Instancabile e appassionata ricercatrice studiò i graffiti dell’Addaura e salvò la collezione del Salinas. Siciliana d’adozione, lottò per i diritti delle donne.

«Jole Marconi Bovio la ricordo in età già matura, ad una «prima» del Teatro Massimo, elegantissima nel suo lungo abito di merletto nero, piccolina, il volto rotondo incorniciato dai capelli candidi e riccioluti, gli orecchini pendenti.

Una gentile signora dall’aria soave, che non denunciava certo nell’aspetto la studiosa di fama internazionale, l’archeologa colta e preparata, che per anni è stata uno dei personaggi di maggiore rilievo nel mondo scientifico siciliano».

Così scrive Anna Pomar, tratteggiando un ritratto straordinariamente suggestivo dell’archeologa – autrice di 67 pubblicazioni scientifiche – che ha condotto 30 campagne di scavi di archeologia e di preistoria in Sicilia, ricevendo la medaglia d’oro al merito della cultura e la menzione di commendatore della Repubblica.

Iole, siciliana d’adozione, nasce a Roma, il 21 Gennaio del 1897 da Giovanni Bovio, alto ufficiale piemontese e da Giulia Beccaria discendente del celebre Cesare autore del saggio “Dei delitti e delle pene”.

Si laurea in lettere nel 1921 all’ Università La Sapienza e grazie a una borsa di studio riesce a specializzarsi nel 1924 presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene.

Durante gli studi in Grecia, tra scavi e reperti del mondo classico, Jole finisce per innamorarsi di un collega archeologo, il veronese Pirro Marconi.

Tornati in Italia nel 1926 Jole e Pirro si sposano e lei adotta anche il cognome del marito. La coppia si trasferisce in Sicilia dove su invito dell’archeologo Paolo Orsi nel 1927 Pirro Marconi ottiene l’incarico di direttore dal 1929 al 1932 del Museo nazionale di Palermo e dell’ufficio delle Antichità della Sicilia Occidentale.

Nel 1928 Jole mette al mondo una bimba, Marina. Il matrimonio e la maternità non costituiscono un ostacolo per la giovane archeologa, che si dedica con il massimo impegno a numerose campagne di scavi nell’isola, nelle province di Palermo, di Trapani e di Agrigento.

A poco a poco, con piglio deciso davanti alle tante difficoltà di una professione di generalmente riservata agli uomini, Jole riuscirà a percorrere una brillante carriera.

Una ferrea volontà e una grande passione guidano questa femminista ante litteram e suffragetta che ancora ragazza, prima ancora dell’avvento del fascismo, aveva aderito con grande entusiasmo alla battaglia per il diritto di voto delle donne.

Jole è instancabile: si occupa sia degli scavi che della catalogazione dei reperti, sin dalle prime campagne a Boccadifalco e a Termini Imerese.

Nel dicembre 1936 il marito Pirro viene chiamato a dirigere la missione archeologica italiana in Albania ma Jole rimane a Palermo, dove nel 1937 riceve l’incarico di Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Palermo. Nel 1938 si occupa di una seconda campagna di scavi nella Grotta del Vecchiuzzo (Petralia Sottana) e delle fortificazioni megalitiche sulla Rocca di Cefalù.

Sulla tranquilla vita di Jole, fatta di studio e lavoro, si abbatte però all’improvviso una terribile disgrazia: il 30 aprile del 1938 Pirro, che sta tornando in Sicilia dall’amata moglie, muore in un incidente aereo nel cielo di Formia e Jole rimane prematuramente vedova. Il lavoro diventa la sua ragione di vita, abbraccia la sua missione con impegno e dedizione.

Nel 1939 viene chiamata a ricoprire il ruolo di soprintendente alle Antichità e alle Belle Arti per la Sicilia occidentale. In Italia in quel periodo solo due le donne che ricoprono questo ruolo, Jole Bovio Marconi e Bruna Forlati Tamaro.

Jole rimane direttrice della Sovrintendenza archeologica della Sicilia Occidentale dagli anni Trenta e fino agli anni Sessanta.

Durante la seconda guerra mondiale nel 1941 è reggente delle Soprintendenze di Agrigento e Caltanissetta. Quando si moltiplicano le bombe su Palermo, la Bovio, in qualità di soprintendente alle antichità e belle arti per la provincia di Palermo chiede al prefetto un intervento immediato per l’assegnazione di legname per incassare le sculture di Selinunte e Himera.

Si dedica con infaticabile impegno alla messa in sicurezza delle collezioni del Museo Nazionale, trasferendo alcune opere, opportunamente imballate, negli scantinati e spostando 165 dipinti, 41 opere di scultura, 1072 opere d’arte varia, 449 oggetti di oreficeria e di antiquarium, nonché alcune migliaia di monete in un luogo segreto, per motivi di sicurezza genericamente citato come “rifugio (…) in località isolata (solo nel 1946 verrà rivelato il luogo segreto: l’abbazia benedettina di San Martino delle Scale)”.

La Bovio fa appena in tempo a mettere in salvo il patrimonio archeologico: il bombardamento del 5 Aprile 1943 infatti colpisce la Chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, distruggendo un’ala del Museo Archeologico Salinas (ex convento dei padri filippini).

Al termine della guerra, è sempre Jole ad occuparsi del restauro dell’edificio e della nuova sistemazione delle collezioni, in raffinate vetrine espositive di nuova concezione, realizzate da Fontana Arte.

Il difficile lavoro di restauro, caratterizzato dalla esiguità dei fondi a disposizione, dura ben sette anni, fino all’ aprile del 1952 quando il Museo Salinas riapre i battenti.

Jole non si ferma: negli anni successivi alterna il ruolo di Direttore e soprintendente a quello di insegnante, le viene infatti affidata la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana (dal 1943 al 1948) e di Paleontologia dal 1944 fino al 1967.

Nel 1953 vengono pubblicati i suoi studi su i graffiti dell’Addaura. La versione ufficiale della scoperta è che nel 1943 lo scoppio accidentale di un deposito di munizioni ed esplosivi delle forze Alleate, in una grotta di Monte Pellegrino, con il conseguente crollo di una parete, aveva portato alla luce graffiti fino ad allora coperti dalla patina del tempo.

Uno straordinario complesso di incisioni rupestri databili fra l’Epigravettiano finale e il Mesolitico, raffiguranti con molta probabilità, un rito sciamanico.

I graffiti in realtà erano stati scoperti da Giovanni Cusimano, un cercatore di tesori, ma è solo dopo un fortuito incontro con Giosuè Meli (all’epoca assistente della Soprintendenza, colui che dal 1949 aveva effettuato gli scavi alla Grotta del Genovese nell’Isola di Levanzo) e Giuseppe Saccone (appassionato di archeologia) che il Cusimano aveva deciso di mostrar loro i graffiti della Grotta dell’Addaura.

Subito dopo era stata informata la Soprintendente Jole Bovio Marconi che da quel momento si era attivata con entusiasmo per studiare e tutelare questo patrimonio.

Negli anni ’50 La Bovio scava nella grotta di Niscemi sul Monte Pellegrino, nella Grotta di Cala Genovesi sull’isola di Levanzo, nelle Egadi, ad Erice e a Marsala (l’antica Lylibeum).

Tra il 1957 e il 1959 la Bovio progetta e realizza l’anastylosis (“risollevamento”) di alcune colonne del tempio E di Selinunte, per consentire ai visitatori una migliore lettura del sito archeologico. Questo intervento tuttavia suscita ancora adesso critiche e perplessità.

Jole è anche sempre pronta a portare avanti e a sostenere i diritti delle donne, nella società e nelle professioni: è un membro autorevole della Fildis (la prima associazione femminile internazionale presente a Palermo) ed è socia fondatrice e poi presidente del Soroptimist Club di Palermo.

È inserita a pieno titolo nel mondo intellettuale siciliano per la sua cultura, la sua passione per la musica lirica e per i concerti, l’amore per le arti e la pittura.

Il suo percorso di archeologa termina nel 1979, con la pubblicazione del lungo lavoro degli scavi nella Grotta del Vecchiuzzo.
Jole Bovio Marconi si spegne a Palermo, dopo una vita intensa, il 14 Aprile 1986.

A dieci dalla sua morte, nel 1996, la direzione del Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas” decide di intitolare a questa donna veramente straordinaria la sezione preistorica del museo e di dedicarle un volume nei Quaderni del Museo.

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale

Articolo originale pubblicato il 1 Agosto 2022 da BALARM

Qui il link a RaiPlay Italiane dedicato a Jole Bovio Marconi
Da Grazia Deledda a Rita Levi Montalcini, da Francesca Cabrini a Nilde Iotti. Figlie del popolo o aristocratiche, raffinate o incolte, “Italiane” è un affresco di circa 250 storie che, a partire dal Risorgimento, racconta il nostro paese attraverso la vita delle tante donne a cui noi tutti dobbiamo dire grazie e verso le quali si sente il dovere civile di conservarne la memoria e proseguirne l’impegno.  In tutte risiede il merito di aver contribuito alla crescita collettiva delle donne, alla loro emancipazione e alla consapevolezza d’essere protagoniste. “Italiane” è una produzione Rai Per il Sociale realizzata in collaborazione con il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento per le Pari Opportunità della PCM, la Direzione Radio Rai e RaiPlay Sound