La Grotta del Colle a Rapino, in provincia di Chieti, sul versante orientale della Maiella, è sicuramente uno dei siti archeologici più suggestivi della Montagna Madre abruzzese ed anche un chiaro esempio di come la storia antica del sacro sia storia di luoghi della natura che più di altri ci fanno percepire il rapporto con la trascendenza.

Un antro di una dimensione notevole (40 x 60 metri circa alta fino a 12 metri) in cui lo stillicidio di acqua dal soffitto crea un’atmosfera ancora più fantastica.

All’ingresso i resti di una piccola chiesa dedicata a Sant’Angelo denominata poi Santa Maria in Cryptis costruita su un “tempio italico”: ultima testimonianza della lunghissima frequentazione religiosa del luogo.

Le varie campagne di scavi – dagli anni ’40 e ’50 e poi alla fine del secolo scorso – hanno rilevato una destinazione come luogo sacro dal Paleolitico superiore – o dal’ eneolitico –  fino all’età romana, con pause nel Bronzo finale e nella prima età del ferro; come nella maggior parte delle Grotte dello stesso tipo. Quella di Rapino è una delle poche in Abruzzo rifrequentate dopo l’età del Ferro.

Secondo l’archeologa Maria Josè Strazzulla: “…il fenomeno della rioccupazione delle grotte si deve considerare il prodotto di un processo fortemente selettivo, in probabile relazione con dinamiche territoriali precise … Ci si trova … di fronte a forme di religiosità di sapore squisitamente indigeno, di carattere magico-religioso, in alcuni casi forse legate alla probabile presenza dell’acqua, ma soprattutto da riconnettere alla suggestione dei luoghi e a una ben radicata coscienza che questi fossero depositari delle memorie ancestrali cui si ricollegavano i culti degli antenati, che tanto peso dovettero esercitare nella formalizzazione di un’identità religiosa di età storica…”

Non solo la posizione dominante l’ampia pianura verso il mare ma anche tutta la documentazione archeologica rinvenuta nella Grotta devono far pensare che sia stata luogo di culto per un territorio molto più ampio di quello locale: lo testimonia il fatto che non lontano dalla Grotta nel 1956 il sovrintendente Cianfarani identificò un centro fortificato italico chiamato Touta Maruca: la più importante città dei Marrucini prima dello sviluppo della città di Teate (oggi Chieti) in epoca romana.

L’interesse archeologico intorno a questa grotta nasce proprio dal ritrovamento nel 1932 da parte di alcuni abitanti del luogo, della statuetta di bronzo chiamata poi “la Dea di Rapino”. Fecero seguito una prima campagna di scavi nel 1946, poi nel 1954 e negli anni ’90.

La datazione della “Dea” al III sec. a.C., anziché al V o VI sec., come sostenuto per motivi stilistici da alcuni studiosi, sarebbe correlata ad un altro significativo ritrovamento nella Grotta: quello della Tabula Rapinensis : una tavoletta di bronzo, (15 x 15 cm) in lingua osca, attribuita appunto al III sec. a. C. di cui si sono perse le tracce durante l’ultima guerra mondiale. Ritrovamento che secondo la Strazzulla denoterebbe: “…L’importanza che la grotta anche in seguito avrebbe rivestito rispetto al suo quadro territoriale di riferimento…” poiché vi si trova per la prima volta, in relazione a pratiche cultuali per Giove padre e per Cerere, il riferimento a “toutai maroucai lix, ovvero la lex populo Marruco”, dove “touto” va inteso “nella sua accezione più ampia, come entità statale marrucina. La grotta doveva quindi costituire una sorta di central place religioso per l’intero ethnos dei Marrucini sin dalla sua formazione e ben oltre l’impatto con Roma.”

Secondo l’interpretazione di Adriano La Regina – interpretazione non condivisa da tutti – le pratiche cultuali incise sulla Tabula sarebbero una legge di istituzione della prostituzione sacra nell’ambito del culto di Cerere Giovia.

“Il testo è irregolarmente inciso in alfabeto latino e si può attribuire per la forma delle lettere e per la presenza della lettera G, già distinta dalla C, alla fine del III secolo a. C. La trascrizione presenta qualche difficoltà, ma può essere attendibilmente ottenuta dall’esame delle diverse riproduzioni grafiche disponibili. Quando sarà possibile un nuovo esame dell’originale, la lettura potrà essere forse migliorata.”

Sempre secondo l’interpretazione di La Regina: “La legge non concerne una “venditio servorum sub corona”, cioè una normale vendita di schiave, bensì “l’istituzione della prostituzione sacra per incrementare le finanze del santuario di Giove padre. Alla questione viene preposta una sacerdotessa giovia, ossia del santuario, che amministra un tesoro particolare, quello di Cerere. Ciò richiama l’istituto del culto di Cerere e Venere particolarmente diffuso sia tra i Peligni sia tra i Marrucini.”

La continuità di frequentazione di questa grotta, e il suo valore nella storia del sacro in terra d’Abruzzo, arriva sotto altre forme fino ai nostri giorni: benché la grotta sia stata abbandonata per molti secoli, c’è una tradizionale festa religiosa che si svolge a Rapino l’8 maggio, molto particolare per la sua regia sacra, che sembra perpetuare con grande suggestione la ritualità tutta femminile delle celebrazioni in onore di Cerere – ovvero la Dea della terra, delle messi, della potenza generatrice, del succedersi delle stagioni, del risorgere della vita dopo l’inverno.

E’ la festa delle Verginelle, nella quale giovani donne, in età compresa fra i sei e i dieci anni, sfilano in processione attraverso il paese e raggiungono un Santuario campestre dedicato alla Madonna del Carpino. Madonna che deve proteggere le messi e garantire piogge cospicue per le coltivazioni.

Vestite di bianco, sulle loro tuniche sono cuciti gioielli tradizionali in oro di appartenenza della famiglia. La festa è vissuta oggi come un rito di passaggio verso l’età adulta.

Così Maria Concetta Nicolai, in una scheda redatta per la rivista D’Abruzzo, evidenzia i riferimenti a riti ben più antichi: “L’abbigliamento delle bambine richiama in modo preciso le descrizioni antiche della ierodulia: l’arricciatura dei capelli si collega alla sfera dell’estetica apolinnea e dell’eros verginale. Si ricordi, al proposito, l’espressione giuridica della virgo in capillis, indicante nel diritto latino la condizione di illibatezza. Gli ornamenti d’oro rappresentano il duplice valore della morte-rinascita che costituisce la stessa struttura del rito di passaggio … Anche nella forma cristiana permane l’aspetto processionale e pubblico della cerimonia: le verginelle sono condotte dinnanzi e mostrate alla comunità e, a nome di questa, ascendono alla teca della Madonna del Carpino che surroga, nelle forme rappresentative e nella geografia sacrale, la grotta non più praticata.”

Insomma un esempio molto esplicito di come in forma sincretica il cristianesimo abbia perpetuato la venerazione del potere materno di una dea.

Fonte:

  • Maria Jose’ Strazzulla – Forme di devozione nei luoghi di culto dell’Abruzzo antico – in www.openstarts.units.it;
  • Atti del Convegno Valerio Cianfarani e le culture medioadriatiche – Chieti – Teramo 27/29 giugno 2008;
  • Maria Concetta Nicolai – D’Abruzzo ANNO XI N. 49;
  • Adriano La Regina – La Tabula Rapinensis – www.sanniti.info;
  • Anna Dionisio – La Grotta del Colle di Rapino – www.sabap-abruzzo.beniculturali.it;
  • Vincenzo D’Ercole, Vincenzo Orfanelli e Paola Ricciarelli – La Grotta del Colle di Rapino – www.sanniti.info;
  • Leo Di Simone – Il culto di Demetra e i suoi possibili influssi sul culto mariano – Dialoghi Mediterranei – Periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo.

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Dea di Rapino