di Elvira Visciòla
Ci sono immagini archeologiche che sembrano parlare direttamente al presente. La sepoltura bisoma della Grotta delle Veneri di Parabita è certamente una di queste. Due individui furono deposti nella stessa fossa, uno di fronte all’altro, adagiati sui fianchi e con gli arti inferiori intrecciati. Una disposizione tanto particolare da aver alimentato, soprattutto nella divulgazione, la definizione di “amanti di Parabita”. L’immagine è suggestiva, ma l’archeologia richiede cautela.
La Grotta delle Veneri si apre nel territorio di Parabita, nel Salento meridionale, e costituisce uno dei più importanti siti paleolitici della Puglia. Il nome della cavità deriva dalle celebri statuine femminili in osso rinvenute nel deposito archeologico, comunemente denominate “Veneri” (ne parliamo qui “Statuine di Parabita (LE)”). Il termine, ormai profondamente radicato nella divulgazione archeologica, deve essere utilizzato con la consapevolezza dei suoi limiti interpretativi. Non sappiamo quale significato avessero queste rappresentazioni per le comunità che le produssero, ma la loro presenza nella grotta della sepoltura insieme a manufatti litici, elementi di ornamento e oggetti decorati è tuttavia testimonianza della ricchezza della produzione figurativa e simbolica associata al sito.
La grotta conserva una lunga storia di trasformazioni successive: la sequenza archeologica documenta una frequentazione che si estende dal Paleolitico medio fino all’età del Bronzo, restituendo testimonianze riferibili a periodi e attività differenti che hanno inevitabilmente prodotto sovrapposizioni e alterazioni, rendendo talvolta complessa la ricostruzione dei contesti originari.
La sepoltura fu individuata durante le campagne di scavo condotte dall’Università di Pisa tra il 1966 e il 1972. La parte superiore dei due scheletri non è giunta fino a noi: i crani e gli arti superiori risultano infatti mancanti per la deposizione di una sepoltura neolitica che ha irrimediabilmente danneggiato quella più antica. Tuttavia, la documentazione di scavo ha consentito di ricostruire la posizione relativa dei resti conservati e, attraverso l’analisi tafonomica e anatomica, di proporre una ricostruzione della disposizione originaria dei corpi.
Il contributo di Pier Francesco Fabbri, Giorgia Vincenti e Serena Viva, pubblicato nel volume La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) del 2020 (volume curato da Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi), è dedicato proprio alla posizione degli inumati e alla questione della contemporaneità della deposizione.
Questo aspetto è fondamentale. La presenza di due individui all’interno della stessa struttura funeraria non implica necessariamente che essi siano stati deposti contemporaneamente: una medesima fossa potrebbe infatti essere stata utilizzata in momenti differenti. Nel caso di Parabita, la particolare relazione anatomica tra i resti conservati costituisce invece uno degli elementi che hanno portato gli studiosi a considerare la deposizione come un evento unitario, con i due individui all’interno della medesima fossa posti in una precisa organizzazione spaziale dei corpi. Questa configurazione è particolarmente importante perché permette di interrogarsi sul gesto funerario.
La posizione dei corpi non può dirci quale relazione unisse i due individui in vita, ma possiamo osservare il modo in cui la comunità che realizzò la sepoltura decise di trattare i corpi, mantenendo i due individui in una relazione spaziale molto stretta.
Uno degli elementi più importanti associati alla sepoltura è rappresentato dalla parure costituita da 26 canini atrofici di cervo, forati alla radice e caratterizzati dalla presenza di ocra rossa. I canini erano concentrati nella zona prossima a quella in cui dovevano trovarsi le teste dei due individui e risultavano disposti secondo una configurazione interpretabile come il residuo di un ornamento.
La disposizione dei denti ha portato a ipotizzare che essi facessero originariamente parte di un elemento di abbigliamento o di ornamento personale, forse un copricapo, successivamente disgregatosi in seguito alla decomposizione delle componenti organiche. I canini atrofici di cervo sono ampiamente documentati nei contesti gravettiani europei e costituiscono uno degli elementi più ricorrenti dell’ornamentazione personale del Paleolitico superiore. Il loro impiego all’interno di una sepoltura conferma che questi oggetti non erano necessariamente semplici elementi decorativi (ne parliamo ampiamente in questo articolo “Amuleti del tempo. Tracce di una proto scrittura sui canini di cervo”). Un ornamento può infatti contribuire alla costruzione dell’identità individuale e sociale. Può indicare appartenenza, status, ruolo o semplicemente costituire un elemento significativo dell’abbigliamento di una persona. Quando viene deposto insieme al defunto, il suo significato può inoltre assumere una dimensione specificamente funeraria.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dall’ocra rossa, documentata sui canini della parure e nel contesto della deposizione.
L’utilizzo dell’ocra è ampiamente attestato nelle pratiche funerarie del Paleolitico superiore e costituisce una delle testimonianze più note dell’impiego di pigmenti minerali in relazione ai defunti.
Per lungo tempo la deposizione della Grotta delle Veneri è stata attribuita alle fasi finali del Paleolitico superiore e, in particolare, all’Epigravettiano antico. La disponibilità di nuovi dati cronometrici ha però permesso di anticiparne sensibilmente la collocazione. Le ossa non potevano essere analizzate con le tecniche normalmente utilizzate, perché prive del collagene necessario; gli studiosi hanno, quindi, esaminato uno degli elementi del corredo funerario, uno dei 26 canini di cervo che colloca la deposizione in un intervallo di circa 28.800–28.300 anni cal BP, dunque nell’ambito del Gravettiano.
Si tratta di un cambiamento importante rispetto alle precedenti attribuzioni cronologiche della sepoltura, in quanto il periodo è caratterizzato, in gran parte dell’Europa, dalla diffusione di pratiche funerarie articolate e dalla presenza di ricchi corredi ornamentali.
La Grotta delle Veneri si inserisce pienamente in questo quadro. Le statuine femminili in osso, gli ornamenti realizzati con denti animali, gli strumenti litici e gli altri manufatti rinvenuti nella cavità, insieme all’uso dell’ocra rossa, restituiscono un’immagine molto più complessa e, la presenza della sepoltura bisoma contribuisce a rafforzare questa lettura.
Non abbiamo infatti soltanto due corpi deposti in una grotta. Abbiamo una struttura funeraria, uno spazio nel quale differenti pratiche — funerarie, ornamentali, figurative e probabilmente rituali — si sono incontrate nel corso della frequentazione umana, ed è proprio questa pluralità a rendere il sito particolarmente significativo, uno dei contesti funerari più interessanti del Paleolitico superiore italiano.
La definizione di “amanti” è certamente efficace dal punto di vista narrativo, un’immagine capace di suscitare emozione.
Ma l’archeologia può offrire qualcosa di più interessante di una storia costruita sulla suggestione.
Non conosciamo i nomi dei due individui. Non conosciamo la loro età esatta, la loro storia personale né il tipo di relazione che li univa. Non sappiamo se fossero parenti, compagni, membri della stessa comunità o persone accomunate da una relazione sociale oggi impossibile da ricostruire.
Sappiamo però che, circa 28.000 anni fa, qualcuno preparò una sepoltura e vi depose contemporaneamente due individui secondo una modalità precisa.
Sappiamo che alla deposizione erano associati ornamenti costituiti da canini di cervo e che questi conservavano tracce di ocra rossa.
La Grotta delle Veneri ci permette di conoscere il gesto di chi li seppellì e, a distanza di così tanti anni, quel gesto continua a essere leggibile.
Non perché ci racconti una storia d’amore che possiamo dimostrare, ma perché testimonia l’importanza che una comunità paleolitica attribuì alla relazione tra due corpi, alla memoria dei propri morti e alla costruzione rituale dello spazio funerario.
È in questa distanza tra ciò che possiamo sapere e ciò che possiamo soltanto immaginare che la sepoltura di Parabita conserva ancora oggi tutta la sua forza.
Bibliografia
- Fabbri Pier Francesco, Vincenti Giorgia e Viva Serena – 2020 – “La posizione degli inumati e la contemporaneità della deposizione nella sepoltura paleolitica della Grotta delle Veneri (Parabita, LE)” – in Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi (a cura di) – La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) – Bibliotheca Archaeologica 58 – Bari – Edipuglia;
- Grifoni Cremonesi Renata – 2020 – “La sequenza stratigrafica e gli aspetti ideologici del Paleolitico superiore” – in Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi (a cura di) – La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) – Bibliotheca Archaeologica 58 – Bari – Edipuglia;
- De Grossi Mazzorin Jacopo – 2020 – “La parure in canini di cervo della sepoltura paleolitica” – in Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi (a cura di) – La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) – Bibliotheca Archaeologica 58 – Bari – Edipuglia;
- Calcagnile Lucio, Quarta Gianluca e D’Elia Marisa – 2020 – “Datazioni al radiocarbonio e analisi di provenienza delle ossidiane” – in Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi (a cura di) – La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) – Bibliotheca Archaeologica 58 – Bari – Edipuglia;
- Ingravallo Elettra e Grifoni Cremonesi Renata (a cura di) – 2020 – La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce) – Bibliotheca Archaeologica 58 – Bari – Edipuglia.
di Elvira Visciòla – 18 settembre 2026
