La scheda è stata curata da Barbara Crescimanno

Il “riparo sotto roccia” si trova nella zona di Centuripe (Enna), in contrada Picone, sulla riva destra del fiume Simeto, a soli 2 km dalla necropoli stentinelliana di Fontanazza, sulla sponda opposta del fiume (vedi fig. 1).

La definizione di “riparo” è inesatta: il luogo, infatti non protegge dagli agenti atmosferici; la parte superiore ha una apertura abbastanza ampia da permettere l’osservazione del cielo, ed è esposta ai venti da tre lati; per le caratteristiche del luogo e dei ritrovamenti sembra far pensare, piuttosto, ad un luogo di culto.

Il riparo ha per pareti dei poderosi massi di arenaria, franati e appoggiati l’uno all’altro a formare diversi anfratti, che sembrerebbero quasi, per il loro aspetto dolmenico, sistemati da mano umana; per pavimento – parzialmente – un altro blocco di arenaria spianato e lisciato dall’erosione del fiume in epoche remote; lungo una parete del riparo (quella di fronte al complesso pittorico che stiamo per descrivere) è presente una banchina naturale.

Sulla parete maggiore si possono distinguere numerose pitture, le uniche finora documentate della Sicilia orientale. Trovandosi praticamente all’aperto e a pochi metri da quella via naturale di comunicazione che era il Simeto, le pitture “dovevano essere accessibili a tutte le comunità sparse lungo il corso del fiume, e un loro punto di riferimento centrale” (G. Biondi, 2017). Il complesso pittorico è composto da due gruppi distinti (vedi fig. 2).

Il primo gruppo, che sembra il più antico, è formato da due figure in pittura nera, ormai quasi evanescenti e rese visibili solo dalla fotografia ad infrarosso (vedi fig. 3).

La prima è un bovide con lungo corno ricurvo, che ricorda – per ambito stilistico e cronologico – i bovidi dell’Addaura, espressioni dell’arte del Tardo Paleolitico, o quelli della Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo, o ancora le raffigurazioni rupestri in stile bovidiano dell’Africa settentrionale (G. Biondi, 2002). Il bovide del Cassataro può essere genericamente inquadrabile in una fase stilistica della fine del Paleolitico.

La seconda è una figura antropomorfa che sembra in posizione di danza, con un piccolo oggetto rotondo tenuto al fianco sotto ad un braccio, verosimilmente un tamburo; questa figura, e la proposta di identificazione, sono state confrontate con un simile oggetto rotondo, ritratto in mano ad uno dei personaggi degli “affreschi” di Çatal Hüyük, in Anatolia (vedi Fig. 4).

L’accentuato schematismo, a cui si aggiunge un forte senso di dinamismo, rende questo elemento nettamente diverso, dal punto di vista stilistico, da quello precedente e lo avvicina alle espressioni figurate postpaleolitiche” (G. Biondi,  2002).

Il secondo gruppo (vedi fig. 5), che parzialmente ricopre il primo ed è dunque probabilmente successivo, è composto da numerose figure in ocra rossa (ematite e altri minerali, ricchi di ossido di ferro), che possiamo stilisticamente datare al Neolitico; in posizione abbastanza centrale nella composizione si trova una figura “reticolare” (la figura n. 3 della seconda immagine) a righe verticali e orizzontali, che si può confrontare con esempi simili di altri reticoli ricorrenti nell’arte preistorica, interpretati in vario modo: la rappresentazione schematica di un gregge, oppure degli “idoliformi” (vedi fig. 6).

Attorno a questa appaiono una serie di figure di incerta lettura, ma che sono state interpretate come antropomorfe (vedi fig. 7); in realtà solo la prima da sinistra (la n. 1 delle immagini) è immediatamente riconoscibile come essere umano, per quanto reso schematicamente, in uno stile che può essere confrontato con alcune pitture rupestri trovate in Spagna (vedi fig. 8) e in Francia (vedi fig. 6), dalla forma “a Φ” che caratterizza numerosi tipi antropomorfi dello stesso periodo storico; la fascia orizzontale sulla sommità delle gambe della figura n. 1 è stata interpretata come un gonnellino e l’appendice sul lato sinistro (per chi osserva) potrebbe essere un accessorio della veste o un oggetto tenuto dal personaggio. Il piccolo semicerchio tracciato subito al di sopra della barra orizzontale potrebbe essere interpretato come il bacino, o come un espediente per rendere simbolicamente il sesso femminile. Anche in questo caso è stato proposto un confronto con i dipinti murali di Çatal Hüyük in Anatolia (vedi fig. 4 e 4.1); pur se eseguiti in uno stile meno schematico possono aiutare a dare una ipotesi di lettura iconografica a questa prima figura in rosso.

La chiave di lettura delle altre immagini in ocra, che non trovano precisi confronti in altri complessi figurati rupestri, va cercata all’interno della stessa “scena”. Confrontando le figure nn. 4, 5, 6 con l’antropomorfo n. 1 [immagine 7], infatti, risulta evidente che sono tutti composti da un unico elemento base: una forma geometrica chiusa, tendente al quadrangolare, con un prolungamento sul lato sinistro e un semicerchio all’interno” (G. Biondi, 2017); questo ci porta a ipotizzare TUTTI gli elementi della scena come antropomorfi, compresa la figura 2, che sembra avere, come la 1, le gambe aperte forse a rappresentare il movimento. “Nell’arte rupestre post-paleolitica, del resto, oltre alla generica tendenza all’astrazione, è ben documentata anche quella a rappresentare la figura umana priva di una o più parti del corpo” (G. Biondi, 2002). Gli antropomorfi, interpretati come femminili, sembrano essere rappresentati in posizione di movimento, forse di danza, forse oranti.

Sul pavimento del rifugio troviamo anche una ventina di piccole coppelle (incisioni semisferiche coniche o concave, vedi fig. 9 e 10) di incerta datazione; tra queste, quattro sono collegate a due a due da una canaletta scavata tra di esse. Le coppelle sono una tipologia di incisione che è stata documentata dal Paleolitico medio fino a età storica; il loro significato è ancora controverso: forse atte a contenere offerte di liquidi, forse rappresentazioni astronomiche. Vengono comunque connesse alla sfera del sacro.

Nei pressi del riparo sono stati osservati manufatti che vanno da una probabile industria paleolitica inferiore e neolitica (lame di ossidiana e altri strumenti in pietra) alla ceramica geometrica o impressa del primo o medio neolitico; da frammenti di materiale castellucciano del Bronzo antico (compreso un corno fittile, trovato a pochi metri dall’ingresso del riparo, vedi fig. 11) al coccio greco, fino ad una fase tardo antica – bizantina (V-VII sec. d.C.). Questi ritrovamenti non fanno pensare ad una presenza umana stanziale, ma ad una frequentazione saltuaria.

Possiamo ipotizzare che il sito, facilmente raggiungibile, sia stato utilizzato come luogo di culto dai gruppi e dalle comunità della piana di Catania e della zona ai piedi dell’Etna che, nel corso del Neolitico, si sono sedentarizzate lungo i principali corsi d’acqua, a causa dello svilupparsi delle pratiche di agricoltura e allevamento.

La collocazione del rifugio è infatti al margine occidentale della pianura catanese in cui insistevano comunità con pratiche di allevamento e agricoltura, in una zona al confine con la parte interna e più “selvaggia” dell’isola: il sito si trova significativamente nella pianura formata dai fiumi Salso e Dittaino, in prossimità della loro confluenza con il Simeto, vie fluviali strategiche utilizzate dai gruppi neolitici per penetrare verso la Sicilia centrale.

I dati raccolti dalla zona degli Erei, accanto a quelli del resto dell’isola e delle grotte preistoriche dell’Italia centro-meridionale, suggeriscono che anche in Sicilia è possibile riconoscere gli aspetti di una religiosità preistorica sotterranea in cui le grotte, e anche i ricoveri o ripari, assumono un marcato valore ideologico: una struttura rituale che comprende elementi come il culto delle antenate e degli antenati, la consumazione di pasti rituali e il culto dell’acqua; struttura evidenziata anche dai ritrovamenti archeologici, ma che dovrà essere definita con sempre maggiore accuratezza (anche nei suoi aspetti sociali e politici) nei futuri studi.

La trasformazione delle relazioni sociali in strutture gerarchiche, dalla prima Età del Rame nel IV millennio a.C., è esplicitamente rivelata da una crescente attività religiosa e rituale svolta dalle comunità siciliane sia all’interno delle varie necropoli rupestri che nelle grotte e nei ricoveri, con una parabola sociale e culturale che si sviluppa anche nelle fasi successive, fino al periodo storico.

Note storiche

Il riparo prende il nome da Giuseppe Cassataro, appassionato di archeologia di Acireale, che lo scoprì negli anni Settanta del secolo scorso.


NOME Riparo Cassataro
OGGETTO PITTURE O GRAFFITI RUPESTRI
FASCIA DI DATAZIONE Paleolitico Superiore - Fino A 10.000 anni fa, Neolitico - 8.000 – 5.000 anni fa
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Riparo Cassataro in località Centuripe - Provincia di Enna
CONTESTO AMBIENTALE Ripari
STATO DI CONSERVAZIONE

Medio-buono stato di conservazione per le figure rosse; pessimo per le figure nere.

CONDIZIONE GIURIDICA Sito all’interno di un terreno privato.
BIBLIOGRAFIA
  1. Erasmo Recami, Carmelo Mignosa, L. R. Baldini, Nuovo contributo sulla preistoria della Sicilia, in Sicilia Archeologica 52-53, 45-82, anno XVI – 1983;
  2. Erasmo Recami, M. Arcidiacono, U. Longo, L. R. Baldini – Nuove notizie sulla preistoria della Sicilia Orientale. Natura – Soc. Ital. Sc. Nat. Museo civ. Stor. Nat. E Acquario civ. – Milano 1976;
  3. Erasmo Recami, L. R. Baldini – La scoperta del paleolitico antico nella Sicilia orientale e nuove notizie sulla preistoria siciliana – Natura Alpina – Trento 1977;
  4. Agatino Reitano – L’arte preistorica in Sicilia in Speleo Etna Anno 21° – Numero 4 – dicembre 2003;
  5. Giacomo Biondi – Le pitture rupestri del “Riparo Cassataro” in contrada Picone, nel territorio di Centuripe – da Scavi e ricerche a Centuripe, (a cura di) G. Rizza, Consiglio Nazionale delle Ricerche, I.B.A.M Catania 2002;
  6. Giacomo Biondi – Le pitture rupestri del “Riparo Cassataro” lungo il corso del fiume Simeto, in La Sicilia e l’altrove, maggio 2017;
  7. Enrico Giannitrapani – From Cave to Dolmen. Ritual and symbolic aspects in the prehistory between Sciacca, Sicily and the central Mediterranean, (a cura di) Domenica Gullì 2014;
  8. Renata Grifoni Cremonesi – Siti rupestri con manifestazioni artistiche dipinte e incise lungo la dorsale degli Appennini in Italia: paesaggio e viabilità, uso del territorio, simboli ricorrenti, in “L’arte rupestre nella penisola e nelle isole italiane: rapporti tra rocce incise e dipinte, simboli, aree montane e viabilità”, (a cura di) Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Anna Maria Tosatti, Archaeopress Publishing, Oxford 2021.

Stampa questa pagina