Una pietra conficcata nel terreno, questo è “Perda fitta” e non è facile sapere da quanto sta lì piantata. Se potesse raccontare ciò che ha veduto, una vita non basterebbe per ascoltare i fiumi di parole con cui inonderebbe le nostre orecchie incredule. Nella sua serafica e imponente fissità ha attraversato i millenni, vedendo scomparire boschi, foreste, villaggi accompagnata, in questo lungo cammino del tempo, dagli astri lontani, luna, sole, stelle che scandiscono le stagioni degli uomini. Alle spalle, verso occidente, lo sguardo rassicurante delle maestose montagne le fanno sentire meno la solitudine che vive da quando è stata abbandonata da quelle popolazioni che la venerarono quando la storia ancora non era nata e il senso del sacro si estendeva in tutto ciò che le circondava.

Granito di scogliera marina è questa Perda, che ha conosciuto paesaggi di mare, tramonti dorati che si spengono all’orizzonte, cullata dallo sciabordio delle dolci onde della bonaccia e sferzata dai marosi nelle giornate di tempesta. Visse una vita da roccia di mare insieme alle sue sorelle, scogliere occidentali di un’isola antica, al centro di una grande acqua azzurro-verde. Lo stridio dei gabbiani, il ruggito del mare che si infrange sulla costa furono i suoni che conobbe e che insieme ai profumi di mirto e lentischio, ginepro e cisto, l’accompagnarono in quel tempo così lontano. Ed era pietra insieme ad altre pietre, muraglie emerse da oceani antichi e profondi in seguito a grandi e sconvolgenti cataclismi, che con spinte tettoniche le innalzarono alla calda luce del sole e all’algida lucentezza della luna.

Un giorno in quella scogliera affacciata sul mare arrivarono uomini e donne, accesero fuochi, cantarono, ballarono, a chiaror di luna poggiarono le mani su quei ruvidi massi, alla ricerca di qualcosa che potesse rappresentare ciò che avevano sognato, e la videro, la riconobbero, e la separarono dalle sue sorelle. Ci hanno sempre detto che le pietre non sentono dolore e non piangono. Ma lei non è una pietra qualunque… è stata scelta, in lei si riconosce una figura primigenia, una progenitrice, una Mater, la Terra.

Siamo nella preistoria, in un tempo chiamato Neolitico, tempo nuovo della pietra, dunque una pietra lavorata con sempre maggiore capacità e maestria, che si estende dal 10.000 a.C. fino al 3000 a.C. Quasi settemila anni di storia umana che in Sardegna inizia intorno al 6000, suddividendosi in tre fasi fondamentali che prenderanno i rispettivi nomi dalle località dove avvennero i primi ritrovamenti: la più antica è quella detta BONU IGHINU, segue quella detta SAN CIRIACO e conclude quella detta CULTURA DI OZIERI o di SAN MICHELE. Delle civiltà neolitiche sarde conosciamo purtroppo molto poco, sulla loro organizzazione sociale e sul loro sviluppo culturale possiamo fare solo delle congetture e delle comparazioni con altre popolazioni neolitiche del continente europeo. Queste tre fasi culturali le riconosciamo dai ritrovamenti di manufatti in ceramica, dal trattamento dei morti e dalla lavorazione della pietra a rappresentazione sacra.

Nella prima fase detta Bonu Ighinu, le popolazioni neolitiche vivevano prevalentemente nelle grotte, dove seppellivano anche i loro morti, i villaggi erano ancora pochi e soprattutto nella parte occidentale dell’isola.

Nella seconda fase detta di San Ciriaco si assiste ad una moltiplicazione degli insediamenti umani che dalla costa occidentale si estendono verso l’interno, aumentano i villaggi che vengono costruiti soprattutto in prossimità di alture (cuccurus e bruncus). Le caratteristiche di questa fase sono riconosciute nella lavorazione del vasellame che viene ritrovato in tutta l’isola. Le ceramiche appaiono più robuste e grandi e attestano un uso per la conservazione e la trasformazione degli alimenti. Queste genti certo conoscevano l’agricoltura, la praticavano, ma ancora è diffusa anche la raccolta di specie selvatiche insieme all’allevamento di ovi-caprini e di sempre più numerosi bovini. In queste prime due fasi si nota anche una continuità nelle manifestazioni simboliche, nelle statuine antropomorfe attribuite alla Dea Madre, caratterizzate tutte dalla postura e da un particolare copricapo cilindrico.

Tra il 4000 e il 3500 a.C. si sviluppa la Cultura di Ozieri o San Michele, che si diffonde in tutta l’isola e rappresenta il momento più elevato della preistoria sarda, sviluppandosi su una popolazione autoctona che veniva dalle due fasi culturali precedenti ma testimoniando allo stesso tempo una apertura agli stimoli culturali provenienti dal bacino del Mediterraneo. Ed è in questa fase che assistiamo allo scavo di migliaia di grotticelle funerarie, le domus de janas, insediamenti, menhir, complessi megalitici e dolmen che rappresentano la vivacità e la vitalità di questa civiltà in evoluzione, la ricchezza culturale e simbolica ancora tutta da scoprire, nonché il grande incremento demografico che li porterà ad occupare tutta l’isola, dal nord al sud, da occidente ad oriente.

Le genti della Cultura di Ozieri sono quelle che ci interessano, perché loro hanno intrapreso il viaggio alla ricerca di quella pietra da trasportare ai loro villaggi, da conficcare in una terra dove mettere radici e da quella stessa terra trarre la forza, la fecondità che genera e rigenera, che sconfigge la morte e consola con la sua presenza.

Ed ecco iniziare il viaggio verso il piano, verso su Cuccuru, che noi chiamiamo Cibindía. Non sarà stato certo un viaggio facile, ci sono montagne da superare, foreste da attraversare, forse fiumi da guadare, ma niente li potrà fermare, perché ciò che li muove è un sentimento che noi oggi, uomini del 2000 d.C., non possiamo capire, è un sentimento lontano nel tempo, nascosto nelle pietre che non possono parlare, ma che per chi sa ascoltare racconta di un profondo senso per il sacro riconosciuto in tutto ciò che li circonda.

Quanto sarà durato quel viaggio? Forse mesi, che loro avranno misurato in lune, e chissà che fatiche e difficoltà avranno dovuto sopportare e superare. Ma dietro di loro ci sono i villaggi, gli anziani, le donne e i bambini che li aspettano. La Jana, la sacerdotessa, ha detto che il loro viaggio è guidato da Lei, dalla Divinità, nella cerimonia prima della partenza ha parlato con voce di tuono e sanno che li guiderà.

Ecco i villaggi! Il fumo dei fuochi riempie l’aria, le voci familiari li chiamano, è un giorno di festa e la luna illuminerà la loro impresa. Finalmente casa, li hanno visti arrivare e iniziano i canti, si arrostisce la carne degli animali sacrificati e tutte le comunità rafforzeranno il vincolo di unione dividendo il pasto comune, con i canti e i balli intorno a lei, la pietra che verrà conficcata nella terra sacra. Fronte al sole che nasce, sulla sua parte anteriore verranno scavate verticalmente undici coppelle, forse a rappresentare altrettante mammelle, simboli di fecondità e vita, che garantivano il prezioso nutrimento per i nuovi nati. Sulla parte superiore due piccoli incavi stanno forse ad indicare gli occhi, altre coppelle appena abbozzate circondano le undici ben definite. Eccola, è terminata, l’artigiano ha finito il suo lavoro di scavo, ha seguito le indicazioni della sacerdotessa, la pietra è come loro la immaginavano, come forse la sognavano, con un’imponenza austera, a rappresentare l’essenzialità del ventre gravido della terra che porta benessere e cibo per tutti, uomini e animali. Quella pietra di scogliera è diventata Sa Sennora. In un tempo in cui la vita era precaria, in cui i rischi di morire erano certamente maggiori e sopravvivere era sforzo e fatica quotidiana, lei perda fitta rappresentava un punto fermo, un’ancora cui aggrapparsi nei duri momenti di difficoltà, una madre da invocare e da ringraziare.

La perdafitta (ph. M. Orrù)

Con il temine Dea Madre si intende generalmente indicare una divinità femminile a carattere primordiale, nella quale vengono incarnati degli aspetti fondamentali della vita umana: la fertilità e la generazione della vita, la terra nella sua capacità di produrre cibo e acqua, la mediazione tra il divino e l’umano. Fin dal lontano Paleolitico le popolazioni umane condividevano un sistema di credenze che hanno trovato rappresentazione nelle numerose statuette, per lo più femminili, ritrovate in tutta l’Europa continentale e nel bacino del Mediterraneo sia orientale che occidentale. Le stesse rappresentazioni simboliche le troviamo in tutto il sistema che ruota intorno alla vita umana: tombe, templi, affreschi, rilievi, sculture, pitture, ceramiche.

L’aspetto principale di questo culto è il suo carattere fortemente legato alla terra. La Terra, infatti, da sempre incarna l’aspetto femminile e sacro della divinità, perché genera le piante, produce i frutti e permette alla vita di perpetuarsi. Nel suo aspetto scuro e umido, ricorda il grembo quindi l’utero nel quale la vita viene generata. E da qui l’altro aspetto importante del culto della Grande Madre, quello legato alla fertilità, alla prosperità dei campi e al ciclo delle stagioni. E, oltre che con la vita, la Dea aveva un forte legame con la morte e con l’oltretomba: infatti il ciclo delle stagioni segue il paradigma della morte e della rinascita, cioè il seme ha bisogno di morire per generare una nuova pianta, che al termine del ciclo darà altri semi.

In Sardegna sono state trovate 133 statuine di varia tipologia, materia, cronologia: 126 sono femminili, 5 sembrano essere maschili. Provengono da tombe, grotte e ripari, villaggi, santuari. Dai dati emerge che queste figurine avevano una destinazione funeraria e comunque legata al sacro. Ne consegue che anche in Sardegna, in sintonia con quanto avviene in Europa e nel vicino Oriente, è attestato inequivocabilmente il culto della Dea Madre, che rappresentava una divinità primigenia, genitrice e nutrice, colei che poteva alleviare l’evento traumatico della morte e assicurare la vita, la rigenerazione, oltre la morte stessa. Anche i menhir, detti appunto in Sardegna Perdas Fittas, erano rappresentazioni di quel culto. Li possiamo trovare in tante zone del territorio sardo, spesso in circoli megalitici, vicino a luoghi di sepoltura, oppure isolati, alti fino a 5 metri a evocare la potenza fallica maschile, o meno slanciati e arricchiti di coppelle, spirali e losanghe a ricordare la matrice femminile.

Torniamo alla nostra Perdafitta di Cuccuru Cibindía, nel territorio del comune di Serramanna. È difficile oggi capire e conoscere il contesto in cui fu, per quelle genti lontane nel tempo, un punto di riferimento. Il territorio ha subito enormi stravolgimenti, gli eventi atmosferici, le colture intensive e l’alta presenza umana hanno cambiato il paesaggio e i luoghi. Oggi Perdafitta si trova all’interno di un rigoglioso aranceto, in una proprietà privata. I millenni hanno cambiato anche gli uomini, noi non siamo donne e uomini del Neolitico ed è molto difficile ritrovare quel pensiero legato al tempo ciclico della vita, alla terra e alle sue stagioni. E il sacro è scomparso, nulla più ci stupisce perché a tutto abbiamo trovato una spiegazione razionale e scientifica.

Allora forse non ci resta che ammirare questa bellissima pietra lavorata che ha saputo resistere a scavi impietosi (ne volevano saggiare la profondità, sradicarla), all’indifferenza umana e dei millenni, che però ancora, per chi sa guardarla e sentirla, emana un fascino difficile da spiegare, risveglia emozioni e sensazioni dimenticate, scatena quel fremito del cuore che sentiamo quando vediamo una persona cara. Forse tutto questo è vero, forse no.

Possa ognuno/a di noi vivere l’esperienza di questo incontro riportando a casa la memoria di un sogno dimenticato, il desiderio di un ricordo che non emerge, il silenzio di una pietra che tacerà per sempre.

Manuela Orrù