La scheda è stata curata da Barbara Crescimanno

Nelle alture sopra Palma di Montechiaro, nella zona di Monte Grande, sono state individuate diverse strutture che sembrano formare un monumentale santuario castellucciano risalente ad una fase media del Bronzo Antico Siciliano e frequentato fino al Bronzo Medio.

La zona è ricca di miniere di zolfo straordinariamente puro (sfruttato fin dal Bronzo Antico), che insieme a una ricca concentrazione di sorgenti d’acqua sulfurea hanno reso questo luogo un punto di riferimento cultuale per tutta la zona circostante del distretto tra i fiumi Platani e Palma.

Qui è stata ritrovata una di quelle che sembra essere tra le prime raffigurazioni di danza in circolo attorno ad una entità divina, rappresentata nel cosiddetto ‘modellino fittile di tempietto-capanna’, datato alla seconda metà del XVII sec. a.C., ritrovato in un sito della preistoria siciliana che spicca per il rinvenimento di numerosissime offerte votive legate ad attività rituali tra le quali, probabilmente, banchetti funebri, pasti rituali collettivi e cerimoniali sacri che sembra si svolgessero periodicamente e coinvolgendo un ampio numero di partecipanti.

Troviamo infatti figurine zoomorfe, corni e falli fittili, accette litiche, statuine di terracotta, ceramica da mensa e altri oggetti non legati a contesti domestici; tra questi oggetti portati alla luce ve ne sono alcuni di eccezionale valenza simbolica e religiosa: vogliamo soffermarci in particolare sul “tempietto-capanna”, un ex-voto rinvenuto nel santuario che appare ricollegarsi all’attività cultuale del complesso.

Si tratterebbe di uno dei primissimi esempi di gruppi fittili di figure danzanti in circolo, sostituto votivo di choroi umani, che si sono diffusi poi in età arcaica sia in Occidente che in Grecia continentale; rispetto ai ben più noti gruppi bronzei e alle rappresentazioni vascolari, ai modelli coreutici fittili è stata riservata molta meno attenzione, anche a causa del ritrovamento – nella maggioranza dei casi – di sole parti frammentarie che rendono difficoltosa l’identificazione e la ricostruzione.

In età arcaica “i gruppi danzanti appaiono estremamente semplificati nella struttura e nei dettagli ornamentali” (Albertocchi). Le dimensioni ridotte dei fittili votivi e la fragilità delle composizioni di età arcaica, realizzate a mano e non a tornio, ha probabilmente causato anche la semplificazione nella resa del movimento dei soggetti, spesso limitato alla posizione delle braccia aperte, simbolizzante il legame tra danzatori/danzatrici che si tengono per mano.

Nel reperto qui esaminato le figure antropomorfe sono infatti estremamente stilizzate, e non sembrano avere caratterizzazione sessuale; tuttavia, la comparazione con altri esempi di area egea, caratterizzati in quasi tutti gli esemplari dalla presenza di un polos (copricapo femminile) o di una stephane (corona intrecciata, di solito, di elementi vegetali) sul capo delle figure antropomorfe, fa propendere per figure femminili.

Avvalora questa ipotesi anche il ritrovamento, in loco, di numerosi oggetti per la tessitura (pesi da telaio, oscilla e fuseruole fittili votive), che mostrano come la lavorazione delle stoffe fosse una delle attività privilegiate che si svolgevano nel santuario. Sarebbero legati all’ambito femminile anche i corni e i falli fittili e le statuine in terracotta che hanno fatto ipotizzare come nel luogo potessero svolgersi rituali stagionali per la fertilità e la procreazione.

La danza circolare raffigurata, in uno spazio sacro attorno ad una divinità o a una figura umana che ne rappresenta la manifestazione, può aver avuto una valenza religiosa in relazione alle occasioni che dovevano svolgersi in particolari momenti dell’anno significativi per l’intera comunità.

L’esecuzione di danze rituali spiegherebbe anche il rinvenimento di numerose conchiglie usate come pendagli di collana, adatte a scandire sonoramente il movimento ritmico in occasioni collettive e ad accompagnare l’azione percussiva delle celebrazioni.

La danza, come strumento espressivo proprio di pratiche di culto tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro, è raffigurata tramite simili modellini in diversi luoghi del Mediterraneo: a Creta, in particolare durante le celebrazioni dei riti di passaggio all’età adulta; a Cipro; in area corinzia; nel Peloponneso; in Attica e in Beozia. Per quel che riguarda l’Occidente, ritroviamo il medesimo modello – ma in epoca storica – nell’area dell’Heraion del Sele (Paestum) e a S. Anna di Cutro (Crotone).

La presenza di questo modellino può raccontare aspetti del sistema cerimoniale del contesto di ritrovamento, che aiutano a comprendere la funzione rituale della danza nel Mediterraneo antico già dal secondo millennio a.C.

“Attraverso l’esecuzione reiterata e coordinata di sequenze di movimenti nell’ambito di un preciso contesto rituale, la danza, come movimento del corpo in forma simbolica, incorporava la comunicazione di credenze e di comportamenti, divenendo mezzo di conoscenza delle norme sociali accettate e condivise dalla comunità. Secondo Gaudenzio Ragazzi, la danza rendeva possibile la ‘sensazione’ di ‘accordo’ e di appartenenza che si creava tra tutti i danzatori, oltre che di una coesione sociale difficilmente riscontrabile in altri eventi sociali” (Bellia), e che contribuiva fortemente, accanto ai banchetti sacri della collettività che qui si svolgevano, ai meccanismi di creazione e coesione di una comunità.

Note storiche

Lo studio del modellino ha attraversato diverse fasi interpretative, a partire dalle prime analisi compiute da Castellana alla fine degli anni ‘90. Inizialmente è stato identificato come rappresentazione della struttura sacra di un tempietto con quattro pali laterali; in seguito è stato proposto di considerarlo come la rappresentazione di una scena di epifania (ipotesi che può conciliarsi con la prima interpretazione); infine, le protuberanze laterali dei cosiddetti “pali” sono state interpretate, nella comparazione con altre raffigurazioni di danzatrici e danzatori coeve di area mediterranea (Albertocchi), come moncherini di braccia protese.

Oggi si riconosce dunque nel modellino la rappresentazione di una danza circolare di quattro figure antropomorfe attorno ad un idolo centrale nel contesto rituale di un luogo di culto.

Diversi reperti ritrovati a Monte Grande testimoniano peraltro di una frequentazione con l’area egea: tra questi una perla talismano in agata con decorazione a spirali e a meandro, diversa ceramica, vasetti globulari di provenienza cipriota e altro.

Le scoperte archeologiche sembrano dare consistenza storica alla mitologica saga di Minosse, Dedalo e del re sicano Kokalos, testimoniando di antichi contatti dei Sicani con il mondo egeo e con l’ambiente anatolico-cipriota dalla fine del XVII sec. al XIII sec. a.C.

Pochi altri esempi di questo tipo di rappresentazioni sono state ritrovate in Sicilia, relative a questo periodo storico. Esiste tuttavia una vivace tradizione letteraria posteriore riguardante il legame tra celebrazioni festive in onore di divinità femminili con la danza e la musica: esse riguardano il culto di Artemide (soprattutto in area siracusana), il culto delle Ninfe, e, per l’epoca arcaica e classica in area geloo-agrigentina, il culto tesmoforico legato a Demetra: le dediche dei gruppi danzanti erano destinate ad ambiti demetriaci e koreici.

In questo particolare ambito i gruppi fittili hanno la funzione simbolica di evocazione dei choroi delle giovani fanciulle al confine tra la fanciullezza e la maturità, che richiedono la protezione di divinità femminili preposte alle fasi di passaggio, nei momenti più delicati del percorso esistenziale della vita femminile. La danza rimanda infatti ai momenti fondamentali della vita delle fanciulle e ai riti di iniziazione ad essi legati: le fanciulle, danzando, esprimono il loro status liminare tra il ruolo di parthenos e quello di gyné, ponendosi sotto la protezione divina, in una efficace evocazione simbolica dei choroi femminili mitici delle Ninfe, divinità guardiane delle soglie e dei passaggi.

In Sicilia le divinità femminili di riferimento per i cori iniziatici saranno – oltre alle Ninfe – Artemide quale protettrice della preparazione alle nozze e al parto; Kore, nel suo ruolo paradigmatico di inizianda e di fanciulla-sposa, e nella sua relazione con Demetra e i riti tesmoforici.


NOME Modellino di tempio fittile di Monte Grande
OGGETTO MANUFATTI
FASCIA DI DATAZIONE Eta’ Del Bronzo - 4.000 – 3.000 anni fa
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Palma di Montechiaro - Provincia di Agrigento
CONTESTO AMBIENTALE Area Esterna
REPERTI ESPOSTI

Il reperto è esposto al Museo Archeologico Regionale Pietro Griffo, Contrada San Nicola sn, 92100 Agrigento (AG) – Telefono 0922-401565.

STATO DI CONSERVAZIONE

Frammentario.

DIMENSIONI Non reperite
CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
LINK ESTERNI

Per  il Museo Archeologico Regionale Pietro Griffo

BIBLIOGRAFIA
  1. M. Albertocchi – Musica e danza nell’Occidente greco: figurine fittili di danzatrici di epoca arcaica e classica, in A. Bellia (a cura di) Musica, culti e riti nell’Occidente greco, TELESTES. Studi e ricerche di Archeologia musicale nel Mediterraneo, I, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2014;
  2. M. Albertocchi – Shall We Dance? Terracotta Dancing Groups of the Archaic Period in the Aegean World, in Figurines grecques en contexte. Présence muette dans le sanctuaire, la tombe et la maison, S.Huysecom-Haxhi, A.Muller eds., Villeneuve d’Ascq, 2015;
  3. A. Bellia – Danzare attorno alla statua: rituali, schemata e suoni nelle epifanie divine. Un approccio archeologico alla performance, in Mantichora n. 10/2020;
  4. G. Castellana – Dalle ceramiche egee del santuario castellucciano di Monte Grande di Palma di Montechiaro presso Agrigento ai materiali ausoni di Scirinda presso Ribera. Considerazioni sulla formazione dell’ethnos elimo, in SECONDE GIORNATE INTERNAZIONALI DI STUDI SULL’AREA ELIMA, Pisa – Gibellina 1997;
  5. G. Castellana – Il santuario castellucciano di Monte Grande e l’approvvigionamento dello zolfo nel Mediterraneo nell’età del Bronzo – Palermo 1998;
  6. M. Cultraro – Dimore sacre e luoghi del tempo: appunti per uno studio della percezione dello spazio sacro nella Sicilia dell’antica età del Bronzo, in P. Attema, A. Nijboer, A. Zifferero (eds) Papers in Italian Archaeology VI, Oxford 2005