di Elvira Visciòla
Per oltre trent’anni, Göbekli Tepe ha restituito una presenza tanto discreta quanto enigmatica: quella dei morti. Non attraverso tombe intatte o necropoli, ma mediante centinaia di frammenti di ossa umane rinvenuti nei riempimenti delle monumentali strutture del sito. Frammenti appartenenti a uomini e donne di età differenti, dispersi tra sedimenti e materiali di riempimento e, in molti casi, impossibili da ricondurre a un individuo o a una sepoltura precisa.
Ora, per la prima volta, due sepolture relativamente integre offrono un termine di confronto per comprendere la storia di quei resti. Uno studio di Julia Gresky e Lee Clare, pubblicato il 22 settembre 2026 sulla rivista PLOS ONE (vedi “First burials give insights into mortuary rites at Göbeklitepe, Early Neolithic Türkiye | PLOS One”), propone infatti una nuova interpretazione della presenza delle ossa umane disperse a Göbekli Tepe. Secondo gli autori, una parte consistente di questi resti potrebbe provenire da sepolture originariamente integre, successivamente interessate dai processi di erosione e di accumulo dei sedimenti sul pendio della collina.
La nuova interpretazione, tuttavia, non risolve completamente il problema. Alcuni crani presentano infatti modificazioni intenzionali che continuano a suggerire l’esistenza di pratiche funerarie differenti e, forse, di forme specifiche di trattamento dei resti umani.
Un sito monumentale nel cuore del Neolitico anatolico
Göbekli Tepe si trova nella Turchia sud-orientale, nella regione di Şanlıurfa, e costituisce uno dei più importanti complessi archeologici del Neolitico del Vicino Oriente. Il sito è caratterizzato da grandi strutture monumentali, spesso circolari o ovali, all’interno delle quali furono eretti i celebri pilastri a forma di T, alcuni dei quali decorati con rappresentazioni di animali selvatici, figure umane e motivi incisi o scolpiti.
Le prime strutture monumentali appartengono alla fase finale del X e agli inizi del IX millennio BCE, nel contesto del Neolitico preceramico. La ricerca degli ultimi decenni ha progressivamente modificato l’immagine iniziale di Göbekli Tepe come esclusivo centro cerimoniale separato dagli insediamenti. Le indagini più recenti hanno infatti documentato una maggiore complessità dell’occupazione del sito e una compresenza di attività che sembrano appartenere tanto alla sfera rituale quanto a quella quotidiana. Proprio in questo quadro si inserisce il problema dei resti umani.
Fin dalle prime campagne di scavo, avviate nel 1995, frammenti ossei umani sono stati recuperati soprattutto nei riempimenti delle cosiddette special buildings, le grandi strutture monumentali del sito. Il materiale antropologico comprende individui di entrambi i sessi e di differenti classi di età, ma la loro dispersione rendeva estremamente difficile stabilire se si trattasse dei resti di sepolture distrutte, di deposizioni intenzionali o di una pratica funeraria specifica.
La questione assume un significato particolare in una regione nella quale il trattamento dei defunti durante il Neolitico antico appare estremamente diversificato. In diversi siti dell’Anatolia orientale sono documentate sepolture sotto i pavimenti delle abitazioni, deposizioni multiple e pratiche che coinvolgono specificamente il cranio. Göbekli Tepe sembrava però distinguersi proprio per l’assenza, fino a tempi recenti, di sepolture integre.
Le prime due sepolture
La svolta è arrivata con l’identificazione di due sepolture riferibili al Neolitico preceramico B, datato nel sito tra l’8700 e l’8000 BCE. Si tratta delle prime sepolture integre documentate a Göbekli Tepe e costituiscono quindi un importante elemento di confronto per interpretare il complesso dei resti umani rinvenuti nel sito. La prima sepoltura, individuata nel 2017 durante i lavori connessi alla realizzazione di un canale di drenaggio, era collocata al di sotto del pavimento intonacato di un edificio rettangolare. La fossa conteneva i resti di almeno tre individui: una donna adulta di oltre 35 anni, un uomo di età compresa tra i 20 e i 30 anni e una giovane di circa 11-14 anni. L’organizzazione dei resti suggerisce che i crani fossero concentrati in una zona della fossa, mentre parte delle ossa postcraniali si trovava accumulata in altre aree.
L’analisi antropologica lascia inoltre aperta la possibilità che nella deposizione fosse rappresentato un quarto individuo, sulla base di alcuni resti non perfettamente associabili ai tre soggetti identificati.
La configurazione e le dimensioni della fossa suggeriscono che i corpi non siano stati necessariamente deposti contemporaneamente, ma che siano avvenute in momenti differenti e i resti siano stati poi spostati per consentire nuove sepolture.
Particolarmente importante è l’assenza di evidenze di combustione, di trattamento con ocra o di specifiche tracce di macellazione sui resti. La presenza delle piccole ossa delle mani e dei piedi indica inoltre che gli individui erano stati originariamente deposti come corpi relativamente completi.
La seconda sepoltura, individuata nel 2012 e scavata integralmente soltanto nel 2022, si trova in un piccolo ambiente immediatamente a ovest del Recinto A. Conteneva i resti di una giovane donna di circa 20-30 anni, deposta sul fianco sinistro, con le gambe flesse e il volto orientato verso est. Il corpo era collocato sopra uno strato di pietre.
Anche in questo caso alcuni frammenti cranici presentano caratteristiche che non consentono un’attribuzione certa alla donna sepolta, lasciando aperta la possibilità che almeno una parte del materiale umano presente nell’area abbia una storia deposizionale differente.
Quando la tafonomia diventa la chiave dell’interpretazione
È proprio l’analisi tafonomica delle due sepolture a fornire il principale elemento di novità dello studio.
I resti delle due deposizioni mostrano infatti processi di frammentazione e alterazione molto simili a quelli osservati nei frammenti umani dispersi nei riempimenti delle strutture monumentali. Le ossa presentano fratture, tracce di rosicchiamento da parte di roditori e, soprattutto, estese incrostazioni calcaree.
Nella prima sepoltura, le incrostazioni interessano circa il 61% dei frammenti analizzati. La formazione di queste concrezioni può contribuire alla frammentazione dell’osso e alla sua successiva disarticolazione.
Un dato particolarmente significativo proviene dalla seconda sepoltura. Sebbene lo scheletro della giovane donna sia rimasto sostanzialmente nella posizione originaria, le sue ossa risultano fortemente frammentate: le estremità di diverse ossa lunghe sono andate perdute e alcuni elementi presentano fratture multiple.
Questa osservazione permette di formulare una nuova ipotesi sull’origine di almeno una parte dei frammenti umani dispersi a Göbekli Tepe.
Una collina che si muove
Secondo Gresky e Clare, alcune delle sepolture originariamente collocate nelle aree più elevate dell’insediamento potrebbero essere state progressivamente interessate dall’erosione e dai processi di accumulo lungo il pendio della collina.
I depositi provenienti dalle zone più alte avrebbero trasportato verso le aree inferiori sedimenti, materiali edilizi e resti umani. Le monumentali strutture di Göbekli Tepe si trovano infatti in una posizione più bassa rispetto ad altre parti del sito e potrebbero aver ricevuto progressivamente materiali provenienti dalle aree sovrastanti.
In questa prospettiva, la dispersione dei frammenti ossei non sarebbe necessariamente il risultato di una pratica rituale intenzionale. Una parte del materiale potrebbe essere stata trasportata e rimescolata da processi naturali e antropici avvenuti nel corso della lunga storia del sito.
La distribuzione dei frammenti sembra inoltre compatibile con questa interpretazione.
Ma il problema dei crani rimane
A Göbekli Tepe esiste infatti un insieme di testimonianze che continua a suggerire un trattamento intenzionale di alcuni resti cranici.
Già nel 2017 Julia Gresky, Juliane Haelm e Lee Clare avevano analizzato frammenti di tre crani caratterizzati da modificazioni intenzionali. Alcuni presentavano profonde incisioni lungo la linea mediana, mentre uno dei frammenti mostrava anche un foro. Queste evidenze erano state interpretate come possibile testimonianza di una forma finora sconosciuta di trattamento rituale del cranio nel Neolitico antico anatolico.
La ricerca del 2026 amplia il quadro, ma mantiene una posizione prudente. Le modificazioni craniche non possono essere semplicemente spiegate attraverso i processi tafonomici individuati per gli altri frammenti.
Il punto fondamentale è quindi distinguere due fenomeni che potrebbero essere coesistiti: da un lato, la presenza di resti umani dispersi in seguito alla trasformazione dei depositi e all’erosione del sito; dall’altro, pratiche intenzionali di trattamento di determinati resti umani.
È proprio questa distinzione a rendere Göbekli Tepe particolarmente interessante.
Un possibile culto dei crani?
Il trattamento dei crani non sarebbe isolato nel panorama del Neolitico anatolico e levantino. A Çayönü, per esempio, è noto il cosiddetto Skull Building, mentre in altri siti della regione sono documentate pratiche che prevedono la manipolazione e la conservazione dei crani.
A Göbekli Tepe, tuttavia, le modificazioni osservate su alcuni frammenti presentano caratteristiche particolari. La ricerca precedente aveva evidenziato sette frammenti cranici modificati appartenenti a tre individui, con incisioni e altre alterazioni intenzionali.
Anche l’iconografia del sito ha alimentato il dibattito. Alcune rappresentazioni mostrano figure umane prive della testa, mentre altre raffigurazioni e motivi decorativi sono stati messi in relazione con il trattamento della morte e dei defunti.
Questi elementi, tuttavia, non costituiscono da soli la prova dell’esistenza di un vero e proprio “culto dei crani”. Il termine rischia infatti di suggerire un sistema rituale unitario che le evidenze archeologiche non consentono ancora di ricostruire in modo completo.
Più prudentemente, i dati sembrano indicare che a Göbekli Tepe esistessero forme differenziate di trattamento dei resti umani, alcune delle quali potevano coinvolgere specificamente il cranio.
Il significato dei morti a Göbekli Tepe
La vera novità della ricerca non consiste dunque nell’aver trovato una risposta definitiva al problema dei resti umani, ma nell’aver modificato il modo in cui la domanda può essere posta.
Le due sepolture dimostrano che a Göbekli Tepe i defunti potevano essere deposti all’interno degli spazi abitati o in prossimità degli edifici, secondo pratiche note in altri insediamenti del Neolitico preceramico. I resti successivamente dispersi nei depositi delle aree monumentali potrebbero almeno in parte derivare da queste deposizioni.
Allo stesso tempo, la presenza di crani intenzionalmente modificati suggerisce che non tutti i resti umani debbano essere interpretati allo stesso modo.
Il quadro che emerge è quindi quello di una realtà funeraria complessa, nella quale deposizione dei corpi, trasformazione dei resti, erosione dei depositi e possibili pratiche rituali rivolte specificamente al cranio possono aver interagito nel corso della lunga frequentazione del sito.
Un enigma ancora aperto
Rimane inoltre un’importante questione cronologica.
Le due sepolture sono attribuite, sulla base del contesto archeologico, al Neolitico preceramico B, tra l’8700 e l’8000 a.C.; lo studio non presenta però nuove datazioni radiocarboniche direttamente effettuate sulle ossa delle due sepolture. Anche l’attribuzione cronologica dei frammenti cranici modificati non può essere definita con la stessa precisione.
Questo limite è particolarmente importante in un sito che fu frequentato e trasformato per un arco cronologico molto ampio. Per comprendere se le diverse pratiche funerarie siano state contemporanee o appartengano a momenti differenti della storia di Göbekli Tepe saranno quindi necessarie nuove analisi, comprese ulteriori indagini osteologiche e datazioni assolute.
La ricerca di Gresky e Clare restituisce così un’immagine ancora più articolata del sito. I frammenti umani dispersi nei grandi edifici potrebbero non essere il risultato di un’unica pratica rituale, ma parte della complessa storia deposizionale della collina. Al tempo stesso, alcuni individui potrebbero essere stati sottoposti a trattamenti specifici, che oggi possiamo solo in parte riconoscere attraverso le tracce lasciate sulle ossa.
Göbekli Tepe continua dunque a porre una domanda fondamentale sulla società neolitica: come venivano trattati i morti e quale rapporto esisteva tra i corpi, gli antenati, gli edifici e la comunità dei vivi?
Le nuove sepolture non chiudono il problema. Al contrario, permettono di affrontarlo con strumenti più precisi, mostrando quanto sia difficile distinguere, nel record archeologico, tra ciò che è stato intenzionalmente deposto e ciò che è stato trasformato dal tempo.
Ed è forse proprio questa la lezione più interessante di Göbekli Tepe: dietro i monumentali pilastri a T non emerge un unico sistema rituale, ma un insieme di pratiche funerarie ancora da ricostruire, nel quale il corpo umano poteva essere sepolto, spostato, frammentato e, in alcuni casi, forse trasformato in un oggetto destinato a rimanere visibile oltre la morte.
Bibliografia essenziale
- Gresky Julia e Clare Lee – 2026 – “First burials give insights into mortuary rites at Göbeklitepe, Early Neolithic Türkiye” – in PLOS ONE – vol. 21(9);
- Gresky Julia, Haelm Juliane e Clare Lee – 2017 – “Modified human crania from Göbekli Tepe provide evidence for a new form of Neolithic skull cult” – in Science Advances – vol. 3(6).
Elvira Visciòla – 25 settembre 2026



