La scheda è stata curata da Elvira Visciola

La statuina è una piccola testina in argilla, contornata dalla capigliatura resa con una serie di tacche incise a distanze regolari; il volto è piatto, con il profilo leggermente obliquo e rivolto verso l’alto da cui emerge il profilo del naso. Gli occhi sono segnati da due incisioni orizzontali, mentre la bocca è rappresentata da un triangolo isoscele con il vertice rivolto verso il basso ed al suo interno un’incisione attraversa il vertice con una linea continua che prosegue fino al collo e termina con una linguetta che sporge di circa 1 cm.; questo modo di rappresentare la bocca, il triangolo rivolto verso il basso, in ambito neolitico raffigura la vulva rigeneratrice, rilevata in vari monumenti sepolcrali oltre che su numerosi vassoi antropomorfici di area egea, laddove associata ad altri simboli rappresentava la Dea nel suo aspetto di morte e rinascita. Al di sopra della bocca, l’insieme naso e sopracciglia, unici particolari anatomici in rilievo sul volto, costituiscono un unico plastico con schema cosiddetto a “T”, sintetizzando una testa bovina o taurina, simbologia neolitica piuttosto frequente, sia sulle ceramiche rituali balcaniche che nelle ceramiche di stile Serra d’Alto, successivamente diffusa nei rilievi di teste taurine delle Domus de Janas Sarde.

Entrambi i simboli, la vulva e la testa taurina sono simboli della rigenerazione, ossia della immediata trasformazione dalla morte alla vita, inneggianti al tema della fertilità e quindi al culto agricolo di queste popolazioni connesse al ciclo delle stagioni, dei raccolti, della luna, nell’unico principio del continuo rigenerarsi della vita. Allo stato attuale non è facile indicare con certezza le caratteristiche di questi culti, possono essere fatte solo delle ipotesi, così come non è certo se fossero ristretti ad ambito familiare o ad una comunità più ampia.

La parte posteriore della statuina non è rifinita, ha una superficie scabra e termina in basso con una linguetta arrotondata, come se dovesse essere posta direttamente sul terreno o su un supporto non ritrovato, forse perché realizzato con materiale deperibile.

Sono state individuate tracce di ocra rossa sul lato interno destro della capigliatura, all’altezza del collo, mentre sul volto sono presenti tracce di colore biancastro. Laddove è stata ritrovata la statuina, la superficie era completamente sommersa di acqua marina, che probabilmente ha avuto nel tempo un effetto devastante sulle superfici dipinte, contribuendo alla parziale cancellazione delle colorazioni.

Sotto il profilo stilistico questa statuina non ha validi confronti in Italia, mentre sul piano simbolico si può fare riferimento al mondo ideologico delle comunità agricole apulo-materane del II millennio; invece, influssi culturali provengono dall’area balcanica della cerchia di Butmir, ma con profonde connotazioni autoctone, tali che la statuina risulta essere originale e unica nel suo genere.

Nella grotta sono stati trovati anche due ciottoli dipinti in ocra rossa, con decorazioni astratte e geometriche stese solo su un lato del ciottolo.

Il primo ha forma romboidale, piatto su entrambe le facce, con un leggero avvallamento sulla parte anteriore e corrispondente ingobbimento sul lato opposto. Ha dimensioni di circa 16,1 di altezza, 9,3 di larghezza e 2 cm. di spessore; tutto l’insieme plastico suggerisce la visione di una parte inferiore più larga e tozza e di una superiore più slanciata ed appuntita. Il ciottolo è interamente contornato da una fascia rossa di circa 1 cm. di larghezza lungo tutto il perimetro che diventa molto più spessa nella parte apicale, al cui centro è localizzato un ovale meno tinteggiato. In corrispondenza della massima larghezza del ciottolo si dipartono verso il centro 7 segmenti dello spessore di circa 1 mm. e lunghi tra 1 ed 1,5 cm. Si intravedono anche altre linee oblique, sempre direzionate verso il centro del ciottolo, ma rese poco evidenti, forse perché colorate meno intensamente già all’origine o forse in conseguenza del cattivo stato di conservazione, visto che i reperti sono stati a lungo sommersi nell’acqua.

L’altro ciottolo è oblungo ed ha due facce piatte, con il lato sinistro dritto ed il destro curvo. Ha le dimensioni di 6,9 di altezza e 3,8 cm. di larghezza; la decorazione in ocra rossa presenta 3 fasce parallele e oblique, poste nel punto di massima larghezza del ciottolo tale da dividerlo in due sezioni. Da questa fascia partono 13 linee in senso ortogonale, estese verso l’alto e verso il basso seguendo la forma naturale del sasso infatti, in prossimità delle estremità, le linee tendono ad allargarsi dando l’effetto di una raggiera.

Note storiche

La statuina è stata rinvenuta dal prof. Francesco Biancofiore durante le campagne di scavi condotte tra il 1975 ed il 1977 nella Grotta di Cala Scizzo, una cavità semi artificiale lunga 16 metri e larga circa 7 metri nella zona centrale; si compone di un vano principale quadrangolare, di un piccolo vano ipogeo ellissoidale posto sul lato destro al quale si accede tramite una corsia più stretta e di un retrogrotta terminale posto ad un livello di circa 1 metro più basso, con due diramazioni laterali. L’imboccatura della grotta coincide con la linea di battigia, pertanto in occasione degli scavi è stato necessario costruire un sistema di dighe, ancora esistenti in loco, al fine di aspirare l’acqua che ricopriva l’intera superficie. Nella parte centrale della grotta è stato estrapolato un profilo stratigrafico con l’individuazione di due parti nettamente distinte divise da uno strato sterile, di cui il tratto inferiore, il livello I, è datato tra il Neolitico medio avanzato ed il Neolitico finale, con materiali ceramici ascrivibili alla fase Serra d’Alto (dall’omonimo sito in provincia di Matera che ha dato il nome alla facies culturale, caratterizzata da una specifica ornamentazione complessa a spirali e meandri dipinti, plastici o incisi) ed alla fase finale Diana –Bellavista (con una ornamentazione più semplice, dipinta in rosso monocromo o con motivi spiralici incisi), mentre il livello II si colloca esclusivamente nel Neolitico finale, con materiali di tipo Diana-Bellavista; l’ultimo livello, lo strato III, è invece datato all’Eneolitico, caratterizzato dall’inclusione di due sepolture umane.

Anche il piccolo ipogeo situato a destra della cavità centrale ed il retrogrotta appartenevano al livello I della sequenza stratigrafica.

Nel corso delle indagini di scavo è stato possibile appurare un differente uso dei vari ambienti della grotta: mentre la parte antistante è stata frequentata per un lungo periodo di tempo, con la presenza di piani di calpestio e grandi focolari usati anche in maniera discontinua e a più riprese, il retrogrotta invece è stato utilizzato come un’area sacra, divisa dalla parte antistante attraverso un recinto lapideo costituito anche da alcune lastre di pietra calcarea simili a stele, maltate con argilla rossiccia ed infisse nel terreno. Due di queste stele erano nei pressi dell’ingresso al recinto, reclinate verso l’esterno con accanto una grande quantità di macine rotte sparse, avvallate dall’uso e, al di sotto di una di queste, è stato ritrovato il ciottolo dipinto più grande e, poco distante, nel vano centrale è stato reperito il ciottolo dipinto più piccolo. In un’altra porzione di recinto, presso l’angolo sud orientale, c’erano altre tre stele piatte, di forma rettangolare, alla cui base è stata raccolta la statuina. Le circostanze del ritrovamento hanno fatto pensare alla possibile attestazione di un rituale propiziatorio legato all’agricoltura, al quale rimandano anche le macine ed i resti di offerte di frumento ed orzo, ampiamente sparsi all’interno della grotta. I rituali attinenti al mondo spirituale sono sempre connessi con il binomio fecondità-fertilità espressi sia nella rappresentazione dei tratti essenziali del volto della statuina che incisi schematicamente sul corpo dei vasi.

Nell’ambito delle attività archeologiche, la direzione dello scavo è stata affidata ad Alfredo Geniola, mentre il rilievo stratigrafico al professore Donato Coppola.


NOME Statuina (Venere) di Cala Scizzo – Torre a Mare (BA)
OGGETTO STATUINA FEMMINILE
CRONOLOGIA Le circostanze del rinvenimento della statuina nel contesto culturale del deposito archeologico dello strato I rendono abbastanza certa la sua datazione allo stile tardo Serra d’Alto, con 2 datazioni radiometriche disponibili, la prima riferibile al 4555-3508 a.C. e la seconda al 3426-3382 a.C. La successione stratigrafica emersa durante gli scavi ha permesso di concludere che la grotta è stata frequentata per ragioni prevalentemente cultuali in un periodo di tempo compreso tra il Neolitico medio avanzato e l’Eneolitico iniziale.
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO La statuina è stata ritrovata all’interno della Grotta di Cala Scizzo, una cavità semi artificiale a diretto contatto con il mare nel settore costiero di Punta della Penna, presso il comune di Torre a Mare. La Grotta non è molto lontana dalla necropoli di Cala Colombo con la quale condivide molti elementi culturali. - Provincia di Bari
CONTESTO AMBIENTALE Grotte, Ipogei
REPERTI ESPOSTI

La statuina è custodita nel museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari, in Via Venezia 73, tel. 080-5412596.

STATO DI CONSERVAZIONE

La statuina è in ottimo stato di conservazione, mentre la grotta è in totale stato di abbandono, non visitabile poiché mancano del tutto le condizioni di sicurezza.

DIMENSIONI Altezza complessiva di 7 cm., di cui 1 cm. è occupato dalla capigliatura, larghezza massima di 4 cm., mentre il volto è di 2,7 cm.
CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
LINK ESTERNI

Per il Museo Archeologico di Santa Scolastica a Bari

BIBLIOGRAFIA
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  2. Luigi Palmiotti – Il popolamento antico nella Puglia centrale – Antonio Cortese Editore – Trani 2004;
  3. Paola Mazzieri, Marta Colombo, Maria Bernabò Brea e Renata Grifoni Cremonesi – Contatti e scambi tra la cultura Serra d’Alto e i vasi a bocca quadrata: il caso delle ollette tipo San Martino – in Actes Congres Internacional “Xarxes al Neolitic. Circulacio i intercanvi de materies, productes i idees a la Mediterrania occidental (VII-III millenni aC)” – Gavà 2012 – pp. 351-361;
  4. Alfredo Geniola e Rocco Sanseverino – Aspetti del Neolitico maturo sul versante adriatico meridionale dell’Italia – in Actes Congres Internacional “Xarxes al Neolitic. Circulacio i intercanvi de materies, productes i idees a la Mediterrania occidental (VII-III millenni aC)” – Gavà 2012 – pp. 413-418;
  5. Alfredo Geniola e Rocco Sanseverino – Aspetti cultuali di alcuni ipogei neolitici nella Puglia centrale – in Atti dell’undicesimo incontro di studi “Preistoria e Protostoria in Etruria – Paesaggi cerimoniali. Ricerche e scavi” – vol. II – Milano 2014 – pp.433-442;
  6. Maria Antonietta Fugazzola Delpino, Vincenzo Tiné – Le statuine fittili femminili del Neolitico Italiano. Iconografia e contesto culturale – Bollettino di Paletnologia Italiana – 2002-2003 – pp. 19-51;
  7. Mario Giannitrapani – Coroplastica Neolitica Antropomorfa d’Italia – Bar International Serie 1020 – Oxford 2016;
  8. Renata Grifoni Cremonesi e Annaluisa Pedrotti – L’arte del Neolitico in Italia: stato della ricerca e nuove acquisizioni – XLII riunione scientifica dell’I.I.P.P. L’arte preistorica in Italia. Trento, Riva del Garda, Val Camonica, 9-13 ottobre 2007;
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