Tratto da Marija Gimbutas. Vent’anni di studio sulla Dea, Atti del Convegno omonimo, Roma 9-10 maggio 2014, Progetto Editoriale Laima – Torino

In questo intervento analizzerò il contributo di una ricercatrice italiana del secolo scorso, sconosciuta ai più, ma all’avanguardia negli studi matrifocali e delle antiche religioni mediterranee. Per la brevità richiesta da questo intervento mi limiterò ad un intervento didattico e descrittivo tratto dai due testi attualmente disponibili che raccolgono il lavoro di Momolina Marconi. La sua prima pubblicazione del 1939, Riflessi Mediterranei della più antica religione laziale, è attualmente disponibile on line su Filarete, sito internet dell’Uni-versità di Milano Facoltà di Lettere e Filosofia. La riedizione critica dei saggi della ricercatrice è stata edita nel 2009 dalle Edizioni Venexia, a cura di Anna de Nardis: Da Circe a Morgana, scritti di Momolina Marconi.

Momolina Marconi (1912-2006) fu insegnante, dal 1948 al 1982, all’Università Statale di Milano insieme al proprio mentore e compagno di ricerca Umberto Pestalozza, da cui ereditò la cattedra di Storia delle Religioni. La sua opera è connessa a quella di grandi ricercatori e ricercatrici internazionali come Jane Harrison, Mircea Eliade, Karl Kerenyi; e pur non incontrando Marija Gimbutas ne conferma ampiamente le linee di ricerca ed i risultati.
La Marconi e Pestalozza scrivono infatti nel periodo fra le due guerre mondiali, diversamente da Gimbutas che lavora nel dopoguerra; i due venivano definiti dai contemporanei come “convinti mediterranei”, perchè descrivevano un’Antica Europa pacifica e rigogliosa dal punto di vista sociale, culturale e religioso.
Marconi è l’unica voce femminile italiana che dona un contributo considerato ancora oggi attuale sul sacro femminile, riscoprendo le radici italiche e mediterranee della sfaccettata Signora Mediterranea: Dea Una e Multiforme, Vergine Sacra, Signora della vegetazione e degli animali, Madre della Vita e della Morte.
Differentemente da M. Gimbutas, che è un’archeologa, la Marconi è una letterata, parte per la sua ricerca dalla raccolta e dall’analisi delle fonti letterarie e religiose dei popoli mediterranei, relative alle forme e culti della Grande Dea.
L’arco temporale preso in considerazione parte dal 3000 P.E.C. e giunge fino al Medioevo. L’area geografica analizzata, definita “mediterranea”, copre un territorio molto vasto che si estende dai limiti ovest dell’Europa sino all’India.
La Marconi sottolinea l’esistenza di una divinità femminile unitaria in tutta questa vasta area, con nomi diversi ma con caratteristiche comuni. Nello specifico ne identifica alcune forme: la dea nuda; la dea che mostra i seni; la dea che regge o allatta; la dea uccello; la dea serpente; la dea colomba; la dea potnia delle piante e degli animali; la dea lucifera.
Nella religione italica e latina pre-romana riscontra le seguenti divinità femminili: Fortuna; Bona Dea; Mater Matuta; Feronia, e Diana. Fra le divinità mediterranee più diffuse indica: Isthar, Astarte, Inanna, Hathor, Artemide e Atena.
Paragona infine le più famose sacerdotesse e maghe dall’antichità e del medioevo: Circe e Medea, Morgana e la Dama del Lago, in stretta connessione con la Grande Dea mediterranea della quale sostiene esse siano diretta manifestazione. Passiamo ora ad analizzare queste figure di dee.

La Dea che mostra i seni

La rappresentazione più antica della Dea mediterranea è una donna formosa, nuda, in atto di sottolineare la forma dei seni o del pube, con fianchi, gambe e glutei molto pronunciati, simboli di fecondità e del potere di dare la vita.
La troviamo anche in forme cilindriche e campaniformi o vasi antropomorfi; in forme tondeggianti o appiattite (queste ultime connesse ai culti funerari). Spesso compaiono segni geometrici intorno alle zone energeticamente potenti del suo corpo (seni, pube, ventre, ombelico, testa, occhi, collo, braccia, gambe).

La Dea viene anche raffigurata con testa di uccello o di serpente; mentre stringe serpenti tra le mani; in posizione eretta su una leonessa, leone o fiera; in posizione seduta o accovacciata. Regge o si stringe i seni con le mani; oppure con una mano stringe un seno e con l’altra un vaso rituale nel quale raccoglie il suo latte che zampilla, o ancora nutre un animale; è vestita con abito lungo trasparente o puntinato, a volte velata o ingioiellata con braccialetti, diademi, torquis, cinture, acconciata con pettinature intrecciate o lunghe trecce.
In alcune forme più tarde troviamo la Dea rappresentata con accanto il suo compagno, paredro, amante, figlio a lei subordinato che la riverisce o la accompagna durante la ritualità.

[immagine: Dea di Meana Sardo, Polu, Nuoro, Neolitico.]

La Dea che regge o allatta

La Dea Madre più propriamente detta è rappresentata per onorare la maternità divina e umana, il potere di dare la vita, il nutrimento e la cura. Universalmente presente a partire dal Neolitico e in tutte le epoche successive, passando da Hathor a Iside a Efesia fino a Maria.
Le Dea è rappresentata in posizione eretta o seduta reggente da uno a più bambini/e; allatta le sue creature oppure le tiene vicino; bambini piccoli o grandi si avvicinano a lei o li tiene sulle spalle o sulla testa; è seduta su semplici sedie oppure su troni retti da fiere. Anche questa Dea può avere testa di serpente, di uccello o di vacca.
In natura è circondata da animali quali: serpenti, colombe, uccelli, vacche, maiali, pecore, capre, fiere. Tiene nella mano frutti quali mela e melagrana oppure uova o scettri sormontati da uova o colombe.
La Dea non è soggetta a vincolo matrimoniale seppure a volte accompagnata da un giovane dio, figlio, fratello o amante a lei subordinato che la assiste nelle funzioni sacre.

[immagine: Dea che regge il fanciullo, dalla grotta di Sa Dom’e s’Orku, Urzulei.]

La Dea Potnia

È la figura più significativa e centrale nel culto della divinità femminile mediterranea poiché ne rappresenta tutti gli aspetti.
Dea del mondo vegetale e animale, conoscitrice delle erbe curative, protettrice delle fiere e degli animali selvatici di quelli acquatici e dei volatili; garante del ciclo vitale naturale e della fecondità.
Appare nuda o vestita con un abito o con gonna lunga o corta a balze, dal bustino stretto o aperto sul seno; con gioielli su collo e braccia; acconciata con trecce, a volte con cappello conico. Spesso alata; a volte armata con ascia bipenne o freccia, strumenti utilizzati per difendere il regno animale o vegetale e non per cacciare; (a volte ritta con uno scettro semplice o sormontato da colomba o uovo).
Rappresentata fra montagne o in un paesaggio rigoglioso vegetale (papaveri, gigli, palme, festoni fioriti, rami, spighe, querce o alberi tipici a seconda delle zone).

Spesso accanto a lei compaiono simboli di luna, sole, stelle, tripodi, raggi ed anche colonne o pietre erette o decorate con festoni vegetali, simboli stessi della Dea anche quando non viene rappresentata. In alcuni casi essa tiene fra le mani serpenti o essi si intrecciano al suo corpo; altre volte tiene per le zampe leoni, leonesse, cervi o uccelli. Siede su fiere, su cigni o oche, anche in volo.
Viene rappresentata circondata da animali quali: serpenti, tori, cervi, arieti, capre, caproni, cavalli, orse/i, api, colombe, cigni, oche, anatre, galli, fiere (leoni, leonesse, leoncini, leopardi, pantere), rapaci.
Dotata a volte di strumenti musicali: cetra, cimbali, flauti e corni usati sia per ammansire gli animali sia per celebrare le feste della fecondità o i rituali stagionali.
Spesso accompagnata da figure femminili sue sacerdotesse o Amazzoni, in seguito sostituite da cavalieri o da coppie umane.
Il suo compagno barbuto, giovane o anziano, è il suo paredro, figlio, amante, fratello, aiutante; egli super-visiona la vegetazione, è spesso in connessione con i cavalli; spesso simboleggiato da un cervo maschio, da un picchio, da un gallo.

[immagine: Statuetta di sacerdotessa-dea alata con colomba e copricapo sacerdotale definita come Dea Turan, periodo etrusco, Vulci.]

La Dea dei Serpenti

La Dea dei serpenti è una figura specifica connessa al potere del serpente, questo animale ha un particolare rapporto con la Dea Potnia e con i suoi poteri di gestione dell’energia creativa, sessuale e ctonia; è inoltre la custode del potere di guarigione dei veleni che combinati con le piante possono portare la morte o la vita.

Il serpente è connesso con il potere della trasformazione, con il movimento, con la rigenerazione dell’energia vitale e partecipa al potere della Dea di creazione della vita è simbolo di fecondazione, fertilità, crescita. Le parti del corpo della Dea dove spesso si inerpica il serpente sono quelli dove scorre potentemente anche l’energia del corpo umano: testa, collo, braccia, mani, ventre, schiena, gambe.

[immagine: Bona Dea, statuetta del periodo romano della dea con cornucopia e piatto rituale e serpenti attorcigliati al bastone e sul grembo]

La Dea Colomba

La colomba è il volatile che più spesso accompagna la Dea Potnia e le singole manifestazioni della grande divinità mediterranea, quali la Ishtar mesopotamica, la Dea Madre siro-fenicia, le Dee Madri cretesi e cipriote, l’Afrodite greca e numerose figure di sacerdotesse, come Semiramide ed altre.
Compare nuda, ma più spesso vestita con abito lungo o gonnellino a balze, con una colomba nella mano sinistra o nella destra o nelle due mani o vicino al seno o sulla testa; con colombe che si avvicinano a lei. Può avere nella mano uno scettro sormontato da colomba oppure essere rappresentata solamente da una colonna sormontata dal volatile. Altri animali presenti possono essere: serpenti, tori e cervi che rappresentano l’energia fecondante maschile.
Simboli a lei connessi sono: uova, melagrane, festoni di fiori e frutta.
La Dea è rappresentata stante o all’esterno o anche all’interno di piccoli edifici templari o edifici popolati da colombe; questi piccoli templi venivano dedicati ai culti della fertilità e più tardi alle unioni sessuali sacre; mentre le colombaie rupestri ai culti funerari dove la colomba assicurava la rigenerazione all’anima del morente che prendeva dimora in essa.
Le dee Ishtar, Astarte, Cibele sono le forme anatoliche e medio-orientali della stessa divinità originaria che si trova nel mediterraneo occidentale e che insieme ad Afrodite successivamente saranno connesse ai culti di fecondità come garanti del ciclo della rinascita e dell’amore e la colomba ne diverrà il simbolo primario.

[immagine: Figura di Dea stante con colomba e vaso rituale, VI sec P.E.C., Medma (Reggio Calabria).]

Efesia, la Dea dai molti seni

Efesia, Artemide Efesina, Diana di Efeso è presente nelle zone di Anatolia, Mesopotamia, Grecia, Italia in forma di statue di terracotta, marmo, pietra, bronzo; alcune di queste statue sono costruite in modo da far fluire liquidi dai seni.
Appare nuda o vestita di un particolare abito a guaina, lungo fino ai piedi, molto stretto che lascia scoperte solo le file di molteplici seni; indossa anche giubbetti aperti e gonne lunghe o corte, come nel caso della dea dei serpenti o la dea dei leoni e delle montagne.
A volte è alata e la sua posizione eretta, a braccia strette e mani volte verso l’esterno, sottolinea i seni e l’offerta del nutrimento. I suoi animali sono: colombe, api, tori, leoni, cervi, capri, uccelli, ma anche creature mitiche quali sfingi, grifi, sirene.
I suoi simboli: bastoni nodosi, scettri sormontati da uccelli, lance, bastoni, archi, ghirlande, palme, triangoli. Anch’essa viene più tardi associata con la luna e la stella Venere.
La statua mostrata nell’immagine costituisce una delle copie della statua di culto di Artemide venerata nel santuario di Efeso, a noi nota solo da riproduzioni ed in special modo dalle monete emesse dalla zecca della città, a partire dall’età ellenistica. La dea è rigidamente diritta, quasi da sembrare uno xoanon, e protende le braccia; sul capo reca un polos a forma di torre con porte ad arco, ai lati del quale emerge un disco, decorato con quattro protomi di leoni alati per parte; sul petto indossa un pettorale su cui sono, a bassorilievo, i segni zodiacali del Leone, del Cancro, dei Gemelli, della Bilancia e del Sagittario, ed una collana da cui scendono delle ghiande; il busto regge quattro file di mammelle, come simbolo di fecondità, o, secondo altri, gli scroti dei tori a lei ritualmente sacrificati; sulle gambe la veste aderente è ornata, nella parte anteriore, da protomi di leoni, tori e cavalli alati, in forte aggetto, all’interno di cinque riquadri sovrapposti, e, lungo i fianchi, da sirene alate, rosette, sfingi ed api, ripetute, queste ultime, anche sulla fascia più bassa della veste, laddove essa lascia spuntare la tunica sottostante che si apre a ventaglio sui piedi; le maniche, infine, sono ornate da tre leoni rampanti.

[Immagine: Artemide Efesina, Museo Archeologico di Napoli]

La Dea Lucifera

È la Dea portatrice di luce all’interno del bosco che supervisiona la vita degli animali e la sicurezza del luogo sacro con la sua torcia; è portatrice del fuoco apotropaico e purificatore con il quale libera da ogni influsso negativo il bosco sacro e vigila sulla fecondità e salute del mondo animale e vegetale; fuoco che possiede anche proprietà fecondanti.
Nella forma più antica è rappresentata disarmata con in una mano la fiaccola e nell’altra il piatto rituale. Più tardi appaiono raffigurazioni con la falce lunare sul capo, connessa alle fasi lunari e agli effetti sui cicli naturali e femminili.
Viene rappresentata a piedi o a cavallo con abiti lunghi, ma velati che ne mostrano il corpo o con abiti corti, a volte alata; con torce lunghe o corte.
Accompagnata da cavalli, cervi, cani, serpenti, fiere, pantere alate, grifoni.

[Immagine: Immagine di Diana Lucifera su moneta romana.]

 

Sarah Perini