Quando e perché il patriarcato è diventato “naturale”? La lunga storia di un’idea che abbiamo scambiato per l’origine

Quando e perché il patriarcato è diventato “naturale”? La lunga storia di un’idea che abbiamo scambiato per l’origine

Ci sono cose che, proprio perché esistono da molto tempo, finiscono per sembrarci naturali, il patriarcato è una di queste.

Il patriarcato è documentato in moltissime società storiche. Lo ritroviamo nelle leggi, nelle strutture familiari, nella trasmissione della proprietà, nelle religioni e nell’organizzazione del potere. Per secoli è stato giustificato attraverso Dio, la natura o la biologia. Oggi, anche quando non viene più considerato giusto o desiderabile, è spesso percepito come qualcosa di antichissimo, quasi inscritto nella storia della nostra specie; e c’è persino chi lo rispolvera, aggiungendo alla parola patriarcato un aggettivo geografico, per conferirgli un’origine ancora più remota e fondativa.

Ma antico non significa naturale. Diffuso non significa universale. E una differenza biologica non produce automaticamente una gerarchia sociale.
La domanda, allora, non è soltanto perché esista la dominazione maschile. È anche questa: perché siamo così pronti a considerarla il punto di partenza della storia umana?
Quando il record archeologico non ci permette di sapere con precisione come fosse organizzata una società, siamo tentate e tentati di immaginarla a partire da ciò che conosciamo. E poiché per gran parte della storia documentata le società sono state patriarcali, il patriarcato rischia di diventare l’ipotesi predefinita anche per il passato più remoto.

Se non abbiamo prove di un’altra forma di organizzazione, immaginiamo quella che ci è più familiare, ma l’assenza di prove di un’alternativa non è una prova del patriarcato.

Tre autrici, Bruna Tadolini, Claudine Cohen e Claire Alet, affrontano questo problema da prospettive differenti. Non propongono una teoria comune ma le loro domande permettono di distinguere tre piani che vengono troppo spesso sovrapposti: la differenza biologica, la formazione di rapporti di dominazione e la costruzione di un sistema patriarcale.

La biologia spiega la subordinazione delle donne?

Bruna Tadolini parte da una domanda che costringe a cambiare prospettiva.
Per molto tempo l’evoluzione umana è stata raccontata soprattutto attraverso figure maschili. L’uomo cacciatore, l’uomo inventore, l’uomo che conquista nuovi territori, combatte, protegge e guida il gruppo; le donne comparivano soprattutto come madri.
In L’evoluzione al femminile, Tadolini riporta invece l’attenzione sul contributo delle femmine alla storia evolutiva di Homo sapiens. Il corpo femminile, la riproduzione, la gravidanza e la cura della prole non sono semplici aspetti marginali di una storia dell’evoluzione che avverrebbe altrove. Ne fanno parte. Ma il punto più importante, per la nostra domanda, è un altro.

La differenza biologica non contiene già una gerarchia sociale.
La gravidanza è un fatto biologico. Il modo in cui una società organizza la gravidanza non lo è.

La maternità ha conseguenze materiali concrete. Ma da questo non deriva che le donne debbano essere escluse dal potere, dalla proprietà o dalle decisioni collettive. La differenza sessuale può produrre differenze nelle esperienze corporee. Non stabilisce chi deve comandare.

Questo sembra ovvio, eppure è esattamente il passaggio che molte narrazioni sull’evoluzione hanno compiuto senza dichiararlo apertamente, dalla differenza si è passati alla divisione dei compiti, dalla divisione alla gerarchia e dalla gerarchia alla dominazione, come se ogni passaggio fosse inevitabile. Non lo è.

Anche la vecchia immagine di una rigida divisione paleolitica fra «uomo cacciatore» e «donna raccoglitrice» è da tempo ormai sottoposta a una revisione sempre più attenta. In un articolo pubblicato su American Anthropologist, le antropologhe Sarah Lacy e Cara Ocobock osservano che l’idea di una rigida divisione sessuale del lavoro nel Paleolitico è stata spesso assunta come un dato acquisito, nonostante le prove dirette siano limitate. Esaminando strumenti, dieta, arte, anatomia, paleopatologie e sepolture, le due studiose richiamano diverse evidenze compatibili con il coinvolgimento delle donne nella caccia e invitano a interrogare il peso degli stereotipi contemporanei nelle nostre ricostruzioni del passato.

Questo non significa affermare il contrario, cioè che uomini e donne facessero sempre le stesse cose, anche qui occorre evitare il contro-mito.
Le società di cacciatrici e cacciatori conosciute etnograficamente mostrano spesso una divisione delle attività legata al sesso, pur con notevoli differenze e flessibilità. Una recente replica al dibattito sul mito dell’«uomo cacciatore» sottolinea proprio questo: la partecipazione femminile alla caccia può essere frequente senza che ciò elimini ogni forma di divisione sessuale del lavoro.
La questione, dunque, non è negare le differenze ma non trasformarle automaticamente in una scala di valore.

Come nasce una relazione di dominazione?

La domanda successiva è quella posta da Claudine Cohen.
Nel suo recente Aux origines de la domination masculine, Cohen non tratta la dominazione maschile come un’essenza immutabile dell’umanità. Cerca invece di ricostruirne la genealogia.
Non ci chiede di immaginare un momento originario nel quale gli uomini avrebbero improvvisamente cominciato a dominare le donne. La sua ricostruzione cerca piuttosto processi, trasformazioni e condizioni che, attraverso tappe successive, avrebbero potuto condurre alla formazione di rapporti di dominio sempre più strutturati.

La parentela, la scelta delle/dei partner, l’esogamia, le alleanze fra gruppi, il controllo della riproduzione, le trasformazioni economiche e sociali.
Sono tutti elementi che possono contribuire a cambiare profondamente i rapporti fra i sessi.
La prospettiva di Cohen è importante perché sposta il problema dalla natura alla storia. Ma proprio per questo solleva una questione metodologica decisiva.

Come possiamo distinguere, nel passato remoto, le condizioni che possono aver favorito la dominazione dalla dominazione stessa?
Un cambiamento nella residenza post-matrimoniale, per esempio, non ci dice automaticamente tutto il resto. Una comunità patrilocale, ammesso che possiamo identificarla con sicurezza, non è necessariamente patrilineare. E una società patrilineare non è automaticamente, solo per questo, un sistema patriarcale nel senso pieno del termine.

Può sembrare una distinzione eccessivamente sottile. In realtà è tutt’altro che marginale.
Nel 2025 due studi hanno messo seriamente in discussione alcune catene inferenziali diventate molto comuni nell’interpretazione dei dati archeogenetici europei. Un lavoro pubblicato nelle Proceedings of the Royal Society B ha analizzato i modelli utilizzati per dedurre la discendenza dai dati genetici delle popolazioni neolitiche e dell’età del Bronzo. La conclusione è significativa: molti dati sono compatibili con la patrilocalità, ma non dimostrano la patrilinearità che spesso è stata dedotta da essi.

Nello stesso anno, un’ampia meta-analisi pubblicata su Current Anthropology ha criticato la tendenza a sovrapporre mobilità femminile, patrilocalità, patrilinearità e, infine, patriarcato. Le autrici e gli autori non negano che la patrilocalità sia esistita nella preistoria europea. Contestano piuttosto la sua assunzione come modello universale e il passaggio quasi automatico da una maggiore mobilità di alcune donne a una ricostruzione complessiva del predominio maschile.
È una lezione metodologica importante: Un dato può essere corretto e la sua interpretazione troppo ampia.

Quando la dominazione diventa un sistema?

È qui che la prospettiva di Claire Alet diventa utile.
Nel suo Matrice. Aux origines de la domination masculine, Alet affronta la questione da un punto di vista storico e sociale più ampio. Il problema non è soltanto quando compaia una relazione di potere fra uomini e donne, ma come quella relazione riesca a trasformarsi in una struttura capace di riprodursi.

Ora dobbiamo distinguere con maggiore precisione una disuguaglianza di genere dal patriarcato.
Una società può conoscere differenze nei ruoli, attribuire maggiore prestigio a determinate attività, avere uomini che occupano alcune posizioni di autorità, può perfino conoscere rapporti di dominio.

Ma il patriarcato, se vogliamo usare il termine con rigore, implica qualcosa di più.
Implica che il predominio maschile sia incorporato e riprodotto attraverso le istituzioni: la famiglia, la discendenza, il matrimonio, la proprietà, l’eredità, l’accesso alle risorse, il controllo della sessualità e della capacità riproduttiva.

Non dobbiamo cercare necessariamente tutti questi elementi nello stesso modo e in ogni società. Ma dobbiamo evitare di chiamare «patriarcato» qualsiasi differenza osservabile fra uomini e donne.
Alet concentra la propria attenzione proprio sulle strutture attraverso cui la dominazione può consolidarsi e intrecciarsi con l’accumulazione e la trasmissione della ricchezza.
La sua domanda può essere formulata così: quando il potere di alcuni uomini sulle donne smette di essere una relazione contingente e diventa parte dell’organizzazione stessa della società?

È una domanda che non possiamo risolvere semplicemente osservando una sepoltura più ricca di un’altra.

Il Neolitico: un’origine o molte storie diverse?

Il Neolitico occupa un posto centrale in quasi tutte le discussioni sulle origini delle disuguaglianze.
Agricoltura – Sedentarietà – Accumulo di risorse – Proprietà- Eredità – Aumento della popolazione.

Nuove forme di controllo della riproduzione e della discendenza.
La tentazione è costruire una sequenza semplice: prima comunità egualitarie di cacciatrici e cacciatori, poi l’agricoltura, quindi la proprietà, infine il patriarcato.
È una storia ordinata, forse troppo ordinata.
Il Neolitico non è stato un unico processo, si è sviluppato in tempi, luoghi e condizioni molto diverse. Le società agricole non erano tutte organizzate allo stesso modo e non hanno prodotto ovunque gli stessi rapporti di parentela.
I nuovi dati genetici stanno rendendo questa varietà ancora più evidente.

A Gurgy, in Francia, una comunità del Neolitico occidentale datata approssimativamente fra il 4850 e il 4500 a.C. ha restituito un quadro di parentela basato su due grandi linee genealogiche, con evidenze interpretate come patrilocalità, patrilinearità ed esogamia femminile. È un caso concreto e straordinariamente ben documentato di una particolare organizzazione sociale neolitica. Ma è appunto un caso.
Altri contesti raccontano storie differenti.

Nel 2025 uno studio su due cimiteri del sito neolitico di Fujia, nella Cina orientale, datati fra il 2750 e il 2500 a.C., ha identificato una comunità organizzata attorno a due clan materni. Lo studio combina DNA antico, contesto archeologico e analisi isotopiche e fornisce una delle più chiare dimostrazioni genomiche di discendenza matrilineare nella preistoria.

La matrilinearità è una forma di organizzazione della discendenza che dimostra che la discendenza maschile non può essere considerata automaticamente l’unica forma possibile di organizzazione delle comunità preistoriche.
Anche l’Europa, che spesso viene raccontata attraverso una progressiva normalizzazione della patrilocalità, offre sorprese. Uno studio pubblicato su Nature nel gennaio 2025 ha analizzato 57 genomi antichi di comunità dell’età del Ferro nella Britannia meridionale e ha individuato una struttura fortemente matrilocale, con gruppi di parentela centrati su linee materne e una predominanza di uomini non imparentati che sembrano essere entrati nei gruppi locali.
Ancora una volta la matrilocalità rende impossibile continuare a raccontare l’intera preistoria europea come un unico, uniforme movimento verso famiglie patrilocali e patriarcali.

Il problema non è scegliere un’origine, ma chiedere prove

A questo punto potrebbe sembrare che l’obiettivo sia negare l’esistenza del patriarcato nella preistoria.
Ma le prove di forme patrilocali, patrilineari e di profonde disuguaglianze in numerose società antiche esistono. Le prime società storiche documentate dalla scrittura mostrano, in molti casi, norme esplicite che collocano uomini e donne in posizioni giuridiche e sociali differenti.
Il problema quindi è un altro.
Quanto indietro possiamo proiettare queste strutture?
E soprattutto: con quale grado di sicurezza? Non possiamo chiedere prove archeologiche rigorosissime per ogni ipotesi di organizzazione non patriarcale e poi considerare il patriarcato la spiegazione automatica ogni volta che i dati sono ambigui.
La stessa prudenza deve valere per tutte le ipotesi.
Se un insieme di dati permette di concludere che alcune donne si spostavano dopo il matrimonio, possiamo discutere di patrilocalità.

Se permette di ricostruire linee genealogiche maschili, possiamo discutere di patrilinearità.
Ma non dobbiamo saltare direttamente da qui al patriarcato senza chiederci quali altri elementi siano necessari per parlare di un sistema di dominazione strutturato.

Perché allora il patriarcato ci sembra naturale?

Forse perché abbiamo smesso di vederlo come una storia.
Una struttura sociale che dura molto a lungo tende a diventare invisibile. Non appare più come una particolare forma di organizzazione, ma come l’ordine delle cose, e una volta che l’ordine delle cose viene scambiato per natura, il passato comincia a riflettere il presente.
Immaginiamo che gli uomini abbiano sempre avuto il potere perché sappiamo che lo hanno avuto per molto tempo, poi utilizziamo questa immagine del passato per dimostrare che il loro potere è naturale.
È un ragionamento circolare.
La lezione che possiamo trarre dal confronto fra Tadolini, Cohen e Alet non è che esista una risposta semplice e definitiva alla domanda sulle origini del patriarcato. Al contrario.

Tadolini ci ricorda che la biologia non contiene automaticamente la subordinazione.
Cohen ci invita a cercare i processi storici attraverso cui una dominazione può essersi costruita, anziché considerarla un’essenza immutabile.
Alet ci porta a guardare alle strutture che trasformano una relazione di potere in un sistema capace di riprodursi.

Sono tre domande diverse, ed è forse proprio mantenendole distinte che possiamo evitare di trasformare una ricostruzione storica in un nuovo mito delle origini.

Non un passato ideale, ma domande migliori

Non abbiamo bisogno di immaginare una preistoria perfetta e non dobbiamo nemmeno negare che le differenze biologiche abbiano avuto conseguenze concrete nella vita delle comunità umane.
Dobbiamo, più semplicemente, smettere di considerare automatici i passaggi che ci conducono dalla differenza alla dominazione.

Differenza non è subordinazione e divisione delle attività non è necessariamente gerarchia.
Patrilocalità non è automaticamente patrilinearità. Patrilinearità non è automaticamente patriarcato.

E una società patriarcale, per quanto antica e diffusa, non è per questo la condizione originaria e inevitabile dell’umanità.
Forse dovremmo cominciare a porre al patriarcato la stessa domanda che per tanto tempo è stata rivolta alle sue possibili alternative: dove, quando e con quali prove possiamo riconoscerne la presenza?

Perché una cosa che ha una storia non è la natura, e il patriarcato, per quanto lunga e complessa possa essere la sua storia, è una storia che dobbiamo ancora imparare a ricostruire senza trasformare le nostre convinzioni sul presente in certezze sul passato.

Fonti:

  • Tadolini, Bruna, L’evoluzione al femminile. Il contributo delle femmine all’evoluzione dell’Homo sapiens, Mimesis, Milano-Udine, 2017.
  • Cohen, Claudine, Aux origines de la domination masculine, Passés Composés, Paris, 2025, 248 pp. Il libro ricostruisce le relazioni tra uomini e donne dalle origini dell’umanità all’età del Bronzo, interrogando i processi attraverso cui si sarebbero formati i fondamenti del patriarcato.
  • Alet, Claire, Matrice. Aux origines de la domination masculine, Éditions du Seuil, Paris, 2024. È un’inchiesta sulle radici e sulle strutture storiche della dominazione maschile, esplicitamente ispirata, fra l’altro, alla riflessione di Françoise Héritier.