Che posto occupa il suono nella nostra vita come individui e come collettività e quale spazio di senso occupava per coloro che ci hanno preceduto e, tornando indietro nel tempo, per le civiltà pre-cristiane e per quelle denominate preistoriche?

Marija Gimbutas individuò molte informazioni relative a tali civiltà proprio a partire dal recupero del repertorio di canti di tradizione orale della Lituania, di cui lei stessa era tenutaria.

Sutartines Lituane

Tali canti sono, per lei come per molti ricercatori, la testimonianza sempre viva delle pratiche e del modus vivendi degli antenati locali, il risultato, udibile a distanza di secoli, di un profondo legame con la terra, grazie a condizioni di vita pacifica e armonica, che davano tempo di dedicarsi alle arti in generale e all’arte del suono in particolare[1]. Si tratta di culture in cui è avvenuta e si è perpetuata nel tempo una vera e propria mimesi tra essere umano, suono e Natura.

Ancora oggi il calendario liturgico legato ai riti offre alle comunità la possibilità di riappropriarsi di uno spazio sacro e protetto, caratterizzato da un tempo sospeso, diverso dal tempo lineare del quotidiano, dove coltivare le tradizioni e recuperare pratiche ancora in parte integre. Ne è una prova la Settimana Santa, che riassume in sé un ampio vocabolario simbolico arcaico, vecchio e nuovo testamentario, relativo al mondo contadino e pastorale, di cui le tracce vive sono rappresentate soprattutto dai canti di tradizione orale. Nel caso di riti più arcaici, essi sono spesso affidati alla memoria e alla trasmissione delle donne, responsabili di assicurare la vitalità della tradizione e delle pratiche ad essa connesse per rafforzare nelle nuove generazioni il senso di appartenenza ad un’identità e rinnovare nel suono, nella parola e nell’apparato coreutico-musicale il sentimento del sacro[2].

Il suono al centro dei moderni studi sui siti arcaici

Ricostruire la storia dell’udito

sarebbe un viaggio capace di renderci testimoni privilegiati delle epoche

e dei luoghi più diversi (Ramòn Andrés)

Al di là della musica, c’è un senso ancora più remoto e originario, un senso pre-musicale che affonda le radici nella notte dei tempi, parte integrante dell’organizzazione della vita delle civiltà preistoriche: il senso del suono.

Nel buio di una caverna profonda, il suono costituiva (e costituisce sempre) il principale senso di orientamento fisico, aprendo contemporaneamente ad un piano ben più metafisico, “… porta di chiave di accesso al mondo della trascendenza” [3]. Tale e tanta è la letteratura che testimonia questo legame ancestrale tra orecchio, luogo e sacro, da portare Iégor Reznikoff, ricercatore francese, a dimostrare, sulla base di anni di ricerche in numerose grotte preistoriche del sud della Francia, la coincidenza tra punti dello spazio dotati di particolare risonanza, effetti d’eco e reverbero e la maggiore concentrazione, in quei punti, di pitture e graffiti rupestri.

Allo stesso modo, nicchie e cavità naturali o scavate nella pietra sono presenti laddove c’è un effetto acustico specifico del luogo che si voglia iper-amplificare, smorzare o modellare a seconda della funzione, rendendo ancora più efficace il processo di mimesi con lo spazio.

Tale pratica ha influenzato profondamente l’architettura degli spazi sacri in generale, come testimoniano le chiese cristiane rupestri, romaniche o gotiche, costruite in funzione di liturgie che, da secoli, si esprimono attraverso la voce cantata, cercando l’effetto migliore anche per quella dell’oratore.

Esistono numerose spiegazioni fisico-funzionali a conferma di questa osservazione. La ricettività dell’orecchio non conosce pari in tutto il corpo, comparendo come l’olfatto (altro “senso del buio” nell’uomo come nell’animale) fin dai primi mesi di formazione dell’embrione. La memoria di questo ambiente cavernoso (basti pensare alla sua struttura anatomica interna ed esterna!) è presente ancora prima di conoscere la luce del Sole, portando in sé le tracce della vita intrauterina così come le tracce di quella animica, spirituale e cosmica[4]. Un “grembo” situato nella testa dunque che, tra l’altro, non conosce sesso, incarnando, assieme al suono, un segno unificatore del femminile e del maschile.

L’orecchio è un organo altamente sensoriale capace di cogliere non solo l’udibile, ma anche le micro-variazioni di stato nell’ambiente che lo circondano, portando informazioni affettive e sottilmente sensibili fin dentro le parti più remote del cervello, il tronco encefalico, il sistema limbico e il cervello rettiliano. In base a questa sua natura ancestrale, non possiamo non chiederci quanta parte di questo “tempio” sia ancora traccia viva dentro di noi, figli di una contemporaneità che ha ridotto alla vista l’orientamento sensoriale.

La disciplina dell’Archeoacustica indaga il rapporto tra spazi sacri specifici e l’Uomo, tanto in termini fisici quanto dal punto di vista antropologico, scoprendo quanto fisica del suono e comportamenti rituali coincidano. A partire dalla misurazione della gamma di frequenze presenti in un sito, l’archeologo acustico può ricavare altri tipi di informazioni relative alla natura geomorfologica della materia che lo compone, determinando come questa, con o senza l’intervento dell’uomo, possa influenzare chi lo abita.

Sono stati fatti passi da gigante negli ultimi anni[5], grazie anche alla possibilità di misurare il campo elettromagnetico di certi luoghi, così come le frequenze che vi si generano sia “a nudo” (senza presenza di suono fisicamente udibile) sia attraverso stimolazioni dello spazio con l’utilizzo di voci o strumenti. Risultati sconvolgenti sono stati prodotti, ad esempio, dalla misurazione fotografica ad altissima risoluzione vibrazionale del campo elettromagnetico di chi si è immerso, spesso in stato di meditazione, in un luogo dotato di particolari caratteristiche strutturali[6]. Certe frequenze gravi riscontrate all’interno di molti siti arcaici (103 a 120 HZ), sono, infatti, particolarmente funzionali agli stati meditativi profondi, influenzando di conseguenza anche la disposizione qualitativa sottile dei sistemi vitali e del sistema nervoso in particolare.

L’analisi acustica di certi siti solleva, inoltre, nuove questioni circa la sapienza che le civiltà risalenti all’8000-10.000 a.C. possedevano nell’ideare e costruire gli spazi, rendendoli funzionali al vissuto rituale per cui erano stati concepiti.

Ipogeo di Cividale del Friuli e in alto a destra Ipogeo di Ħal Saflieni a Malta

Entrare in una grotta o in un luogo sacro dotato di cavità, anfratti, qualità diverse di pietra, nicchie, forme e disposizioni nello spazio (megaliti) si fa, quindi, con le orecchie oltre che con i piedi (che secondo la Riflessologia, sono l’uno lo specchio dell’altro). Se ci pensiamo questa consapevolezza ci è innata. Non entriamo in una chiesa con la stessa disposizione con cui entriamo in casa nostra: in un luogo dotato di sacralità il respiro si fa più ampio e profondo, il passo si alleggerisce, la voce diviene bisbiglio e, infine, silenzio riverente, lasciando liberi tutti i sensi di mettersi al servizio della preghiera. Ciò già comporta una trasformazione, non solo spirituale ma anche fisica. L’aspetto acustico ci restituisce la Voce del luogo anche senza averne consapevolezza effettiva, contribuendo a far vivere la sensazione autentica e profonda del senso di spiritualità.

Cenni di esperienze sul campo: la viva pratica del suono

Da anni pratico, come performer vocale, formatrice e ricercatrice, l’esperienza viva del suono nei siti specifici, finendo col tradurre la domanda iniziale di questo articolo, quanto il senso del suono è ancora una parte profondamente viva del nostro modo di essere al mondo, in una pratica pedagogica applicata in continua trasformazione.

Partendo dall’assunto che i culti dedicati alla Dea sono un’emanazione di Essa stessa e che il modello di qualità di vita che emerge dalle civiltà matrifocali possa essere reiterato in ogni momento della Storia, penso che risvegliare la capacità di un ascolto sensoriale sia una via virtuosa ed estremamente efficace da percorrere, perché insita nell’Uomo, canale preferenziale di connessione diretta con Madre Natura.

Tempio di Demetra a Vetralla – Viterbo (ph. M. Di Loreti)

Scegliendo con rigore cammini legati al sacro (chiese rupestri proto-cristiane e cristiane che sorgano sulle vestigia di templi più antichi, ipogei e grotte), individuo temi universali che il genius loci suggerisce e che guidino la persona nel profondo dell’esperienza acustica del sacro e dell’ambiente. Attingendo alle discipline funzionali del suono, all’antropologia e alle pratiche performative e medico-olistiche, propongo esperienze senso-percettive coerenti col luogo[7].

Lo scopo è quello di rinnovare non solo il legame ancestrale con la Madre, ma anche di ri-membrare (ricordare con il corpo e le sue funzioni) e risvegliare le risorse interne che la vocalità e i suoi complessi sistemi funzionali attivano. L’orecchio e le sue straordinarie funzioni, nonché tutti gli organi di senso di cui siamo costituiti, sanno traghettarci in un humus antico come l’Uomo e la Natura, dandoci la possibilità di vivere lo spazio dall’interno; di intuire come fossero disposti gli astanti durante i riti; di ricevere nel presente la risonanza delle loro voci, comprendendo nel vivo quali potessero essere, di conseguenza, gli effetti fisici e spirituali. Questo lavoro di mimesi sensoriale porta spesso a sensibili trasformazioni nella qualità del suono vocale, osservando il quale ciascuno può trovare tracce di sé e del suo legame con il Creato e, al tempo stesso, benefici psico-fisici e funzionali.

Grotta di San Michele al Tancia, Rieti (ph. M. Di Loreti)

Come me, esistono numerose ricercatrici che hanno saputo unire l’esperienza performativa a quella pedagogica della voce-corpo secondo il site specific, utilizzando il suono e i repertori di tradizione orale come strumenti per entrare in risonanza con i luoghi. Ognuna di loro ha trovato un approccio pedagogico alla Natura e al sacro, più o meno esplicito, andando alla ricerca di quei repertori vocali che mostrano tracce di arcaicità legate soprattutto alle voci femminili: tra le tante Anna Maria Civico sui repertori vocali femminili e sonorità della Calabria, o Valeria Cimò, performer esperta di tamburi a cornice nell’area sud occidentale della Sicilia; Imke McMurtrie con i canti georgiani che si richiamano al femminile utilizzati per la guarigione; Ewa Benesz nella ricerca delle pratiche originarie ispirate agli antichi testi sanscriti dei Veda; Maria Silvia Roveri con il recupero del suono funzionale nel canto gregoriano o Layne Redmond a proposito delle pratiche legate al tamburo sciamanico[8]. Solo per citarne alcune. Ciascuna di loro ha trovato un modus operandi performativo e pedagogico nato dall’immersione nelle pratiche concrete fondate sullo studio del suono e sulla capacità creativa di reinventare, con rispetto e rigore, la tradizione nel presente.

Per riassumere, il suono è dunque ancora oggi il filo udibile sintesi dello spazio-tempo universale, quello circolare e quantico, mai lineare, un tempio di antica memoria funzionalmente vivo dentro di noi e, quindi, sempre pronto a riemergere e a risvegliare il senso di profonda presenza e appartenenza alla Madre Terra.

Donatella Livigni – 2022


Note

[1] Secondo gli studi del filologo e folklorista Zenonas Slaviūnas, i canti polifonici lituani chiamati Sutartinės rimandano ad un termine derivato da “sutarti” o “susitarti”, che significa “essere in accordo” su qualcosa, ma anche in accordo, in pace, in armonia con qualcuno.
[2] Diego Carpitella – Conversazioni sulla musica – Ponte delle Grazie 1993.
[3] Ramòn Andrés – Il mondo nell’orecchio – Adelphi 2008.
[4] Secondo Plotino udirsi è avere la nitida percezione di sé e aggiunge che in un suono possiamo trovare ciò che davvero siamo. Kierkegaard afferma che l’udito è “il senso più spiritualmente definito”.
[5] Cfr. gli studi del Prof. Paolo Debertolis sull’Archeoacustica delle civiltà arcaiche.
[6] Vedi gli studi di Debertolis presso Göbekli Tepe, Cividale del Friuli, Alatri.
[7] Rimando i risultati di tale ricerca ad un prossimo articolo che spero possa contribuire in minima parte ad arricchire il patrimonio di conoscenze relative alla relazione tra spazi sacri e persona.
[8] Anna Maria Civico – Contributo alle teorie della performance – Rubbettino edizioni; Maria Silvia Roveri – Il tratto vocale – vol.I – TIPI edizioni; Layne Redmond – Quando le donne suonavano i tamburi – Le Civette Saggi – Venexia 2021.