Le valli del Natisone si trovano nella parte più orientale del Friuli-Venezia Giulia. Sono formate dalla valle del fiume Natisone e da quelle percorse dai suoi affluenti, l’Alberone, il Cosizza e l’Erbezzo, seguendo un sistema a ventaglio, che converge verso sud.

Il monte Matajur (alto 1641 m e chiamato anche Monte Re o Velika Baba, cioè Grande Nonna nel dialetto sloveno locale) con la sua forma conica è la montagna più alta e dalla sua cima erbosa è possibile vedere da un lato l’Adriatico con il Carso e l’Istria e dall’altro i monti Canin, Mangart, e le Dolomiti. Formatosi da materiale sedimentario tra il giurassico e il cretaceo, è ricco di argento, mercurio e oro. Lungo i suoi fianchi si aprono grotte e fenditure profonde, come la Velika Jama e la Sesna Jama (jama = grotta) e sgorgano numerose sorgenti. Coperto di pioppi, castani e ontani verdi, si apre a prati di narcisi, crochi, fragole, lamponi e mirtilli.

Nessuna meraviglia, dunque, che una simile armonia di elementi lo abbia reso un luogo sacro per chi lo abitasse o frequentasse fin dai tempi remoti, quando le montagne esprimevano la numinosità e la forza delle manifestazioni della Madre, come Cibele la Montagnosa in Anatolia e le potenti Baba Yaga del folclore slavo; qui, ancora oggi si trova uno dei più frequentati santuari arroccati sui monti, quello della Madonna Nera di Castelmonte.

E nonostante la posizione su quel confine orientale attraverso cui nel corso dei millenni sono scese in Italia le ondate violente dei diversi popoli provenienti da nord-est, per la loro posizione leggermente arretrata e rialzata rispetto alla pianura sottostante, le Valli sono rimaste ai margini di passaggi, scorrerie e insediamenti, mantendosi isolate e protette da ciò che succedeva ai loro piedi e conservando la propria biodiversità sia ecologica che culturale.

Gli slavi, la più recente ondata dei popoli indoeuropei, si stabilirono in queste zone in età longobarda (VI-VIII sec.), allorché il potere longobardo decise di accogliere i primi coloni e di imporre il confine quasi in coincidenza con il limite naturale tra la pianura (romanza) e il territorio montuoso delle Prealpi (slavo). La presenza slava si rafforzò dopo le invasioni ungare nel IX secolo, allorché il Patriarcato di Aquileia si servì di gruppi di contadini slavi di varia provenienza (perlopiù sloveni dalla Carinzia e Carniola) per ripopolare alcune zone della pianura friulana devastate e quasi desertificate dalle incursioni magiare. Sicché Slavia friulana (detta anche Slavia italiana o Slavia veneta, Sclavanie in friulano, Beneška Slovenija in sloveno) è ancor oggi il nome della regione collinare e montuosa delle Prealpi Giulie del Friuli orientale, che si estende tra Cividale del Friuli (che ospita l’Ipogeo Celtico) e i monti che sovrastano Caporetto (ora in Slovenia).

Antipodes (ph. A. De Stefano, 2003)

“Le loro dimore sono prevalentemente piccole grotte vicino a corsi d’acqua o sorgenti … ma anche radure protette, piccoli monti, valloni ripidi, rocciosi, inaccessibili, solitari, comunque ‘diversi’”, scrive Aldina De Stefano in Le Krivapete delle Valli del Natisone. Un’altra storia. Il libro, edito da Kappa Vu, Udine, nel 2003, fornisce anche una ricca bibliografia, mappe delle grotte, etimologie, e riporta la notizia di quattro processi di streghe nelle Valli.

E ancora annota: “Sono figure femminili reali, mitiche e simboliche, presenti nella tradizione popolare, scritta e orale. Il nome ha diverse varianti e traduzioni etimologiche. Molte sono, e quasi incontaminate, le leggende sulle stesse nella valle dell’Isonzo (Slovenia) e nelle vicine valli del Torre e nella Valresia, e scompare poi lasciando il posto alle agane, torke, babe. Soprattutto con le Agane, le Krivapete hanno molte analogie.”

Il loro nome è una parola composta che si presta a molte interpretazioni: riguardo alla fisicità, viene tradotto con “piede storto”; in senso più ampio è riferito a una identità esclusivamente femminile, di “strega … che va contro le regole sociali”.

Multiforme e ambigua come le Baba Yaga, come le Melusine, come la Belle Dame sans Merci e  tanto tempo prima Lilith, nella lontana Korea la potente dea creatrice Mago nelle sue forme popolari degradate viene descritta in termini analoghi: “dispettosa con gli uomini, sapiente in gravidanze e parti, capace di assumere l’aspetto di una volpe o di un gatto, vecchia cisposa e subito dopo donna bellissima, ‘coi capelli arruffati, un naso a becco e i talloni unghiati d’uccello’”(Luciana Percovich, Colei che dà la Vita, Colei che dà la Forma, p.61). Insomma, streghe dai piedi rovesciati, donne selvagge o selvatiche, perché prima donne sacre, sagge e sapienti, libere e “infedeli”.

“Nello spazio e nel tempo, sono associate ad altre figure mitiche quali le torke, babe, russalke, vile, bradoviceduje zene, duje babe, anguane, bregostane, ninfe, sirene, ondine, melusine, erinni, streghe.” (Aldina De Stefano, p. 29)

Krivapete (ph. A. De Stefano, 2003)

 

Aldina De Stefano ha cominciato a frequentare le Valli nel 1997, un approccio non facile con le comunità, racconta. Dal suo lungo e paziente ascolto è nata prima la sua tesi di laurea in filosofia, poi il libro. Invitata nel 2005 a Pescara, nel ciclo di conferenze Sulle orme della Grande Madre, organizzato dall’Associazione Margaret Fuller, così ha raccontato le Krivapete.

Bisognerebbe andarci da soli, nelle Valli. Viverle dentro.

Farsi cogliere dal buio, dalla notte, sobbalzare al vento che, tra i rami, sembra il grido di un bimbo, sentirsi inseguiti dagli occhi del bosco, raggelarsi quando ci sfiorano inquietanti presenze, perdere l’orientamento nella nebbia o in un crocicchio, crollare di stanchezza quando ancora si è troppo lontani dal paese illuminato.

Provare paura, perché quando si è soli in luoghi rarefatti come le Valli, gli alberi assumono forme mostruose, le forre restituiscono scricchiolii agghiaccianti, i torrenti attraggono nei loro vortici impetuosi, i fruscii sconosciuti sono intime voci inascoltate.

Segrete, misteriose, appartate, boscose Valli. Luogo ideale per la conservazione e trasmissione di antiche forme di culto, di credenze non omologate o standardizzate, nascoste sapientemente anche nella lingua materna, lo sloveno. Lingua della nutrice, lo sloveno. Confidenziale, ricca di sfumature, rimandi, ambiguità, intimamente legato alla memoria. Comunità, terra e lingua vivono in simbiosi. Inscindibili per la comprensione del substrato culturale delle Krivapete.

Panorama della Valli del Natisone (ph. Edbe in A. De Stefano, 2003)

 

Ho “incontrato” per la prima volta le Krivapete studiando gli aridi testi della cultura ufficiale, dai quali emerge, in un linguaggio spento, monotono, monoculturale, un’unica identità per krivapete: streghe grottesche frutto dell’immaginario superstizioso e ignorante del ceto basso. Le leggende, ed ogni singola parola, sono tradotti con frettolosa superficialità dallo sloveno all’italiano, la lingua del dominante, che per secoli ha scritto al posto e in sostituzione della cultura popolare. Scrittura maschile, che per secoli ha scritto al posto e in sostituzione del femminile.

La versione data da questo pensiero monoprospettico, che non si espone al contagio della relazione, della possibilità, cristallizza le Krivapete. Le svilisce, ridicolizza, devitalizza.

Straniate, esiliate, dissociate, appaiono figure deboli, fragili, sole. Inconsistenti. Delle stesse accentua i caratteri negativi, “dimentica” quelli positivi. Le allontana dalla loro costitutiva essenza.

Travisare il senso simbolico delle Krivapete per legittimare una ideologia androcentrica è una truffa culturale, un meccanismo oscuro e oscurante, mediocre e ipocrita, dal quale ho preso le distanze, spostando la mia ricerca nelle Valli. Per diversi anni son vissuta a stretto contatto, e relazione, con il paesaggio, la lingua, la comunità, in un atteggiamento di ascolto e cura del loro sentire più profondo.

La tradizione popolare, scritta e orale, dà delle Krivapete una versione molto più complessa, affascinante, contradditoria, ma proprio per questo vitale, in continuo rinnovamento e trasformazione. Ho gettato uno sguardo diverso sulle loro vicende, senza pregiudizi o stereotipi, senza censure o manipolazioni. Da qui la necessità di riscrivere un’altra verità, e un possibile altro destino – storico, mitico, simbolico – per loro, che risultano tutt’altro che figure marginali. Reinterpretarne i dati, i simboli, le azioni e funzioni è stato quasi un lavoro di archeologia, che fa venir fuori il sepolto degli anni. Sorprendenti segni, che vanno dalla sacralità del divino femminile nella cultura della Dea Madre del Neolitico, alla svalutazione dell’essere donna “diversa” (i piedi storti ne sono il marchio) nella cultura post-pagana dei secoli successivi.

Sulle Krivapete-donne, in carne ed ossa, colpevoli di seguire le vie della Dea, o di aver messo a frutto le doti di conoscitrici e trasmettitrici di guaritrici, gli inquisitori di Aquileia scatenano una vera e propria persecuzione – ma questa è un’altra storia ancora!

Dee, donne sacre, sacerdotesse, sciamane, donne selvatiche, d’erbe, maghe, streghe, benandanti, eretiche?

Comunque, e sempre, autorevoli figure femminili. Scomode e imbarazzanti, per l’ordine simbolico patristico, da sempre impaurito dall’esclusivo potere generativo delle donne.

Un giorno, guidata dall’istinto, sono arrivata in una piccola grotta, chiamata delle donne sacre, o sacra alle donne. L’ingresso è a forma di utero (come tutte le grotte delle Krivapete). Vicino, una sorgente.

Velika Jama – Grotta grande (ph. A. De Stefano, 2003)

Il silenzio è sacrale. Le Valli avvolgono ogni cosa di sacralità naturale, di vita e presenze antiche in un tempo circolare che, dentro, torna. Emanano una forza selvatica e una suggestiva energia primordiale, l’energia dell’infanzia, forse. Entro, trattenendo il respiro.

Stavo bene, lì dentro. Protetta. Come fosse una mia antica casa d’infanzia, anzi pre-natale. Stavo bene come presumo si stia bene nel grembo materno, nel grembo mitico della Dea Madre.

Quando sono uscita (dopo un attimo un’ora cent’anni?) ero carica di energia, come in un rito di passaggio.

Seduta su una pietra concava che sembrava un piccolo trono, ripensavo sorridendo alle profonde tracce lasciate dal femminile divino, insito nelle Krivapete nonostante la forsennata cancellazione del pensiero ginecofobico.

Altare di pietra (ph. A. De Stefano, 2003)

 

Il cristianesimo si è impossessato di tutti i luoghi, rappresentazioni, attributi, cerimonie, riti, festività, templi delle precedenti divinità femminili rimodellando gli archetipi in una sola entità femminile. La Vergine Maria. Ma qualcosa è comunque passato dal setaccio della conversione forzata, che non ha fatto i conti con la fedeltà della cultura popolare alle credenze arcaiche precristiane.

Per farle sopravvivere, la cultura popolare cambia i nomi alle divinità femminili, che diventano una miriade di piccole dee domestiche, le sposta dal mito alle leggende, le nasconde nei boschi, nei luoghi più riposti, lontani dall’assimilazione forzata. Agane, fate, bregostane, russalke, bradovice, anguane, melusine, erinni, streghe, sirene. Krivapete, nelle Valli del Natisone.

Nelle leggende che raccontano di loro persistono miti e rituali di un sistema religioso più antico e solido in cui la Dea veniva venerata e il potere sessuale femminile era sacro. I semi delle antiche forme di culto sono ancora evidenti nei profondi strati della cultura popolare. Non c’è stato dunque un totale sradicamento.

Il neonato percepisce nella madre l’universo. Più tardi, si trasforma nella concezione dell’universo come madre.

La Krivapeta è un’epifania della Madre. Come una Madre, protegge nutre insegna, ma anche sgrida ammonisce punisce. Come la Terra Madre è insieme buona e cattiva, creativa e distruttiva, generosa e vendicativa. A lei ci si rivolge per la fertilità dei campi, degli animali selvatici, degli armenti, dei campi, e del gruppo umano.

In lei la vita, come nutrimento, è meta centrale di società basate sul riconoscimento e la celebrazione del ruolo della Madre. Nella loro funzione materna, le Krivapete sono autorevoli trasmettitrici di sapere e poteri ancestrali, e valori. Riverite e temute. Negative e positive insieme, in una visione del mondo olistica. Custodi della natura selvatica, sono Signore delle erbe, della guarigione, della fertilità, pioggia, tessitura, destino. Sono il genius loci che assiste e protegge la comunità. Coloro che sanno, e mettono a disposizione il proprio sapere magico e pratico. La Krivapeta è colei che consiglia, insegna e punisce chi infrange le leggi della natura. Che scompare se la chiamiamo per nome perché nel nome nasconde la sua intima essenza. Se viene derisa, oltraggiata difende con energia e furore la sua dignità. Custodisce i misteri e la sacralità della vita. Tesse il ciclo della vita nella sapienza di ciò che deve nascere crescere morire rinascere. Grida se la natura viene ferita. Danza e balla nelle notti di luna piena in rigeneranti rituali. Fa magie per riportare l’ordine e l’armonia nel gruppo. Nelle Krivapete si svela la visione del mondo di chi ci ha preceduto, in un tempo ritrovato, in un passato che guarisce il presente ed indica nel futuro arcaico, nel futuro alle spalle dice Hanna Arendt, una possibile trasformazione culturale.

Tria nel Vallone delle Krivapete a Vernasso (ph. A. De Stefano, 2003)

Le Krivapete, forse, ci invitano a ripensare al nostro più profondo e autentico sentire religioso, pronto a riemergere quando, come ora, un dio unico, maschio non basta più, quando un’unica verità, quella patriarcale, non è più unicamente vera. Sono una sollecitazione ad un atteggiamento di apertura, di accoglienza verso altre possibilità capaci di superare le distanze e offrire, nell’interezza, una ricomposizione alle fratture, una riconciliazione fra gli opposti.

Ripensare, riscrivere, essere qui a dialogare sul femminile divino, è dialogare sull’esistente, in una relazione di straordinaria potenza dinamica, appassionata, mai rassegnata. Che non accetta né subisce passivamente l’accadere.

Il divino femminile restituisce alla specie umana l’unità perduta delle origini. È lo struggente altrove che in qualche luogo è stato, e può tornare. Opera come una forza, una potenza che trova il suo apice nel reciproco riconoscimento di dipendenza, alleanza, di unione, non solo tra creature umane, ma tra queste e la terra, gli animali, l’acqua, il cielo. Nell’attenzione e responsabilità verso la sacralità della vita che scaturisce da una reciproca solidarietà, dal ristabilire il patto di fratellanza e sorellanza tra noi e il cosmo. In un’epoca votata allo sterminio della memoria, al disincanto del mondo, alla dissacrazione del corpo umano e della natura; un tempo, d’aridità spirituale, di smarrimento.

Dovremo andare a riprenderci, da dove ci siamo perse, persi … Ascoltare le intime voci, il canto libero delle nostre antenate.

Leggenda di Vernasso (Aldina De Stefano, cit., p.153)

Anticamente la gente non aveva molte risorse per la sopravvivenza, quindi si cibava per lo più di polenta e latte. Quando gli abitanti di S. Pietro durante l’estate portavano le mucche al pascolo, si avvicinavano spesso e volentieri ai luoghi dove vivevano le Krivapete. Così potevano osservarle quando attingevano l’acqua lungo il torrente e quando si lavavano i loro stranissimi piedi storti.

Un giorno, un abitante di Vernasso andò a fare una passeggiata nel bosco e vide all’ombra di un castagno una giovane krivapeta che dormiva. Prese una corda e la legò, dopodiché la portò al paese.

Tutti erano molto incuriositi dalla presenza di quella giovane strega; lei promise di insegnare tutto ciò che sapeva in cambio della libertà. La gente accettò senza indugi. Il giorno dopo la donna insegnò loro a fare il burro, la ricotta, il formaggio, il pane, la pinza (pane con farina di grano), i cesti di vimini, a cucire le scarpe, affilare le falci, fare e conservare i salami e le salsicce.  Un giorno, la Krivapeta fece riunire tutto il paese e disse che aveva insegnato tutto ciò che sapeva e che perciò dovevano lasciarla andare.

Quando fu libera, corse subito alla montagna e, ormai al sicuro, si mise a gridare: “Vi ho insegnato tutto meno che a fare i dolci!

I Vernassini invano la inseguirono, lei era già lontana.

Si dice che da quel giorno i Vernassini non sappiano più fare i dolci.

Luciana Percovich e Aldina De Stefano, 2022


Bibliografia

  1. Aldina De Stefano – Le Krivapete delle Valli del Natisone. Un’altra storia – Kappa Vu – Udine 2003;
  2.  Luciana Percovich – Colei che dà la Vita. Colei che dà la Forma – Venexia Editrice – Roma 2009;
  3. Andreas Johns – Baba Yaga, The Ambiguous Mother and Witch of the Russian Folktales – Peter Lang – 2004;
  4. Carla Lomi – Alle origini della Fata. La donna e la sua psiche allo specchio – Meridiana – Firenze 2004;
  5. Marija Gimbutas – The Slavs – Praeger Publishers – New York 1971.