La scheda è stata curata da Eleonora Ambrusiano

Nel territorio del comune di Spadafora, in località San Martino, sono state individuate due aree che attestano insediamenti abitati durante il Neolitico, risalenti al V millennio a.C. e che al momento rappresentano le più antiche testimonianze della costa tirrenica del messinese. Il primo sito era posto vicino ad un corso d’acqua, mentre il secondo era stato impiantato su un banco di roccia calcarea di origine marina. Entrambi sono riconducibili ad una fase antica del Neolitico, cioè alla cosiddetta cultura di Stentinello.

Nel sito 1, al di sotto del terreno vegetale moderno, si è individuato uno strato relativo al Neolitico finale composto da terreno bruno argilloso e nel quale, pur essendo assenti tracce di strutture come recinti, massicciate o piani di calpestio, sono stati rinvenuti abbondanti esempi di materiali ceramico e litico insieme a resti ossei di animali domestici; subito sotto vi era uno strato ancora più antico relativo al Neolitico medio, in cui si conservano un focolare e due raggruppamenti di pietre, insieme a diversi oggetti come strumenti in selce e ossidiana, frammenti di ceramica relativi a vasi di diverse dimensioni, ossa di animali e resti di pasto.

Nel sito di San Martino il Neolitico medio è documentato dalla ceramica di Stentinello, fase che corrisponde al primo popolamento delle Isole Eolie, abitate stabilmente proprio da questo periodo, e che viene distinta in tre classi a seconda che l’impasto sia grossolano o semidepurato; con il terzo tipo di impasto, realizzato usando un’argilla molto depurata di colore giallino, detta figulina, venivano fabbricati vasi decorati con fasce rosse dipinte. Le forme dei contenitori sono varie e chiaramente legate agli usi degli stessi: grandi contenitori per conservare gli alimenti o scodelle aperte per il consumo diretto dei cibi o la raccolta (vedi fig. 1). Per quanto riguarda le decorazioni delle ceramiche in impasto grossolano e semidepurato (vedi fig. 2), esse presentano un repertorio ricco in motivi decorativi che possono essere stati impressi con le mani – con le “unghiate” o il “pizzicato” – o con punteruoli, per realizzare tratti e linee incise, e infine con stampi e punzoni. Fra tutti molto caratteristico è il motivo a zig-zag o serpentina, detto “a rocker” (frammento 6, fig. 2) che dispone le impressioni in una serie curvilinea.

Dai frammenti 3 e 6 della foto (fig. 2), si può notare infatti la riproduzione del motivo “a rocker”, nel primo caso realizzata nella parte superiore del bordo, nel secondo invece nel corpo complessivo del manufatto, di cui ovviamente sono visibili solo frammenti.

L’archeologa Marija Gimbutas individua questo motivo come il più antico motivo simbolico documentato (già dal 40.000 a.C.), spesso anche in associazione con immagini antropomorfizzate di uccello o pesce, e in generale come decorazione dei vasi già dal VI millennio a.C., evidenziandone l’affinità con l’acqua e la sua forza generativa.

Il legame con la Dea e l’acqua è individuabile anche nel motivo “a rete”, visibile sul bordo superiore del frammento 1 e nella decorazione a linee fitte dello stesso frammento e del numero 4, con motivi decorativi simulanti la pioggia; nello stesso gruppo potrebbe rientrare il simbolo della losanga del frammento 5, all’interno della quale sono state incise linee fitte e parallele. Interessante, e riconducibile allo stesso tema, è infine la decorazione visibile sul frammento 7, del tipo realizzato probabilmente con le stesse dita che creano dei solchi tondeggianti e regolari sulla superficie, e di quanto si intravede nel frammento 8, riconducibili entrambi a quelle che Gimbutas chiama decorazione “a coppella” (realizzate incidendo sull’argilla o anche sulla roccia, o visibili come puntini), anche in questo caso per indicare gocce, umidità, acqua donatrice di vita, fertilità e abbondanza.

Purtroppo, i frammenti sono di dimensioni ridotte ed è solo possibile ipotizzare come potesse apparire il manufatto nel suo complesso.

Nel Sito 2 di San Martino si è riscontrata la presenza di un insediamento neolitico riferibile sempre alla cultura di Stentinello: sono state individuate infatti strutture in pietra associate a resti di intonaco, spesso con impronte di cannucciato, che confermerebbero la presenza di capanne. Inoltre, sono stati rinvenuti numerosi frammenti con decorazione impressa o incisa, molto varia ed elaborata, anche in questo caso, nel repertorio dei motivi: quelli più ricorrenti sono denti di lupo, rocker, unghiate, rombi, fasci di linee parallele. Di particolare interesse il frammento su cui è raffigurata, oltre al motivo a zig-zag, anche una decorazione costituita da piccoli rombi concentrici sovrastati da brevi segmenti verticali, comunemente interpretato come la stilizzazione di un occhio cigliato (fig. 3). Marija Gimbutas parla dei glifi del triangolo e della losanga come stilizzazioni della vulva e del triangolo pubico, dunque in riferimento alla fonte di vita: l’immagine di una losanga all’interno di un’altra è abbondantemente attestata (ad esempio, su sigilli e affreschi di Catal Huyuk, ma anche più avanti nella pittura su ceramica dell’area egea e comunque in tutte le aree culturali dell’Europa Antica) a conferma dell’importanza simbolica di tale forma. Inoltre, questa figura è ricollegabile anche alla stilizzazione del simbolo del seme. Un’altra interpretazione potrebbe essere quella relativa all’ambiente acquatico; il simbolo potrebbe essere stato usato come sigillo o segnatura impressa sulla ceramica, presumibilmente con funzione di linguaggio simbolico; tra l’altro nello stesso sito è stato ritrovato un punzone in ceramica proprio di forma romboidale.

Interessante notare la notevole somiglianza con un frammento di ceramica conservato al Museo archeologico di Adrano (CT) riportato alla fig. 4.

Per quanto riguarda il rombo come motivo geometrico simbolico, di cui ai possibili significati riportati sopra, esso è attestato come motivo decorativo su dipinto murale presso il sito di Catal Huyuk, nonché sulle ceramiche ritrovate nello stesso sito (fig. 5 e 6).

Note storiche

Duranti i lavori per realizzare una nuova linea per il metanodotto nella provincia di Messina, condotti tra il 2007 e il 2008, furono scoperti diversi siti archeologici nell’area tirrenica, tra i quali quelli qui riportati relativi al territorio dei comuni di Spadafora e Venetico. Era già stato accertato che le zone che sovrastano la spiaggia costiera tra Villafranca Tirrena e Venetico sono state abitate fin dalla preistoria, grazie sicuramente alla presenza di corsi d’acqua e pianure fertili adatte alle coltivazioni agricole, ma anche alle abbondanti risorse minerarie (cave di argilla, giacimenti di gesso e di calcare) che si sono rivelate fondamentali per la produzione di ceramiche e di malta per le costruzioni, oltre che per gli scambi commerciali con altri gruppi umani, ad esempio con gli abitanti delle Eolie ricche della preziosa ossidiana, di cui sono stati ritrovati numerosi manufatti proprio nei siti di cui sopra.


NOME Ceramiche di San Martino
OGGETTO MANUFATTI
FASCIA DI DATAZIONE Neolitico - 8.000 – 5.000 anni fa
LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Località San Martino nel Comune di Spadafora - Provincia di Messina
CONTESTO AMBIENTALE Area Esterna
REPERTI ESPOSTI

I reperti non sono esposti, ma conservati nei depositi della Soprintendenza di Messina.

STATO DI CONSERVAZIONE

Molti sono solo dei frammenti.

CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato.
BIBLIOGRAFIA
  1. Maria Clara Martinelli – Archeologia a Spadafora e Venetico in Pippo Pandolfo –  Spadafora San Martino storia di una comunità e del suo territorio – EDAS 2010;
  2. Marija Gimbutas – Il linguaggio della Dea – Venexia 2008.

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