La presenza di reperti d’origine fenicia, cipriota, siriaca nella Valle Peligna sta a dimostrare che essa, benché chiusa da alte montagne, fu aperta alle correnti delle varie civiltà dell’epoca pre-romana (o, per dirla con Momolina Marconi, di quella grande civiltà Pelasgica o Mediterranea) per immigrazione diretta seguendo la Valle del Pescara, o per induzione attraverso le vie della transumanza, o dei valichi appenninici.

Quando i Cretesi entrarono in contatto con l’Italia peninsulare attraverso la Sicilia, è plausibile che essi siano penetrati anche nella Valle Peligna dal Medio Adriatico e dal Piceno risalendo il corso dell’Aterno, o entrando in contatto con i nostri pastori per la via della Puglia attraverso i Tratturi, vie obbligate di transito naturale per il bestiame allo stato brado (i Nuraghetti peligni sono in tutto simili a quelli pugliesi con interno a pseudo-cupola; sono antichissimi e coevi al periodo cretese, come è provato dal ritrovamento di vasi neolitici nel loro interno).

Intorno al 1000 a.C. il popolo degli Umbri, tribù del nord, penetrò in Italia fondandovi la civiltà di Villanova nelle pianure del Po. Continuarono la loro marcia attraverso gli Appennini, soggiogarono le popolazioni indigene e si fissarono in Toscana e Umbria, dove costruirono villaggi. Le numerose necropoli dell’età del ferro scoperte nel territorio peligno e segnatamente nella zona di Sulmona, di Corfinio, di Campo di Giove ecc. dal De Nino comprovano che ebbero delle propaggini anche più a sud.

In questo stesso periodo i Fenici divengono i padroni del Mediterraneo e per via dei traffici e dei commerci ricalcano le stesse vie dei predecessori cretesi. Le loro navi approdano anche alle foci di quel fiume Aternaunom cui hanno conferito il nome semitico, il Pescara. Nella parte del Medio Aterno, allora navigabile, i fenici conobbero sicuramente Corfinio, uno dei grandi empori della Confederazione Peligna, abbastanza importante da divenire una metropoli. Tra i diversi simboli fenici ritrovati nel territorio, da Cansano a Pacentro e Bugnara (rinvenuti in tombe sporadiche durante lavori stradali), spicca l’incisione graffita in caratteri sinistrorsi col nome della divinità orientale Isthar, nel tempio di Ercole Curino, a Sulmona.

Ma probabilmente ci fu anche un altro popolo conquistatore determinante per la storia dei Peligni, quello della Siria. Tante le tracce: la montagna dei Peligni Superaequani, il Sirente, prese il nome dai Siri, Surentos. I costumi delle donne di Scanno, come avvertiva il Colarossi-Mancini, sono siriaci.

Le incisioni proto-sabelliche sono vergate in lettere semitiche e nei dialetti semitico-siriaci.

Le divinità del pantheon siriaco Hadad, Astarte, Anait o Anceta-Cerri e Baal-Signore sono incise sulle lapidi dei musei di Corfinio.

Dobbiamo quindi ammettere che la civiltà peligna deve molto alla cultura siriaca, come dimostrano ancora gli usi, i costumi, le tradizioni, le leggende di tanta parte del territorio abruzzese.

I culti astrali Sole-Luna, i culti naturali Acqua-Fuoco, ossia la personificazione delle stesse forze naturali, fiumi, laghi, monti ecc. praticati fino a qualche tempo fa da strati della popolazione abruzzese e segnatamente nell’area dell’antico territorio dei Peligni e dei contigui Vestini, ne costituiscono la sicura conferma.

Sulla base di ricerche ventennali si può affermare che la civiltà peligna presenta caratteristiche culturali analoghe alle civiltà megalitiche mediterranee coeve e indoeuropee, come quelle della Sardegna, delle Baleari, dei Balcani ecc.

Fiorì soprattutto nel periodo intercorso tra il 2000 e il 1000 a.C., con un livello culturale superiore a quello presupposto dagli studiosi a tutti i livelli che si interessarono del problema delle antiche culture fiorite nell’ambito dei maggiori rilievi montani del Gran Sasso, Sirente, Maiella e relativi contrafforti, ivi compresa la fascia costiera, definita Medio Adriatica.

Il convegno che ha cambiato per sempre la storia dell’occidente europeo, è avvenuto tra i nostri antenati cacciatori-raccoglitrici e agricoltori-allevatori che provenivano da molto lontano e sono stati definiti “I portatori della ceramica impressa” (proprio quella che caratterizza i reperti ritrovati a Popoli in località San Callisto, insieme alla statuetta femminile). La Valle Peligna può quindi essere considerata come il punto d’incontro di una somma di civiltà che da più parti vi poterono confluire nonostante le difficoltà orografiche.

Mentre qualche anno fa la tesi dell’arrivo di popolazioni dal vicino Oriente era stata rifiutata, attualmente, proprio gli scienziati, con studi pubblicati su riviste scientifiche notevoli, riguardanti la varietà degli aplogruppi in Europa, hanno confermato e testimoniato che “Nel neolitico nuovi arrivati del Vicino Oriente appartenevano essenzialmente all’aplogruppo G2a. Ciò indica che, almeno in Anatolia/Iran e in Europa, l’agricoltura è stata diffusa dai membri dell’aplogruppo G”. E le percentuali europee più alte relative alla loro presenza, 10/15%, sono quelle degli Appennini, in Italia Centrale.

Si giustifica finalmente il significato della catena dei santuari protostorici del Monte Morrone, come il “Colle delle Fate” di Roccacasale, di Ercole Curino di Sulmona, del Tempietto di S. Lopardo di Pacentro; dei resti del complesso templare di Cansano, dei resti del Tempietto di S. Salvatore di Capo Pescara a Popoli e di altri presenti sulle alture dei nostri monti, alcuni dei quali ricchi di “Nuraghetti”.

Dall’accurato esame di questi monumenti e dei pochi reperti anche epigrafici peligni, possiamo affermare che i Tempietti a pozzo sotterraneo furono dedicati al culto della Luna, del Sole e degli astri e costituirono veri e propri osservatori astronomici durante gli interperiodi dei solstizi e degli equinozi delle relative stagioni, in stretto rapporto con i culti agrari.

I templi peligni erano circondati, in origine, da una cinta di mura ciclopiche e contenevano una complessa struttura simbolica costituita da cisterne, da menhir, da altari sacrificali, da fontanine per abluzioni, da pietre solari o pietre forate, da dee Madri in terracotta e da ex voto: animali, torelli, cigni, ciotole graffite la cui testimonianza ci è data dai reperti e dalla toponomastica locale.

Riguardo le stazioni preistoriche di superficie del paleolitico inferiore-medio-superiore, mesolitiche

e neolitiche segnalate e rinvenute nello specifico del territorio di Popoli, ricordiamo:

1) Svolte di Popoli: Paleolitico inferiore e mousteriano.

2) Contrafforti del Morrone di Popoli: Paleolitico Medio.

3) Popoli (località Santo Padre): presenza di un interessante bacino artificiale a pianta circolare del diametro di oltre 50 metri, con tracce di mura di sostegno circolari perimetrali; presenza di condutture idriche sotterranee in muratura. Presenza di mura perimetrali di epoca italica.

4) Popoli (Sorgenti del Pescara): pianta di tempietto con pavimento musivo.

Fonte:

  • Dante Pace/Rocco Scarascia – Antiche Civiltà Peligne – Libreria Editrice A. Di Cioccio – Sulmona 1977;
  • Maria Assunta Di Salvatore – I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende – Articolo su Terre Marsicane.

Illustrazione: Rappresentazione della dea Anaceta, grande madre dei Peligni, con il simbolo del serpente (illustrazione liberamente tratta da un dipinto di J. C. Duncan).

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Statuina (Venere) di Popoli