” – in Arheološki vestnik 52 – 2001 – pp. 249-279;
  19. Paola Zancani Montuoro – “Francavilla Marittima Necropoli di Macchiabate. Saggi e scoperte in zone varie” – in Atti e Memorie della Società Magna Grecia – XVIII-XX – 1977-1979 – pp. 7-91.

Barbara Crescimanno – 4 Ottobre 2026

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