La scheda è stata curata da Francesca Re

All’interno delle rappresentazioni della Dea Madre appartenenti alla cultura di Ozieri (o di San Michele)[1] 3200/2800 a.C., si trova la Dea Madre di Porto Ferro. Si tratta della rappresentazione di una figura femminile nuda ed eretta con la testa circolare e viso appena sbiecato verso l’alto, il collo lungo e sottile, il tronco trapezoidale, le braccia ripiegate ad angolo retto sulla vita e infine l’addome e le gambe condensati in un piccolissimo volume semi-troncoconico che si allarga lungo i fianchi. Unici elementi figurativi in rilievo sono il lungo naso triangolare, le due mammelle coniche e il risalto posteriore dei glutei. Sempre nella parte posteriore si trova una leggera incisione verticale per indicare la colonna vertebrale, mentre una serie di tacche regolari e ravvicinate lungo il contorno delle spalle e delle braccia potrebbero indicare una sorta di stola.

Si tratta di una figura femminile in marmo scarna, spigolosa, morfologicamente e simbolicamente molto diversa dalla Dea Madre volumetrica di Bonu Ighinu, ma dall’enorme valore simbolico, lo stile è cruciforme o planare (Lilliu 1999). Si assiste quindi nel tempo ad un grande cambiamento: si passa da numerosi esemplari dalle forme morbide e accoglienti, quasi a simboleggiare una divinità consolatrice, protettiva e dispensatrice di abbondanza, ad una dalla forma scheletrica, sicuramente più distante, trascendente e distaccata.

Viene chiamata Dea Morte, quasi tutte le statuette sono di colore bianco, con forme rigide, le braccia scompaiono o sono schematiche e il corpo termina con una forma definita a cono, a “crisalide” o a cuspide; sono figure piatte, i seni appena abbozzati, il collo lungo e nel viso spicca soltanto il naso che ha sempre più la forma del becco di un uccello. Una Dea sempre più lontana dalla realtà ed astratta, appartenente alle Dee che Gimbutas chiama “Rigida Signora”, nel caso della Dea Madre di Porto Ferro, le braccia staccate dal corpo costituiscono una variante stilistica locale; la schematizzazione di queste riporta al gesto sacro di porre le mani sotto i seni, già presente in molte altre statuine.

Questo genere di statue cruciformi del tardo neolitico provengono sia da insediamenti sia da sepolture; quelle fittili sono più frequenti nei villaggi, mentre quelle create con la pietra sono state ritrovate principalmente all’interno di tombe. Le statuine eneolitiche con schema a placca traforata appaiono quasi esclusivamente in contesti funerari e cultuali; ciò allontana dall’ipotesi di creazione di statuine antropomorfe a fini ludici. Proprio i luoghi in cui sono state rinvenute prova come dietro esse ci sia un significato alto e condiviso che va ben oltre il tempo e lo spazio, accomunando in epoche diverse popolazioni di differenti etnie, distanti tra loro migliaia di chilometri. Numerosa letteratura antropologica ed archeologica attribuisce a questi oggetti un valore superiore, un archetipo dall’enorme valore generativo e fortemente connesso alla storia delle popolazioni stesse. La statuina è stata trovata insieme ad altri 4 frammenti molto simili.

Del secondo frammento si conservano solo la testa, il collo e parte del busto con un residuo di braccia; ha dimensioni massime di cm. l 8,10 x sp 0,9 x h 12,00.

Del terzo frammento, come per il secondo, si conservano solo la testa, il collo e parte del busto con un residuo di braccia; ha dimensioni massime di cm. l 9,20 x sp 1,30 x h 13,00.

Il quarto frammento è privo della testa e della parte terminale del corpo, mentre il petto e le braccia sono complete; ha dimensioni massime di cm. l 8,70 x sp 1,20 x h 11,20.

Del quinto frammento si conserva solo il busto, senza testa, braccia e parte terminale del corpo; ha dimensioni massime di cm. l 4,00 x sp 1,70 x h 8,90.

[1] La Cultura di Ozieri venne definita la prima grande cultura sarda, il suo nome proviene da una grotta (San Michele) presso la città di Ozieri, dove furono rinvenuti per la prima volta dei reperti archeologici con una fattura mai vista in precedenza che identificavano chiaramente un grande progresso culturale e sociale delle popolazioni dell’isola.

Note storiche

La statuina è stata rinvenuta poco dopo il 1940 insieme ad altri quattro esemplari simili in uno scavo non controllato di una sepoltura ipogeica nella zona di Porto Ferro (Alghero).


NOME Statuina (Dea Mare) di Porto Ferro
OGGETTO STATUINA FEMMINILE
FASCIA DI DATAZIONE Eta’ Del Bronzo - 4.000 – 3.000 anni fa
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Porto Ferro, Alghero. - Provincia di Sassari
CONTESTO AMBIENTALE Ipogei
REPERTI ESPOSTI

La statuina è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, in Piazza Arsenale – tel. 070-655911, 070-60518248.

STATO DI CONSERVAZIONE

La statuina è in buono stato, ma presenta una rottura in corrispondenza del collo.

DIMENSIONI Larghezza cm. 11,2, altezza cm. 30 e spessore massimo di cm. 2.
CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
LINK ESTERNI

Per il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

BIBLIOGRAFIA
  1. Marija Gimbutas – Il linguaggio della Dea – Le Civette di Venexia Edizioni 2008;
  2. Giovanni Lilliu – Arte e religione della Sardegna Prenuragica – 1999;
  3. Giuseppe Tanda, Carlo Lugliè – Arte preistorica in Sardegna – CUEC Editrice 2008;
  4. Alberto Moravetti, Paolo Melis, Lavinia Foddai e Elisabetta Alba – La Sardegna preistorica. Storia, materiali, monumenti – Regione Autonoma della Sardegna 2017.

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