Una finestra aperta sull’antica popolazione umbra, la sua organizzazione socio-politica, la scrittura e i rituali pubblici di una religiosità comunitaria.

La lingua degli Umbri è parte della mia vita, perché il mio lignaggio femminile trae le sue origini e la sua forza dalla terra di Gubbio: luogo di antiche civiltà comunitarie, di cui risuonano ancora gli echi nelle dimore delle Sibille appenniniche. Sopra il colle eletto descritto anche da Dante Alighieri, il Monte Ingino, si trova una grotta, un antro della Dea, la caverna della Sibilla Eugubina. Nelle vicinanze della grotta di Sant’Agnese e della grotta preistorica sul Monte Ingino, sono state trovate le tracce di un culto legato alla Niger Regin, “Nera Regin”. In alcune grotte sono presenti vari graffiti e molti canali scavati nella roccia lungo i quali scorreva l’acqua, che doveva essere raccolta in un bacino ricavato nel centro del monte e intorno al quale venivano officiati alcuni riti legati, appunto, all’acqua e al culto della Grande Madre. Una civiltà molto antica, le cui tracce si sono mescolate con quelle etrusche e latine, ma che ha radici ancora più lontane. Esistono infatti molte sopravvivenze lessicali nel dialetto locale, ma anche nella lingua italiana, che emergono dalla antica lingua degli Umbri, prese in prestito dai Latini e arrivate fino a noi ancora oggi[1].

Grazie alle Tavole Iguvine, un documento unico, le cui iscrizioni rappresentano il più lungo testo rituale dell’Italia antica, siamo in grado di aprire una finestra sull’antica popolazione umbra. Le tavole sono esposte presso il Museo Civico del Palazzo dei Consoli a Gubbio.

Le caratteristiche delle Tavole

Le Tavole Eugubine (Tabulæ Iguvinæ) si compongono di sette iscrizioni su lastre bronzee rinvenute nel XV secolo nel territorio dell’antica Ikuvium (Gubbio), nei pressi del Teatro Romano, in lingua umbra, relative a complessi cerimoniali di lustrazione ed espiazione della città. Le tavole furono vendute al comune di Gubbio nel 1456 e attualmente sono conservate nel Museo Civico del Palazzo dei Consoli a Gubbio.

Una delle tavole e a destra il dettaglio della scrittura

Le Tavole sono state prodotte tra il III ed il I secolo prima dell’era comune al fine di conservare i testi di antichissimi rituali religiosi precedenti che venivano trasmessi in modo orale o che potevano venire iscritti su materiali deperibili. Possiamo immaginare queste lastre come un “breviario” che veniva utilizzato dalle persone chiamate a officiare la ritualità pubblica.

Le Tavole contengono 4365 parole incise su dodici facciate di bronzo, materiale non deperibile che per questo era destinato al sacro e permetteva di fissare nel tempo i rituali. Si sostiene, grazie a studi recenti, che l’incisione delle tavole non sia avvenuta direttamente sulle lastre di bronzo, ma realizzata con la tecnica della “cera persa”, metodologia che è stata introdotta nell’età del Bronzo.

Il testo veniva inciso su una tavola lignea rettangolare cerata (e dotata di rialzi laterali ai lati), sopra la quale era pressato un impasto di argilla. Dopo la cottura ed il conseguente scioglimento della cera, sul modellino in terracotta veniva colato il bronzo e se ne ricavava una lastra bronzea con l’iscrizione identica a quella della cera[2].

In precedenza, si pensava che le Tavole fossero nove, poi otto, ma successivamente entrambi i due errori furono confutati. Nel primo caso il numero nove nasce da un equivoco diffuso da Leandro Alberti (1550) nella sua opera Descrizione di tutta Italia, mentre la fonte del secondo numero è Stefano da Cremona che, nella traduzione italiana della sua Vita di S. Ubaldo (1523) parla di quattro tavole in caratteri latini e quattro in caratteri etruschi, mentre nel testo originale in latino ne aveva menzionate sette[3].

Quanto troviamo scritto nelle tavole di bronzo nel suo insieme è estremamente più arcaico dell’epoca del suo trasferimento sul bronzo, ma di difficile e incerta datazione. Si può comunque affermare che per il testo del piaculo e della lustrazione sono esistiti due archetipi, quello più antico riassunto nella tavola I mentre l’altro, più recente, si trova nelle tavole VI e VII. Premesso che l’interpretazione delle Tavole è ancora oggi oggetto di studio, nella fonte di cui alla nota 3 possiamo trovare in dettaglio la traduzione delle tavole alla quale rimando. Da essa è possibile estrapolare i diversi contenuti che possono essere così classificati:

  • Cerimonie piaculare e lustrale contenute nelle due facce della Tavola I
  • Una redazione estesa delle due cerimonie di cui sopra contenute nelle Tavole VI e VII
  • Prescrizione per la cerimonia per “auspicio avverso” contenuto nella facciata a della Tavola II
  • Sacrificio del cane, nella stessa facciata a della Tavola II
  • Cerimonia delle riunioni tributarie nella facciata b della Tavola II
  • Il complesso cerimoniale delle Sestentasie nelle Tavole III e IV
  • Le norme sui compensi e sulle multe che regolano le funzioni dell’officiante nella Tavola V
  • Le norme tributarie che riguardano gli scambi tra circoscrizioni e confraternita nella facciata b della Tavola V
  • Doveri e multe del capo dei confratelli, nella facciata b della Tavola VII

Nelle tavole emergono inoltre i tratti portanti della religione attraverso i sacrifici iguvini, le divinità venerate, le istituzioni politicamente rilevanti nella comunità, i luoghi presso i quali venivano eseguiti i riti comunitari[4].

Il rogito notarile con cui nel 1456 le Tavole furono cedute al comune di Gubbio, atto conservato all’Archivio di Stato (ph. A. Ancillotti e R. Cerri, 1997)

LA LINGUA DEGLI UMBRI E LA SCRITTURA DELLE TAVOLE

L’Umbro è una lingua che precede la diffusione del latino nell’Italia Antica ed è parte del gruppo “sabellico”. Questo termine sostituisce la precedente designazione di dialetti “osco-umbri”. Si tratta del dialetto più settentrionale del gruppo e quello meglio documentato grazie alle tavole eugubine. Sicuramente è una lingua di origine indeuropea come il latino, il greco e le lingue germaniche, caratterizzata da una morfologia complessa e con funzioni logiche delle parole che vengono espresse da desinenze. Nella lingua scritta delle Tavole si manifestano due strati linguistici indeuropei, uno più antico, ovvero il paleo umbro, ed uno più recente e dominante, il safino. Molte testimonianze letterarie, tra cui la penna di Erodoto, sostengono che gli Umbri abitavano a sud del fiume Alpi, in una zona situabile tra le Alpi e la Padania, ma le fonti sul versante del territorio umbro risultano contrastanti, lasciando supporre un’origine autoctona degli Umbri che sarebbero sopravvissuti a un diluvio[5].

L’alfabeto degli Umbri (ph. Augusto Ancillotti)

Gli antichi Umbri conoscevano bene il sistema di scrittura etrusco, ma non avevano una propria tradizione alfabetica; pertanto, quando sentirono l’esigenza di scrivere dei testi si servirono di un alfabeto locale, ma adattandolo ai fonemi della propria lingua. In sostanza le tavole sono scritte nella lingua umbra, ma utilizzavano una scrittura locale di derivazione etrusca: là dove non esisteva corrispondenza con suoni che i vicini non conoscevano, adattavano il segno etrusco al suono sonoro della lingua umbra. Gli adattamenti non creavano loro problemi di decodifica, perché conoscevano le parole della loro lingua e la leggevano bene, in base a quello che era il contesto. In questo caso si trattava di rituali in cui la sequenza e le parole dovevano essere scandite correttamente, direi in modo perfetto, altrimenti si doveva riprendere tutto dal principio[6]. Infatti, i testi contenuti nelle Tavole di Gubbio rivelano quanto per gli antichi Umbri fosse importante il potere della parola, una parola “magica” che veniva utilizzata nei rituali tradizionali, una parola “segreta”, visto che veniva letta da poche persone, più esattamente da chi officiava i rituali descritti nelle lastre bronzee, un tempo tramandate oralmente.

Dall’analisi di Maddalena Fagiani, l’Umbro antico aveva sette suoni per le vocali, tra le quali la “o”, come vocale posteriore. Questo aspetto non era invece presente nella lingua e nell’alfabeto etrusco; quindi, nel trascrivere il testo sulle Tavole gli Umbri utilizzarono il segno etrusco V (ovvero il segno etrusco per “u”) anche per indicare la “o” (un esempio: nello scritto “tuta ikuvina” al posto della o c’è la u, ma in umbro si legge “tòta igòvina”).

Le Tavole Iguvine più “giovani” (Tavola VI – VII datate all’inizio del I sec.) mettono in evidenza come a un certo punto gli Umbri iniziarono a scrivere utilizzando un alfabeto diverso dal precedente adattato dall’etrusco, quello latino, stante la progressiva conquista dei territori della penisola italica a opera dei Romani. Usi e costumi cambiavano e con essi entrava la lingua latina con il suo alfabeto, e si diffondeva nei territori modificando le parlate autoctone. L’adattamento alla lingua latina per gli Umbri non fu difficile, tenuto conto del fatto che entrambe le lingue sono parte del gruppo indeuropeo, mentre l’etrusco aveva una diversa origine; inoltre, simili erano i suoni e, a differenza dell’etrusco, il latino si scriveva, come l’italiano, da sinistra a destra.

Dall’analisi morfologica della scrittura contenuta nelle Tavole Eugubine, infine, tenuto conto del fatto che esistono alcune parole pressoché uguali in umbro e in etrusco, oltre che in umbro e romano, è necessario quasi sempre assegnare l’origine delle voci all’ambiente umbro, non a quello etrusco o romano. Ossia, i prestiti lessicali umbri in etrusco e in latino sono da attribuire al mondo umbro e non viceversa. Questo perché, per una legge storica, i prestiti avvengono dalla lingua dell’ambiente più prestigioso a quella dell’ambiente meno prestigioso, con riferimento al settore delle attività umane cui la parola si riferisce: e questo rappresenta un indizio di una antica “superiorità” del popolo umbro rispetto agli altri[7].

Antichi popoli italici (ph. A. Ancillotti e R. Cerri, 1997)

I rituali e la religione che emergono dalla traduzione delle Tavole

Le Tavole Eugubine sono l’unica fonte di notevole importanza per la Religione Italica[8]: esse manifestano in forma scritta i rituali di una religione politeistica arcaica con 25 divinità[9]: il rito è affidato alla “parola creatrice” e all’atto agito dagli officianti che indossavano la toga traversa rituale.

Bronzetto votivo (ph. A. Ancillotti e R. Cerri, 1997)

Le popolazioni italiche antiche svilupparono per secoli una propria identità culturale, sociale e religiosa, nonostante i diversi condizionamenti di altre culture come quelle greche, quelle provenienti da Oriente ed infine quella più invasiva, conseguenza della espansione dei Romani. Inizialmente gli Umbri, così come gli altri popoli, non avevano avuto l’esigenza di portare in forma scritta i rituali e la tradizione spirituale, anzi erano diffidenti verso la forma scritta e questo spiega il motivo per cui non avevano sviluppato un proprio alfabeto, ma a seguito della forte pressione romana, temendo il corrompersi delle antiche tradizioni, sentirono l’esigenza di trascrivere ciò che un tempo era stato tramandato oralmente dalle persone che officiavano i rituali di una religiosità istituzionale[10].

La Tavola 5a a sinistra e il testo in facsimile a destra ((ph. A. Ancillotti e R. Cerri, 1997). Augusto Ancillotti è Professore Ordinario per Glottologia e Linguistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia.

Di seguito la traslitterazione tratta dal sito “Le Tavole di Gubbio

Va

  1. esuk. frater: atiieřiur:
  2. eitipes: plenasier: urnasier: uhtretie
  3. t: t. kastruçiie: ařfertur: pisi: pumpe:
  4. fust: eikvasese: atiieřier: ere: ri: esune:
  5. kuraia: prehabia: piře: uraku: ri: esuna:
  6. si: herte: et: pure: esune: sis: sakreu:
  7. perakneu: upetu: revestu: puře: teřte:
  8. eru: emantur: herte: et: pihaklu: pune
  9. tribřiçu: fuiest: akrutu: revestu:
  10. emantu: herte: ařfertur: pisi: pumpe:
  11. fust: erek: esunesku: vepurus: felsva:
  12. ařputrati: fratru: atiieřiu: prehubia:
  13. et: nuřpener: prever: pusti: kastruvuf:
  14. frater: atiieřiur: esu: eitipes: plenasier:
  15. urnasier: uhtretie: k. t. kluviier: kumnah
  16. kle: atiieřie: ukre: eikvasese: atiieřier:
  17. ape: apelust: muneklu: habia: numer:
  18. prever: pusti: kastruvuf: et: ape: purtitu:
  19. fust: muneklu: habia: numer: tupler:
  20. pusti: kastruvu: et: ape: subra: spafu: fust
  21. muneklu: habia: numer: tripler: pusti:
  22. kastruvu: et: ape: frater: çersnatur: furent:
  23. ehvelklu: feia: fratreks: ute: kvestur:
  24. sve: rehte: kuratu: si: sve: mestru: karu:
  25. fratru: atiieřiu: pure: ulu: benurent:
  26. prusikurent: rehte: kuratu: eru: eřek:
  27. prufe: si: sve: mestru: karu: fratru: atiieř
  28. iu: pure: ulu: benurent: prusikurent:
  29. kuratu: rehte: neip: eru: enuk: fratru

Una lettura completa della traduzione delle tavole mette in luce la concezione del divino, le preghiere e i rituali svolti dagli/dalle officianti per il bene di tutta la comunità (tuta ikuvina) e la manifestazione nominata delle divinità del luogo. Le divinità umbre non avevano una forma umana come quelle greche, ma venivano rappresentate come grandi forze: sono riconosciute come “divinità dell’Atto” o “divinità – Parola”[11]. La visione del mondo era profondamente spirituale e il rapporto con il divino è nella comunione tra le persone (la comunità) e il creato.

Lo spirito dei testi delle Tavole parte da una mentalità e da una consapevolezza per le quali le cerimonie non sono una forma individuale di religiosità, ma veri atti pubblici, diremmo fatti istituzionali, con cui la comunità, per tramite degli officianti[12], si rapporta al divino. I nomi assegnati alle divinità dai teologi italici sono estremamente suggestivi e rilevatori delle forze che venivano chiamate a intervenire sulla base delle richieste (preghiere) nelle liturgie dell’epoca: la “Spaventatrice” (Torsa), “l’Impeditrice” (Prestota), ovvero colei che trattiene i nemici, “il Creatore/la Creatrice” (Cerfo o Cerfia)[13], cioè chi fa crescere le messi.

Le divinità eugubine delle Tavole vengono inoltre sempre rappresentate nel numero del tre: “A volte i nomi con cui sono chiamate le divinità dell’Atto sono accompagnati da aggettivi, come nel caso di Cerfo Marzio, Prestota Cerfia o Torsa Giovia. Una divinità dell’Atto o divinità-parola era espressione di una delle grandi forze osservate dai teologi italici: quella giovia (la forza della parola), quella marzia (la forza fisica), quella cerfia (la forza della vita)[14].

E dunque tre le divinità principali. Nel rito, fondamentale è la valenza magico religiosa attribuita al numero tre: tre le porte maggiori, Tessenaca, Trebulana e Vehia, dalle quali si poteva accedere a Iguvium, nominate nelle Tavole. Tre anche i tempi del sacrificio. Tre per ogni divinità i sacrifici detti uranii. Ternario era anche il ritmo della danza rituale. E infine la proclamazione della fine del rito, descritta nella VI tavola, ripetuta tre volte prima che le fila potessero finalmente sciogliersi. Sono le azioni svolte dalla persona chiamata per le diverse cerimonie in relazione alla lustrazione e al piaculo, alla purificazione della comunità o dell’esercito, alle Sestentasie che, se analizzate come in una sorta di elencazione degli atti necessari, mettono in luce le caratteristiche proprie dei gesti rituali. Tutto questo accompagnato dall’esigenza, fondamentale per il risultato della cerimonia, di una precisione ripetitiva denominata “parola e azione efficienti”. Pertanto, estrapolando le azioni dei diversi rituali dalla traduzione delle Tavole, ecco ciò che maggiormente mi risuona:

Nelle tavole Ia e Ib

La purificazione della Città:

  1. “l’officiante dia inizio a questa cerimonia dopo il rito della rivelazione degli uccelli, quelli di fronte e quelli alle sue spalle”
  2. “ne estragga le interiora basse. Presenti i prodotti della terra. Consacri con la farina. Preghi in segreto sulle carni e sui prodotti della terra”
  3. “Usi scodelle di offerta e scodelle da consacrazione” (questo per la Rocca Fisia) nonché “un secondo tipo di scodelle da offerta e un secondo tipo di scodella da consacrazione per la Città di Gubbio. Preghi in segreto (…)”
  4. (…) “lo macini sedendo e sedendo preghi sui macinati”
  5. (…) “presenti i prodotti della terra e aggiunga il pane a treccia, consacri sia con il vino, sia con la farina. Preghi in segreto sulle carni e sui prodotti della terra, allora la Rocca sarà purificata”.

La lustrazione dell’esercito:

  1. “l’officiante dia inizio a questa cerimonia dopo il rito della rivelazione degli uccelli, quelli di fronte e quelli alle sue spalle. Al ritorno indossi la tracolla e quindi ponga il fuoco nel vassoio portatile. Quando vi avrà provveduto allora formuli l’impegno con la divinità” (…)
  2. (…) “quando avrà fatto il giro, preghi. Quindi si proclami l’andate Eugubini. Per tre volte giri intorno, per tre volte preghi. Per tre volte ripeta “Andate Eugubini”
  3. (…) “Così il sacrificio sarà perfetto. Dopo il terzo giro intorno all’esercito, officiante ordini la messa in fuga, sopra il luogo dell’assemblea, delle giovenche mature”[15]
  4. “Consacri con la farina. Consacri con il rito della fossa. Preghi in segreto sulle carni e sui prodotti della terra”

Nella tavola VI a – VI b

La purificazione della Città, redazione lunga:

  1. “l’officiante dia inizio a questa cerimonia procedendo alla rilevazione degli uccelli: l’upupa e la cornacchia provenienti da destra, il picchio e la gazza provenienti da sinistra”
  2. (…) “gli uccelli giusti e i richiami secondo il volere divino”
  3. “Quando colui che avrà avuto l’incarico di rilevare i messaggi augurali si sarà seduto sul suo sedile, allora (l’officiante) non mormori e non si intrometta con una formula rituale, finché colui che ha ricevuto l’incarico di rilevare i messaggi augurali non sia ritornato. Se ci sarà un mormorio o se (l’officiante) si sarà intromesso con una qualche formula rituale, si avrà un vizio di forma”.
  4. “i vasi (…) li protenda l’uno verso l’altro in modo che possa provvedere all’accensione del fuoco direttamente dal fuoco. Ugualmente alla porta Tesseneca. Ugualmente alla porta Veia”
  5. (….) “Sii favorevole, sii propizio alla Rocca Fisia, alla Città di Gubbio, al nome di questa. Con questa formula ti rivolgo preghiera e proprio confido nella formula rituale (…)
  6. (…) “Rivolga l’officiante tutte queste preghiere in silenzio, allo stesso modo faccia la consacrazione. Reciti sulle parti ritagliate aggiunga come pane la crescia condita. Presenti i prodotti della terra. Consacri sia col vino sia con la farina. Consacri le vittime sul tavolato.”
  7. (…) “durante la preghiera impasti e danzi a ritmo ternario. Dopo che avrà presentato la crescia condita dia la Santa Offerta delle carni ritagliate. Quindi, stando in ginocchio, dia la Santa Offerta dell’impasto, (facendola cadere) dalla pàtera. Poi sbricioli sul fuoco la crescia, l’impasto e le interiori basse, spargendole sopra. Infine, stando seduto macini, preghi sui macinati e faccia riporre le due scodelle fa offertorio e le due da consacrazione.”
  8. (…) “operi verso la fossa con la scodella, tenendola con la mano sinistra, fintanto che non sia pronto l’impasto; abbassi poi la scodella e, al medesimo piede della porta, lo dia come Santa Offerta.”

Nelle tavole III e IV

Il sacrificio delle Sestentasie:

  1. “Il sacrificio[16] si deve svolgere al momento culminante delle feste Sestentasie ordinarie. In primo luogo, purifichi il terreno nel bosco sacro. (…) In fine per la via dovuta si vada al campo e lungo il percorso si faccia fumare il fuoco accompagnando con preghiere.”
  2. (…) “infine macini, canti un inno di accompagnamento e preghi sui macinati. In questa cerimonia bruci profumi, usi l’incensiere e la farina tostata. Quando avrà fatto queste cose l’offerta sarà compiuta. Nel caso in cui avesse purificato in precedenza il terreno, allora di quella farina farà a meno.”

Le Sestentasie sono state associate dal Minorita[17] al rituale della dea Orsa, riscontrando profonde similitudini tra le due cerimonie: l’uso cultuale del fuoco, dei profumi, degli strumenti rituali. In queste cerimonie, trattando della dea Cupra o Cupa e degli aspetti e attributi della grande dea, la Buseghin[18] sottolinea come il pettine fosse uno degli attributi di una dea umbro-sabellica: “E’ a lei che nel rito delle Sestentasie di Gubbio viene offerta una crostata a forma di pettine, la PETENATA. La dea è Vesona, che vuol dire la Benefica”.

Il pettine nella forma di una figura femminile divina a La Tene, in Svizzera, Età del Ferro (ph. M. Gimbutas, 2008)

Le cerimonie e le ritualità riferite alle Sestentasie hanno un loro culmine, la costruzione di un carro rituale, senza ruote (la kletra), una portantina da portare a spalla, una sorta di simulacro che può essere messa in relazione alle tre barelle utilizzate per la Festa dei Ceri che si tiene ogni 15 maggio a Gubbio, per celebrare il santo patrono della città, Sant’Ubaldo[19]. Ritorna il magico numero tre[20]. Tre i Ceri della Festa di Gubbio[21], che si svolge nel periodo di risveglio massimo delle feste agricole. La triade di divinità eugubine (Giove – Marte – Vofione) è legata al culto delle rocce, secondo Ancillotti e Cerri queste divinità hanno affiancato al loro nome l’attributo Grabovio, in quanto espressione di caratteri propri di una divinità locale preindoeuropea, Grabo, di cui assumono il posto[22]. “La triade grabovia avrebbe assorbito una precedente divinità indigena, ma non tanto un dio Grabo, quanto una dea Graba, la Dea della Montagna, in sintonia con la religiosità euro mediterranea preindeuropea caratterizzata da un fortissimo accento femminile. E certamente doveva essere una grandissima Madre se ha condizionato a tal punto il pantheon dei nuovi arrivati da costringerli ad apporre il suo marchio su somme divinità[23].

Grabo sarebbe il teonimo legato al nome mediterraneo della roccia, *grabo (come già sostenuto da Pfiffing nel 1964, interpretazione sottolineata dallo stesso Devoto l’anno seguente). Quindi Giove Grabovio sarebbe una forma antichissima di un culto che ha avuto una prima fase quando ancora qui non si parlava la lingua che diciamo umbra; una seconda fase quando il dio venne ammesso al culto degli Umbri di Gubbio in senso stretto, una terza fase, nella quale il dio sopravvive come divinità romana, quando la lingua umbra ha cessato di esistere”.

I luoghi delle cerimonie quindi (monti, rocce, sorgenti, porte, boschi) sono fondamentali sia per l’aspetto religioso, ma anche come luogo di riferimento politico e strategico militare (il monte). Il più importante è sicuramente il santuario sul monte sacro, che non era una struttura edificata, ma per gli Antichi Umbri lo spazio sacro da allestire per i rituali. Il santuario (èku) era una area collocata in cima al monte, in lingua umbra okri, che significa rocca. A Gubbio ancora oggi sul Monte Ingino, dove è situata la Basilica di Sant’Ubaldo, c’è un luogo che si chiama La Rocca, dove sono rimaste tracce di una grotta con una sorgente d’acqua. Nelle Tavole la rocca o roccia è detta fisio, ovvero la rocca di Giove Fisio che viene indicato come la divinità che protegge il patto sociale che legava le persone della tota iiouina.

L’ORGANIZZAZIONE SOCIO-POLITICA E COMUNITARIA

«O Šerfo Marzio, o Prestota Šerfia di Šerfo Marzio, o Torsa Šerfia di Šerfo Marzio, siate favorevoli e propizi con la vostra pace verso l’esercito della Comunità di Gubbio, verso la Comunità di Gubbio, verso i suoi veterani in servizio e quelli in congedo, verso le reclute in servizio e quelle in attesa, verso il nome di loro e verso il nome di lei» (Tavola VI facciata b).

I testi consegnati nelle sette tavole sono di natura squisitamente liturgica, come illustrato fin qui, e tuttavia attraverso le norme imposte per la corretta esecuzione dei rituali emergono informazioni sul mondo sociale, politico e comunitario entro il quale quei testi erano maturati. Le informazioni ricavabili dai testi, grazie ad attento esame delle dodici facciate iscritte, costituisce forse il novanta per cento di quanto sappiamo oggi dell’antica cultura umbro-safina, che sta alle origini stesse della civiltà di Roma. Gubbio da un punto di vista morfologico si trova inserita nella valle tra tre monti, il monte Foce, il Monte Ingino e il Monte Ansciano, e tre sono le parole chiave che identificano le caratteristiche della società degli Umbri Antichi. Ecco la terna ideologica: tota, okri e trifu.

Il termine tota indicava una ‘comunità’ autodeterminatasi, quasi come un piccolo stato. Ogni tota occupava un distretto rurale, la trifu, la cui economia faceva riferimento a piccoli abitati, per lo più costituiti da “case sparse” (insediamento paganico) e talora da piccoli concentramenti (insediamento vicanico). Con l’andare del tempo l’insediamento vicanico si urbanizzò in “città. Ogni tota faceva capo a un ‘monte sacro’, un okri, che, con la sua area rituale d’altura, costituiva il simbolo dell’identità della comunità, posta sotto la sacralità divina. Questa terna concettuale (tota, okri, trifu) costituisce una specie di marcatore culturale delle culture italiche preromane. Appare centrale non solo nell’umbro delle Tavole Iguvine, ma anche nelle iscrizioni picene e sabelliche (Marrucini, p. es.), e perfino presso i Siculi[24].

Tratto da Gli Antichi Umbri e il monte Sacro di Augusto Ancillotti

Dalla lettura delle Tavole Iguvine si può analizzare che le regole in esse contenute non erano destinate “al mondo esterno”, ma alla “confraternita Atiedia”. Si tratta di un collegio di cittadini eccellenti della comunità iguvina. Queste persone avevano il compito di officiare i culti collettivi. Atiedio è la città madre nell’alta valle dell’Esino, oggi Attiggio, frazione del comune di Fabriano, di cui Iguvium era figlia. Attraverso le regole del rito possiamo ricostruire la società degli Antichi Umbri. E nella Tavola II e nella Tavola V viene evidenziato il corretto svolgimento rituale del patto della decade, una confederazione tradizionale di dieci comunità (tota), strette in un patto nel territorio appenninico che da Iguvium arrivava al mare Adriatico[25].

Nella Tavola IIb – I sacrifici delle riunioni tributarie – si ripete l’antichissimo rituale della stipulazione del patto federale tra le diverse circoscrizioni, un patto sancito dalla confraternita Atiedia che rappresentava l’espressione della stessa confederazione. In questo modo, attraverso il patto federativo su un vasto territorio, era possibile controllare e rendere sicura la circolazione delle greggi, le vie del commercio e della transumanza e offrire sicurezza a tutti i suoi membri. Le singole comunità erano legate dal vincolo sacro posto sotto il controllo della suprema divinità Fisio (Giove), che esprimeva la lealtà dell’impegno assunto dalle comunità confederate[26]. È dunque una comunità fatta di persone leali che emerge dalle parole delle tavole. “La centralità di questo atteggiamento etico è affidata alla divinizzazione dell’impegno stesso, che si sostanzia nel teonimo Fiso Sancio (relativo all’impegno tra uomini), e in quello di Fisovio Sancio (relativo all’impegno tra uomo e dio). Il divino è inoltre garante del patto sociale, fondamento della comunità, e del patto federale, fondamento della politica estera. È un uomo ottimista e positivo, che fa conto sulla possibilità di trovare in tutte le cose il mers, termine che traduciamo come “il giusto”, ma che etimologicamente indica la misura, l’equilibrio[27].

Nelle Tavole Iguvine merita una particolare attenzione la lustratio, una cerimonia di purificazione dei cittadini in armi. Per la comunità umbra era assodato che le azioni militari portavano morte e distruzioni e quindi comportavano inevitabilmente il rovesciavano dell’ordine naturale delle cose. La caratteristica della mentalità degli antichi è senza dubbio il rifiuto della guerra. Così Federico Fioravanti illustra questo aspetto:

Dalle parole delle Tavole Iguvine scopriamo un popolo che impugna le armi solo quando è costretto. E che vede la guerra, in modo pressoché esclusivo, soltanto come uno strumento di difesa. L’abito del soldato andava indossato come un dovere verso gli altri, per difendere il bene comune del territorio minacciato dai nemici. Ma la guerra è un male, da tenere lontano dalle proprie case e dalla vita di tutti i giorni[28].

I Romani, nipoti imperialisti degli Umbri, trasformeranno gli eserciti in strumento di conquista e di espansione territoriale. Saranno i Romani i costruttori, accanto agli antichi percorsi naturali delle vie commerciali battute dai popoli italici, di efficienti e lastricate strade consolari, utili a far muovere in fretta, da un punto all’altro della penisola, la devastante macchina militare delle legioni.

Tuttavia, le classi rurali, le antiche comunità appenniniche delle Sibille, e le popolazioni attuali hanno conservato intatto il proprio patrimonio genetico e continueranno a vivere la guerra come un problema da tener lontano dalla propria terra, dalla propria vita. Come nella preghiera della Tavola VII facciata a:

O Prestota Šerfia di Šerfo Marzio, per una via lontana storna lo straniero dall’esercito della Comunità di Gubbio e dalla Comunità di Gubbio.

Il Palazzo dei Consoli a Gubbio dove sono conservate le Tavole Iguvine (ph. G. Pierotti)

Daniela Degan, 2022


Bibliografia

  1. Ancillotti Augusto e Cerri Romolo – Le Tavole Eugubine – Edizioni Jama – Perugia 1997;
  2. Buseghin Maria Luciana – L’ultima Sibilla. Antiche divinazioni, viaggiatori curiosi e memorie folcloriche nell’Appennino umbro-marchigiano – Carsa Edizioni – Pescara 2013;
  3. Castellani Dina – A Gubbio prima di Ikuvium – EFG Edizioni Fotolibri Gubbio – Perugia 2014;
  4. Faggiani Maddalena – Gli Umbri delle Tavole. Un breve viaggio alla scoperta di un popolo antichissimo – EFG Edizioni Fotolibri Gubbio – Perugia 2015;
  5. Pinna Francesca – La Lingua degli Umbri – Edizioni Jama – Perugia 2013;
  6. Marija Gimbutas – Il Linguaggio della Dea – Venexia 2008.

Note

[1]Una parola che può sembrare desueta, ma che mia madre usava spesso per definire una pozzanghera, è pescolla oppure macco che vuol dire polenta. Una parola per definire una cittadina vicino Gualdo Tadino è Rigali. Quando noi bambine chiedevamo un regalo, lei ci diceva “e si certo, Rigali sta di là da Gualdo”. Cfr. Maddalena Fagiani – Gli Umbri delle Tavole. Un breve viaggio alla scoperta di un popolo antichissimo – EFG Edizioni Fotolibri Gubbio – 2015 – p. 4.
[2]Maddalena Fagiani – op. cit. – p. 5.
[3]Augusto Ancillotti e Romolo Cerri – Le tavole iguvine – Edizioni Jama – Perugia – pp. 37 e 38.
[4]Mentre la religiosità popolare umbra è rappresentata dai reperti archeologici del tipo dei bronzetti italici antropomorfi, la speculazione dei teologi antichi è rappresentata dai testi delle Tavole Iguvine e dall’ideologia religiosa ivi delineata. Si tratta di due mondi concettuali profondamente diversi, che hanno radici indipendenti e che sono coesistiti parallelamente per secoli e secoli, a volte con ampi tratti di convergenza superficiale. Nel corso del primo millennio a.C. (epoca a cui risalgono sia i reperti archeologici che i testi delle Tavole Iguvine) la religiosità popolare vedeva le divinità in forma antropomorfa e si esprimeva attraverso gli ex-voto, mentre quella dei teologi concepiva il divino in forma astratta e si esprimeva nella “parola”. In fondo, come ha mostrato Maddalena Fagiani nel suo lavoro del 2007, si tratta di due strati culturali sovrapposti nel tempo, il primo dei quali, caratterizzato da una concezione antropomorfa della divinità, risale alla fase “paleoumbra” del II millennio a.C., mentre il secondo introduce una visione astratta del divino e rappresenta il portato della cultura “safina” sovrappostasi a quella paleoumbra nel corso del I millennio a.C. È vero che anche nelle Tavole Iguvine sopravvivono alcune designazioni del divino pertinenti alla fase più antica (evidentemente troppo radicate nella gente perché i teologi le potessero cancellare) come il nome di Iupater, o quello di Marte, o quello di Çerfo; ma anche questi “nomi” sono rifunzionalizzati alla nuova visione teologica, nella quale rappresentano degli “ambiti” di azione del divino (come aveva ben visto Prosdocimi, 1978 e 1989) più che degli “dèi” in senso classico. Insomma, quello rappresentato nelle Tavole Iguvine non è un vero “pantheon”, ma un sistema ideologico che organizza l’idea del divino. (…) Le Tavole di Gubbio sono sette lastre di bronzo scoperte nel 1444 nelle rovine del teatro romano a Gubbio, e acquisite dal Comune di Gubbio con un atto notarile del 1456, oggi custodito nell’Archivio di Stato di Gubbio. Le sette tavole hanno dimensioni diverse (dai cm. 28x40x0.4 della IV ai cm. 57x87x0.4 della VI) e diverso peso (dai kg. 2,590 della IV ai kg. 15,590 della VI), e sono state fuse in epoche diverse (la III e la IV alla fine 3° sec. a.C., la I e la II all’inizio del 2° sec. a.C., la V intorno alla metà del 2° sec. a.C., la VI e la VII all’inizio del 1° sec. a.C.) con lo scopo di preservare dei testi prima redatti su materiale deperibile (tela, pelli, foglie, legno).” (testo tratto da Augusto Lancillotti – La religiosità dell’uomo delle Tavole Iguvine – Vol. 5 – n. 1)
[5]Per ulteriori informazioni si rimanda a Francesca Pinna – La Lingua degli Umbri – Edizioni Jama Perugia. “Gli antichi bronzi, come degli specchi, riflettono la lingua perduta degli Antichi Umbri e il mondo pre-urbano delle favolose genti scampate alle incessanti piogge di un diluvio ricordato come “universale”. I Greci li chiamavano Ombrikoi. Per Plinio, erano la stirpe più antica della penisola: Gens antiquissima Italiae. Il linguista e archeologo Giacomo Devoto ha definito le Tavole Iguvine come «il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica»”. (testo tratto da Federico Fioravanti – Parlare con gli dei: le Tavole di Gubbio)
[6]Le prime tavole (dalla I alla IV) sono state scritte, probabilmente, intorno al III o al II secolo a.C., in caratteri e lingua umbra. Anche le tavole VI e VII sono scritte in lingua umbra, ma con alfabeto latino e sembra che possano risalire al I secolo a.C. La tavola V è scritta in caratteri umbri nella faccia a e nelle prime sette righe della faccia b. Le rimanenti righe (8-18) sono invece in caratteri latini. Le tavole scritte in alfabeto umbro sono dette “paleoumbre”, quelle scritte con alfabeto latino sono dette “neoumbre”. Con tutta probabilità le tavole riportano, in forma monumentale, testi molto più antichi, forse risalenti al I millennio a.C. Tra di esse, le differenze di lingua sono dovute in gran parte a diversità di grafia, giacché l’alfabeto umbro non aveva segni per o, g, d e spesso scriveva p per b e il paleoumbro ř nel neoumbro è reso con rs. Tutti i testi sono comunque scritti in lingua umbra. (Fonte Wikipedia, voce “Tavole Eugubine”).
[7]Augusto Ancillotti e Romolo Cerri – op. cit. – p. 101 e seguenti e Francesca Pinna – op. cit. – p. 25 e seguenti.
[8]Esistono altre iscrizioni italiche di carattere religioso: la Tavola di Rapino in dialetto marrucino della seconda metà del III secolo PEC, e l’iscrizione di Fossato di Vico in lingua umbra di fine II secolo PEC, nella quale è presente la divinità umbro-picena Cupra, la Bona Dea (Maddalena Fagiani – op. cit.).
[9]Vedi Il “pantheon” iguvino
[10]Le Tavole Iguvine elencano prescrizioni rituali. Regole che non erano destinate “al mondo esterno” ma solo alla “confraternita Atiedia”, un collegio di cittadini eccellenti della comunità iguvina che aveva il compito di officiare i culti collettivi. Chiamati così in ricordo di Atiedio, città madre nell’alta valle dell’Esino, oggi Attiggio, frazione del comune di Fabriano, di cui Iguvium era figlia o colonia. Parlare con gli dèi a nome della comunità era un privilegio riservato a pochi, nobili eletti. Ma era importante farlo in modo corretto, secondo procedure rigorose e immutabili, attraverso un “breviario” che andava conservato e trasmesso di generazione in generazione. Bisognava evitare che chi officiasse i riti potesse modificare i modi e i tempi di una liturgia considerata perfetta. L’unico strumento, secondo gli antichi abitanti dell’Appennino, per guadagnare la benevolenza divina e ottenere la salute delle persone e del bestiame insieme all’agognata prosperità dei campi.” (testo tratto da Federico Fioravanti – Parlare con gli dei: le Tavole di Gubbio)
[11]Nel 1989 è Prosdocimi che parla di “divinità-parola” e di “divinità-azione”: se il divino è presente nelle cose e nelle azioni, ognuna delle cose e ognuna delle azioni può realizzare una volontà divina favorevole o sfavorevole al postulante. Infatti, il divino mantiene una sua imperscrutabile volontà, che però può essere sollecitata a esaudire la preghiera e solo se questa è realizzata “secondo ritualità” (Aldo L. Prosdocimi – Le religioni degli Italici – in AA.VV. – “Italia omnium terrarum parens” – a cura di Pugliese e Carratelli – Milano 1989 – pp.475-545).
[12]Siamo in questo caso in una fase successiva al tempo in cui la spiritualità in tutto il Mediterraneo e nell’Europa Antica era in mani femminili e avveniva con modalità collettive e condivise. Rimane comunque l’eco in questa particolare zona territoriale appenninica delle successive influenze fondamentali delle comunità sibilline. Grazie alla ricerca e agli studi svolti negli ultimi vent’anni anni, ora sono capace di vedere le tracce lasciate dai precedenti rituali di cerchi di donne di saggezza e i dettagli delle cerimonie descritte negli scritti su bronzo che mettono in mostra quanto delle antiche divinità, gestualità, ispirazioni, azioni e intenti sono comunque alle radici delle successive tradizioni riportate nelle Tavole. Per questi aspetti si vedano i seguenti testi: Vicky Noble – Il Risveglio della Dea e La Dea Doppia; Luciana Percovich – Oscure Madri Splendenti; Morena Luciani Russo – Donne Sciamane.
[13]Cerfo o Cerfia hanno Cer o Ker nel nome, in comune con la dea Cerere. Sono entrambe personificazioni della forza della crescita, l’energia feconda. Si veda a tale proposito Maria Luciana Buseghini – L’Ultima Sibilla – Carsa 2013 – pp. 108 e 109.
[14]Maddalena Fagiani – Gli Umbri delle Tavole – cit. – p. 19.
[15]Il rito della fuga delle 12 giovenche (il numero risulta dalla Tavola VII b) per le vie dell’abitato e della loro cattura si inquadra nella antichissima tradizione preindoeuropea delle tauromachie di ambiente mediterraneo.
[16]Si osservano due procedure rituali differenziate: il rito “uranio” e quello “ctonio”. Nel caso del primo le vittime (pecora, maiale, agnello, capro) si consacrano sul tavolato e le viscere si offrono nel fuoco dell’ara; nel caso del secondo, le vittime si consacrano per terra e le viscere si offrono nella “fossa”. Il tutto in perfetta coerenza con le divinità rispettivamente del cielo e della terra (Ancillotti-Cerri – op. cit. – p. 83). Le parti destinate alle divinità erano bruciate sul grande altare del fuoco (in umbro asa) e il fumo arrivava direttamente alle divinità legate al cielo. Durante i sacrifici ctonii, invece, i prodotti della terra venivano triturati sopra un altarino (in umbro ereclo) e poi venivano gettati in una buca sottostante (il rituale della fossa), attraverso la terra arrivavano alle divinità ctonie (Maddalena Fagiani – op. cit. – p. 20).
[17]Anonimo studioso conosciuto come Minorita Norcino che ha narrato un arcaico mito dell’Orsa e che Maria Luciana Buseghin propone nel suo libro.
[18]P. 46 di L’ultima Sibilla – cit. Si veda anche p. 140 dove le similitudini sono espresse nel dettaglio.
[19]Per una analisi più approfondita e dettagliata, rimando alle pagine 138 – 141 – 142 di L’ultima Sibilla e a p. 96 di Le Tavole Iguvine, cit., nonché a quanto esposto da Augusto Ancillotti nel suo lavoro “Alcune tracce della Festa dei Ceri nelle Tavole Eugubine”. Grazie alla lettura e alle riflessioni di cui sopra sono riuscita a mettere in luce passaggi di questa festa da brividi che mi ha sempre emozionato … e che spesso gli stranieri non capiscono. Ora che riconosco il legame, capisco perché le macchine sono tre, numero caro alla Grande Dea, tre sono i colori “primari” Rosso, Bianco, Nero nei vestiti dei ceraioli e Giallo come colore della Madre Terra, ma che invece nell’attuale festa è il colore di Sant’Ubaldo. Ma sappiamo che i santi vengono dopo, prima c’erano le Dee, le Sibille, le ninfe delle Fonti. Tre sono le “birate” che fanno i Ceri in piazza grande e ci sono canti, danze, vino e innamoramenti. Un aspetto ulteriore che lega le Tavole alla festa dei Ceri sono alcuni gesti e movimenti delle cerimonie analizzate, come il movimento sempre circolare, le “stazioni” alle tre porte e i vasi che dovranno essere infranti, come avviene per le brocche dei Ceri che vengono lanciate e rotte prima delle birate.
[20]Questi tre proto-ceri erano dunque dedicati, nell’ordine, alla coppia Pomone-Vesona, a Hula e a Torsa e, dal momento che sono unti come la spina (un monolito fisso o infisso nel terreno), sicuramente sono emblemi di fertilità, ma a differenza della spina essi sono da innalzare, da sollevare, evidentemente per essere trasportati a spalla con la kletra.” Dentro le parole, finestre etimologiche di Giancarlo Gaggiotti e Maria Luciana Buseghin – op.cit. – p.141.
[21]Il volume di Giancarlo Gaggiotti, esperto di culture e lingue dell’Italia antica, è arricchito da “finestre etimologiche” che aiutano a capire, grazie all’analisi linguistica, le vicende lontane e vicine di “questa complessa figura, Grabo, protagonista al femminile del mondo magico mediterraneo. “In questo libro, inoltre, lo studioso propone per la prima volta in assoluto una possibile chiave ricostruttiva e interpretativa dei famosi Ceri di Gubbio” (intervista a Maria Luciana Buseghin).
[22]Maria Luciana Buseghin – op. cit. – p. 121.
[23]Maria Luciana Buseghin – op. cit. – p. 141.
[24]Testo tratto dal sito “Le Tavole di Gubbio

[25]Le città-stato alleate, con il tempo, diventarono venti, pur mantenendo i dieci nomi sacri originali: tiieřiate, klaverniie, kureiate, satanes, peieřiate, talenate, museiate, iuieskane, kaselate e peraznanie. La confraternita Atiedia, di fatto la prima e più importante forma di governo sovraregionale della penisola italiana di cui si abbia conoscenza, era composta da cento membri, cinque per ogni comunità. Fisio era il nome del monte sulle cui pendici sorgeva la città di Iguvium: l’attuale Monte Ingino era definito con la parola okri: indicava il luogo sacro, simbolo dell’identità collettiva, dove il popolo, i cittadini armati in grado di combattere, veniva chiamato a raccolta.
[26]Fagiani Maddalena, op. cit. pp. 14 e 25.
[27]Augusto Ancillotti in “La religiosità dell’uomo delle Tavole Iguvine
[28]Il mestiere delle armi, in ogni caso, era di esclusiva competenza delle élites. La lustratio, una delle più arcaiche forme di censimento conosciute, diventava così anche un modo per contarsi, per capire chi fosse in condizione di combattere. L’elenco dei potenziali guerrieri escludeva gli stranieri. La circostanza, paradossalmente, fa riflettere sullo spirito tollerante dell’antico popolo italico verso chi non era nato nella comunità di Iguvium. Il fatto che il divieto venga ripetuto più volte ci informa che nella città degli Umbri risiedevano molti stranieri e che la loro presenza, a esclusione del momento della battaglia, era considerata del tutto normale. L’esclusione dalla cerimonia militare non era quindi dettata da ostilità ma dalla necessità di rimarcare l’identità cittadina. Nella vita di ogni giorno, gli Antichi Umbri cercavano di continuo il mers, la “giusta misura”. Un buon senso da seguire e che emerge anche nel testo della settima tavola, nel celebre passo della imprecatio, la preghiera rivolta alla divinità di Torsa Giovia per ottenere la sconfitta dei nemici. Gli abitanti di Iguvium descrivono se stessi come vittime di continue scorrerie da parte di bellicosi vicini. Le condannano, con forza. Ma sanno che non è possibile eliminarle del tutto dalla loro vita. In qualche modo devono convivere con la disgrazia di essere quasi sempre sotto la pressione di un attacco. Allora pregano la dea in modo collettivo. Le chiedono di terrorizzare i nemici, perché almeno si spostino e ripieghino in altre zone. L’invocazione a Torsa Giovia è la più antica formulazione poetica conosciuta nella penisola italiana. È caratterizzata da una ritmica incalzante e dalla figura della allitterazione. Il suono delle stesse frasi veniva ripetuto più volte, per dare maggiore forza alla preghiera: un altro segno della cieca fiducia degli Umbri nella potenza magica della parola.