Durante l’ormai lontano anno accademico 1989/90 ho avuto il piacere di seguire le lezioni del prof. Santo Tinè, allora docente di Paletnologia presso l’Università di Genova.

Al suo attivo vantava già notevoli esperienze di scavo nella sua nativa Sicilia, sotto la guida di Luigi Bernabò Brea, e in varie altre regioni di Italia, tra cui quelle di Grotta Scaloria di Manfredonia, in Puglia, in collaborazione con Marija Gimbutas, la straordinaria studiosa di origine lituana a cui, giustamente, in questo sito si rende omaggio. Inoltre, aveva partecipato a scavi nel Fezzan, in Libia, e in Grecia, per conto della Scuola Archeologica Italiana di Atene, specie a Poliochni, nell’isola di Lemno.

Sicuramente, però, gli scavi che avevano più di tutti caratterizzato l’opera dell’importante preistoricista siciliano erano stati quelli di Monte d’Accoddi, a circa 8 km a sudest di Porto Torres, lungo la strada per Sassari, nella Sardegna settentrionale, a cui Tinè si dedicò per oltre 10 anni tra il 1979 e proprio quell’anno in cui io sono stato suo studente.

Ho rispolverato – è proprio il caso di dirlo – gli appunti, molto sintetici, che avevo preso durante le sue lezioni a proposito di Monte d’Accoddi:

Monte d’Accoddi era considerato il primo e unico esempio di ziqqurat nel Mediterraneo centrale; i basamenti di capanne erano considerati quelli di un villaggio cultuale. Ma Monte d’Accoddi è stato scavato in maniera seria solo negli ultimi anni e si è potuto comprendere che il villaggio era precedente e che lo stesso spettacolare monumento è sovrapposto a un altro precedente.

Prima ci si chiedeva se fosse una tomba ma, dopo gli scavi fatti, non è ancora stata trovata.

Si tratta di una struttura quadrangolare di 28 x 36 m, da un lato della quale si apre una rampa di 45 m[1] che si sovrappone sulla rampa del monumento precedente, che tra l’altro era anche direzionata più alla destra del monumento rispetto a quella più recente.

Monte d’Accoddi visto dall’alto (ph. Google Earth)

La sovrapposizione si spiega con una presa di possesso da parte di soggetti diversi rispetto ai precedenti costruttori.

L’altezza del muraglione esterno era di almeno 5,40 m secondo la stima fatta sul blocco rimasto e sui blocchi crollati intorno al muro.

Sulla piattaforma centrale un tumulo rotondeggiante si eleva ancora per 3 m.

Sezionando in un primo tempo il tumulo di 3 m, si è riscontrato solo materiale inconsistente e per pericolo di crollo si è interrotta l’esplorazione. Tinè all’epoca pensava che il monumento potesse coprire o una tomba a grotticella artificiale o un dolmen, ma non lo si è potuto provare.

In seguito si intraprese una nuova sezione armando le pareti per evitare crolli e si è giunti al livello di 5,40 m, scoprendo un muro costruito con malta e pietre sezionate e poi intonacato. Si è provato a smontare il muro e si è giunti fino alla roccia, sempre puntellando le pareti. Sotto il muro si è trovato materiale ceramico e di altro tipo risalente alla cultura di San Michele di Ozieri. Sotto la roccia si è trovato un anfratto con materiale neolitico che non si è potuto verificare se si trattasse di cavità naturale, come è probabile, o artificiale. In ogni caso, il materiale neolitico non era raffazzonato, ma stratificato in maniera ordinata e si è potuto riconoscere che apparteneva a una fase del neolitico sardo poco conosciuta, ma attestata nella Grotta Verde presso Alghero, quella subacquea, e nella grotta corsa di Currachjaghju, forse a sé stante tra le culture di Bonu Ighinu e quella di Ozieri, laddove in un primo tempo la si considerava una fase iniziale di quest’ultima.

Dopo la sezione centrale se ne sono fatte altre, utili a mettere in luce il fatto che si trattava appunto di una struttura quadrangolare.

Il Menhir (ph. R. Gadau)

Sotto il menhir vi è terreno carbonioso che conteneva ossa di animali: si trattava di una buca di combustione prodotta da pietre infuocate per cuocere carne e focacce, mentre non sono state trovate conchiglie di cardium (arselle), molto presenti invece nei ritrovamenti attribuiti alla cultura che aveva costruito il santuario, al punto che si può dire che si trattava di uno dei cibi preferiti in questa cultura. Il basamento dei menhir in genere ha una buca di fondazione, non presente in questo caso, a meno che non sia stata inzeppata con grossi blocchi.

La rampa fu costruita con blocchi rientranti verso l’interno.

Il monumento più antico, completamente coperto, a giudicare dalla sua rampa, cui si è sovrapposta quella visibile, era orientato di 2° più a est, non è dato di sapere per quali ragioni.

I muretti delle capanne, come detto, appartengono alla fase del santuario precedente (Ozieri). Una capanna a destra del santuario è a doppia stanza ed è detta capanna dello Stregone, in essa sono state rinvenute anche ceramiche intere.

Sempre a destra del santuario, ma accanto alla rampa, vi è una lastra di altare, anch’esso appartenente alla cultura di Ozieri. Accanto è stato trovato un ὀμφaλός di granito e più in là, verso l’aratura, uno di calcare, entrambi cuppellati.

Altare (ph. R. Gadau)

Omphalos (ph. R. Gadau)

Tutti questi particolari rappresentano la religiosità del villaggio precedente, della cultura di Ozieri, che copriva un’area di 5/6 ettari e che aveva il suo centro sacro all’interno, consistente nel primo santuario delimitato dal menhir (ce ne sono altri più a est) e dall’altare. Le sepolture di questo villaggio si trovano presso la valle del rio d’Ottava, non lontano rispetto alla valle del rio Mannu, in pareti rocciose quasi a canyon e tutte a grotticella artificiale, anche a pianta complessa. Un’altra necropoli che probabilmente perteneva al villaggio è quella di Ponte Secco, a 2,5 km a est-sud-est, anche qui con tombe a grotticella artificiale, in una delle quali sono state trovate 9 protomi di toro. Altra necropoli prossima è quella di Su Crucifissu Mannu, a Porto Torres.

Nell’estate dello stesso 1990, affascinato dalle lezioni di Tinè, ero andato a visitare il sito di Monte d’Accodi, di quella visita ho conservato diverse foto, in ognuna delle quali però siamo presenti io oppure i miei genitori, pertanto, l’unica che ritengo utile riportare è la seguente:

Pannello esplicativo della storia del monumento (ph. R. Marras)

Si tratta del pannello esplicativo delle diverse fasi della storia del monumento secondo gli studi del prof. Tinè, che riproduco qui anche come omaggio affettuoso alla sua memoria.

Ma c’è un particolare che non avevo riportato negli appunti, in quanto si trattava più che altro di un’indiscrezione, di un’ipotesi non provata di cui però Tinè era abbastanza convinto quanto i suoi predecessori, come si desume anche dall’incipit dei miei stessi appunti, e cioè che Monte d’Accoddi, perlomeno nella sua seconda fase, se non già nella prima, fosse la dimostrazione della colonizzazione mesopotamica della Sardegna, forse all’epoca dell’impero di Sargon di Akkad, forse poco dopo.

Lui stesso del resto riconosceva che non c’erano sufficienti prove archeologiche per dimostrarlo. Ricordo che diceva come, durante il III millennio a.C. in genere, popolazioni orientali, già esperte della lavorazione dei metalli (a differenza, secondo lui, di quelle occidentali), si fossero spinte nel Mediterraneo occidentale e fino alle isole britanniche alla ricerca di giacimenti metalliferi e di terre da colonizzare. Queste popolazioni le chiamava con il termine tecnico inglese prospectors.

Si trattava di una convinzione che derivava dall’ottocentesco stereotipo ex Oriente Lux, a cui diverse generazioni di studiosi sono stati educati, e su cui aveva basato i suoi studi di tutta una vita anche il semitista Giovanni Semerano, secondo cui praticamente tutto procedeva dalla Mesopotamia – anche le lingue indoeuropee – per cui anche il nome della Sardegna: “L’etnico šardana si chiarisce con le basi corrispondenti ad accadico šar-danu (signore potente): šarru (re, ‘König’) e dannu (potente, ‘mächtig’), in analogia con accadico šar-šarri (re dei re); tale etnico si rinvenne nella stele di Nora”[2].

Oggi come oggi la prospettiva del dibattito sulle origini di Monte d’Accoddi e non solo penso che sia meno semplice, tanto più che prove archeologiche di una presenza mesopotamica nella Sardegna del III millennio a.C. non ne sono state rinvenute[3].

Piuttosto ci si chiede se, anziché alla Mesopotamia, se proprio si vuole individuare un ex Oriente Lux, non si debba guardare all’Europa orientale e in particolare all’Antica Europa studiata proprio da Marija Gimbutas, e anche all’Anatolia, con le quali sicuramente non solo la Sardegna, ma tutta l’area dell’Europa centro-occidentale ha antichissimi legami culturali e genetici.

E non mancano quanti piuttosto che parlare di ex Oriente Lux, parlano di ex Occidente Lux, specie dopo che Sergio Frau, a partire dalla pubblicazione nel 2002 del suo corposo studio Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta, ha scatenato un vero e proprio terremoto nel mondo degli studi sull’antico Mediterraneo e sull’antica Sardegna in particolare, al punto di indurre, tra gli altri, un celebre archeologo sardo quale Giovanni Ugas a tentare di imporre “chiarezza scientifica” con l’altrettanto corposo studio intitolato Shardana e Sardegna. I Popoli del Mare, gli alleati del Nordafrica e la fine dei Grandi Regni (XV-XII secolo a.C.), pubblicato nel 2017. Nello stesso anno però, Sergio Frau ha ribadito e insistito con la sua tesi grazie alla pubblicazione dell’ancora corposo studio Omphalos. Il Primo Centro del Mondo. Il Paradiso che divenne Inferno… Un’inchiesta.

Lo ziqqurat – se vogliamo continuare a usare questo termine accadico per definirlo – di Monte d’Accoddi, insomma, è un “mistero” su cui ancora a lungo evidentemente si continuerà a dibattere, situazione a cui personalmente, dal mio piccolo, intendo assistere più che partecipare.

Voglio però evidenziare come al culto che deve aver caratterizzato il monumento di Monte d’Accoddi siano associate statuine della Dea, come la seguente:

Statuina femminile in marmo rinvenuta nella Necropoli ipogeica di Monte d’Accoddi[4], quella a cui faceva riferimento Tinè nei miei appunti citati, “presso la valle del rio d’Ottava”[5] (ph. G. Lilliu, 1999)

Si tratta di una tipica Dea Madre cruciforme come quella di Porto Ferro, ma anche quella di Turriga e di tante altre rinvenute in Sardegna che in genere sono attribuite alla cultura di Ozieri, ma che rimandano inevitabilmente alla civiltà della Dea studiata da Marija Gimbutas e alla penisola balcanica, alle Cicladi, a una civiltà mediterranea (quella che più tardi sarà chiamata dei Popoli del Mare?) che deve essere stata straordinaria e meravigliosa, oltre che con innegabili tratti comuni che la collegano con un passato in cui ancora nel Mediterraneo prevaleva la resilienza nei confronti dei popoli invasori che hanno infine portato la loro violenta civiltà patriarcale anche in quel Paradiso (che divenne inferno, rubando a Sergio Frau la sua definizione).

Necropoli ipogeica di Monte d’Accoddi: la Tomba del Capo: cella h con portello d’ingresso e pilastro decorato da schemi multipli di teste e corna bovine in rilievo. La fossa in primo piano è medievale (ph. E. Contu, 2000)

Tanti indizi e prove archeologiche, linguistiche, culturali e genetiche penso che vadano ristudiati meglio e senza posizioni di pregiudizio e di partito preso.

Certo, occorre fare anche i conti con il tendenziale degrado e abbandono in cui lo Stato italiano lascia i monumenti archeologici: Monte d’Accoddi, per esempio, si trova in mezzo a terreni di proprietà privata, senza un’efficace politica di conservazione tanto meno una promozione turistica. I turisti in genere in Sardegna vanno per il mare, non per i monumenti archeologici, ma questo dipende molto appunto dalla politica, che tuttora preferisce caratterizzare la Sardegna, nonostante il suo patrimonio archeologico e culturale in genere tra i maggiori al mondo, con stereotipi che appartengono a un passato “coloniale”. Anche questi invero interessanti da studiare, perché probabilmente ci restituiscono la misura di come la civiltà dell’antica Sardegna sia stata oggetto di una vera e propria damnatio memoriae da parte dei vincitori, i popoli del patriarcato (purtroppo).

Stele in granito con figura femminile in rilievo (ph. R. Gadau)

Roberto Marras

NB: dello stesso autore Legami Remoti (leggende e fiabe su fate, streghe, janas e janare in Europa).


Note

  1. Le misure riportate sulla voce pertinente di Wikipedia sono di poco differenti.
  2. Giovanni Semerano – Le origini della cultura europea – I – Firenze 1984 – p. 591.
  3. Soprattutto una figura di rilievo dell’archeologia italiana e etrusca in particolare come Massimo Pallottino, e in genere gli archeologi “sardi”, hanno dubitato con fermezza del sillogismo orientale e mesopotamico nella fattispecie, stante il fatto che prove archeologiche certe, appunto, non sussistono.
  4. Ercole Contu – L’altare preistorico di Monte d’Accoddi Sassari 2000 – p. 11-16 e in particolare p. 13.
  5. Giovanni Lilliu – Arte e religione della Sardegna PrenuragicaSassari 1999.