Nel 1934, toccò a un contadino che lavorava sulla sua terra poco fuori dal paese di Capestrano trovare una grande statua. La parte anteriore era parecchio rovinata, ma il retro era in perfette condizioni. Era spezzata al di sotto delle ginocchia ma la base con le gambe fu trovata a poca distanza e l’elmo ancora più in là.

Capestrano era un piccolissimo villaggio su una acropoli, che aveva un suo cimitero (il luogo in cui è stato trovato il guerriero) con solo 33 tombe. Era un villaggio fatto di capanne, l’acqua si doveva andare a prenderla lontano, avevano pecore, forse vacche, era una vita durissima e sappiamo dagli studi antropologici sulle ossa di questo tempo che le donne non arrivavano a più di 25 anni, gli uomini forse un po’ di più, ma non molto. Erano poveri, però avevano degli artisti che facevano cose stupende: in Abruzzo abbiamo trovato delle fibule come se ne vedono soltanto in Europa Centrale.

Ma torniamo alla statua, che è una delle meraviglie dell’arte arcaica. È grande (anche senza l’elmo e la base misura 1,71 m. di altezza), fatta di pietra calcarea su cui ancora resistono tracce di ocra rossa e rappresenta un guerriero che sta coi piedi ben piantati su una base rettangolare tra due pilastri che gli arrivano fino alle ascelle. Sul lato esterno di ogni pilastro è incisa una lancia. Sul lato frontale del pilastro di destra c’è un’iscrizione verticale: Giuseppe Moretti, allora Sovrintendente del Lazio e Roma, la lesse dal basso all’alto, vent’anni dopo, Gerhard Radke la lesse dall’alto al basso.

La testa è coperta da un elmo semisferico dalla tesa assai larga, un tempo sormontato da una cresta. La parte inferiore della tesa è decorata con tre cerchi concentrici. Una maschera, che lascia scoperti gli occhi e la bocca, copre il viso. Le orecchie hanno una forma a spirale e sono dipinte di rosso. Intorno al collo c’è una triplice collana che termina anch’essa con una spirale e reca sul davanti quello che probabilmente era un amuleto quadrato. Sul petto e sulla schiena ci sono due anelli a cui sono annodate delle cinghie che reggono una spada sul lato destro e un’accetta su quello sinistro. Sul braccio destro c’è un bracciale liscio, sul sinistro due. La mano destra è appoggiata sotto il seno destro, il pollice puntato verso l’alto in modo da formare uno spazio triangolare, che ripete il triangolo formato dalle cinghie sotto al collo. Il polso è appoggiato sulla spada, l’indice poggia sul manico dell’accetta. La mano sinistra è appoggiata in posizione simile a destra dello stomaco, il polso poggia sulla parte bassa della spada, il pollice sull’ampia cintura. Una banda decorata con meandri segue la curva dei fianchi terminando nel centro di genitali femminili. Sulla schiena, proprio sopra le natiche, la banda (con due file di zig-zag) partendo dalla cintura descrive un’altra forma triangolare. Il sandalo di destra è quello originale, quello di sinistra è stato ricostruito.

Nel 1939, Axel Boethius seguendo la lettura dell’iscrizione proposta da Moretti, dal basso all’alto, propose che la statua fosse quella di un famoso guerriero. In seguito, Silvio Ferri e Louise Holland, leggendo l’iscrizione dall’alto al basso secondo Randke, suggerirono che il guerriero si fosse sacrificato come devotio, per portare i suoi alla vittoria.

Ho parecchie obiezioni su entrambe le interpretazioni. La statua di un guerriero dovrebbe indossare un’armatura adeguata. Mentre le cinghie che indossa non sono state trovate su nessuna altra statua né tomba. Per risolvere la questione, Moretti, sotto l’impressione prodotta dai dischi trovati ad Aufidena, descrive gli anelli sul petto e tra le scapole come kardiophylakes, dischi usati per proteggere il cuore. Louise Holland, Valerio Cianfarani e automaticamente tutti gli altri da quel momento seguono la sua indicazione. Tuttavia, i dischi di Aufidena sono grandi il doppio e guardando con attenzione risulta chiaro che iconograficamente questi sono anelli e non dischi.

Altra obiezione: se la statua appartiene a un grande guerriero, un principe, una statua in onore di qualcuno, perché è stata posta in un cimitero invece che nel villaggio? E se era posta su una tomba, perché non è stata trovata nessuna tomba principesca? Se era in memoria di una devotio, perché qua e non sul campo di battaglia? Ad ogni modo, l’obiezione più importante è che tutte le statue maschili hanno i genitali maschili ben in vista e che la corta fessura verticale alla fine dell’addome della statua non può che indicare il sesso femminile. L’idea che la statua rappresenti un guerriero ne farebbe l’unica statua al mondo in cui l’organo maschile è sostituito da uno femminile. Mi è stato detto che poiché la statua non ha seno significa che è un uomo, come se il seno da solo fosse un’indicazione inoppugnabile. Le due piccole statue di bronzo provenienti da Novilara mostrano come questa affermazione sia illogica. Non hanno seni, ma genitali femminili e tengono le mani nello stesso modo del guerriero, eppure a nessuno è mai venuto in mente di dubitare della loro femminilità. Che il guerriero sia una donna per me è fuori discussione, ma la questione è piuttosto chi rappresenta e perché fu eretta una statua a una donna guerriera in un cimitero arcaico.

Vent’anni fa ho cominciato ad avere dei dubbi circa la possibilità di interpretare gli enigmi dell’arte preistorica sulla scorta delle teorie convenzionali, mentre invece forse è possibile farlo usando la tecnica di C. G. Jung e la sua definizione dei simboli. Come conseguenza di questi miei dubbi, ho conseguito una laurea in Psicologia Analitica ed è come psicologa più che come archeologa che ora parlo.

Secondo Jung, un simbolo non è mai un segno o un’allegoria, ma la miglior espressione possibile di qualcosa che sfugge a ogni spiegazione o descrizione; di qualcosa che può essere spiegato solo attraverso delle analogie con il nostro universo fisico. La Guerriera non è un ritratto ma un simbolo, l’espressione di qualcosa di troppo grande, troppo nascosto alla nostra vista per riassumerlo in poche parole, e tutti i dettagli (l’elmo, la maschera, il color ocra, l’“armatura”, la forma del corpo, i pilastri) sono anch’essi dei simboli. E che tutti insieme sono la chiave che ci permette di arrivare alla sua identità.

Cominciamo dalla maschera. La letteratura a questo proposito è vastissima e io voglio solo sottolineare che la maschera non serve soltanto per un gioco di dissimulazione, ma che fuori dalla società moderna ha sempre avuto ed ha ancora una funzione religiosa. Le maschere sono sacre e quando indossate la dea, il dio è tra noi. Non possiamo guardare direttamente una dea o un dio. Zeus faceva visita alle donne di cui si innamorava non solo con la maschera calata sul volto, ma anche sotto le spoglie di un animale, un cigno, un toro. L’artista ha posto una maschera sul volto della Guerriera di Capestrano per indicare che non voleva fare un ritratto ma una rappresentazione simbolica di qualcuno il cui volto noi mortali non possiamo guardare. La maschera che copre il viso della Guerriera ci mostra che la statua rappresenta una dea.

Anche le tracce del rosso ocra sono simboliche. Il rosso è il colore del sangue. Noi donne siamo intimamente associate ad esso. Sanguiniamo ogni mese; partorendo perdiamo molto sangue. Considerando quanto intimamente il sangue sia associato col mettere al mondo, non è difficile capire perché sia diventato il simbolo della vita, sia della forza vitale dentro a ciascuna creatura vivente sia del potere di dare la vita delle divinità. Quando qualcuno è dipinto di rosso, rappresenta l’Altro, allo stesso modo di quando indossa una maschera che simboleggia una divinità. Una scultura dipinta di rosso è o quella di una divinità o di qualcuno vestito come una dea o un dio.

Il grande cerchio sul petto del Guerriero è il primo cerchio che vediamo. Solo avvicinandoci e osservando attentamente notiamo i tre cerchi concentrici sotto alla tesa e come lo scultore ha posto la statua al loro centro. Le cinghie servono a rinforzare il simbolismo del cerchio. Disegnano tre V sulla schiena e quattro davanti. Le V non solo ci ricordano la centralità del cerchio e il posto in cui sta la Dea, ma portano l’osservatore un passo avanti. Marija Gimbutas ha mostrato che il segno V appartiene alla dea simbolizzata come uccello acquatico e una delle statuette provenienti da Vinca del sesto millennio ci permette di identificarlo. È un’oca. L’uccello, tuttavia, raramente è rappresentato in maniera naturalistica, perché questo ne farebbe un ritratto, non un simbolo, e sebbene la dea possa fare ciò che non possono fare gli umani, la dea non è un uccello; l’uccello è una analogia.

Cosa rappresenta l’uccello? L’etologo Konrad Lorenz, dopo aver osservato le oche per tutta la vita, considerava l’oca grigia il più intelligente tra gli animali e con maggiori affinità con gli umani. Al tempo della Guerriera, l’oca era la figura più diffusa in tutta Europa. L’oca grigia simboleggia la terra su cui vive, l’acqua dove ama nuotare, l’aria dove vola. Nello stesso modo in cui, ancora fino a poco tempo fa, le cicogne portavano i bambini nella culla, l’oca portava la fertilità alla madre. Non è difficile capire perché le oche selvatiche offrono una buona spiegazione simbolica. Essendo uccelli migratori, le oche selvagge presentano un’analogia con la luna che cambia in continuazione. In un mese lunare, la luna attraversa quattro fasi e ogni mese si nasconde per tre notti, il periodo della luna “nera”, della luna che muore. Così la luna muore e nasce ogni mese senza fallo e questo ritmico alternarsi che non si interrompe mai fornisce un’analogia tra la luna e le oche. Come la luna ritorna dopo tre notti di mancanza e le oche ritornano dopo l’inverno, così la vita e la fertilità torneranno dopo la nera notte dell’inverno e la morte. Quasi a conferma di questa teoria, le oche volano in formazione a V, disegnando il segno rigeneratore della dea nel cielo.

La cintura è un altro simbolo di fertilità, il simbolo del rapporto sessuale con tutte le sue associazioni. Cinture semplici come quella indossata dalla Guerriera sono comuni nelle tombe di questo periodo, cinture che hanno preso il posto di quelle precedenti, molto più elaborate spesso con incisioni di oche stilizzate. Nel XIV libro dell’Iliade, Era prende in prestito la cintura di Afrodite, la dea dell’amore sessuale, per sedurre Zeus e per un po’ cambia il corso della guerra di Troia. Secondo me, uno dei significati simbolici di questa cintura della Guerriera è questo, ma c’è anche una finalità diversa. Divide la statua in due parti: quella superiore, un corpo mascolino con un collo notevolmente robusto e spalle larghe e una inferiore dall’addome tondeggiante, con fianchi e natiche rotonde. Lo scultore ha scolpito un Guerriero androgino. Potrà suonare sconvolgente per qualcuno, ma dobbiamo sempre pensare che siamo di fronte a un simbolo della divinità.

La natura androgina del Guerriero/Guerriera spiega la spada che pende diagonalmente dalla spalla destra, maschile, al fianco sinistro, femminile, coperta ma non sostenuta dai polsi, in modo che le braccia formano una croce, al cui centro sta la Guerriera. Un Guerriero usa la spada per uccidere, quale associazione può avere con una Guerriera?

Nella Grecia antica era chiamata Lachesi, in Europa centrale Skuld: era la terza Filatrice che taglia il filo della vita. Lo fa anche Atena, in Italia chiamata Minerva: che è la dea della guerra, non della furia cieca della guerra ma della lotta intelligente, e la sua armatura e il suo scudo non sono affatto degli accessori. E non solo porta la spada, ma anche una lancia maschile (ricordate le lance sul lato esterno dei pilastri?). Tuttavia, lei è anche dea lunare, come indica lo spicchio di luna nuova spesso posto sul suo capo sulle monete ateniesi. La Guerriera uccide, ma protegge anche i morti nel suo grembo di terra. Allo stesso modo della luna, la giara androgina trasformava le ossa cremate.

La Guerriera posta nel cimitero era dunque il simbolo della speranza che la morte non fosse la fine ma un nuovo inizio. Sta su una soglia, formata dalla base dei due pilastri. Nelle fiabe, la tessitrice spesso sta sulla soglia filando la trama della vita. La soglia è lo spazio in mezzo, né dentro né fuori, in cui arriviamo morendo. La Guerriera è là a riceverci. È maschio e femmina. Ha il volto coperto da una maschera a ricordarci che non possiamo guardarla in faccia. È la Vita nella Morte come il color rosso del sangue legato a ogni nascita o morte violenta. È l’oca che ritorna in primavera e riparte in autunno. È la luna che rinasce. È il centro della vita dei suoi figli.

Che incredibile tesoro ci ha dato l’antico cimitero di Capestrano – che magnifica statua è stata ritrovata nel cuore degli Abruzzi!

Kristina Berggren

Kristina Berggren, archeologa svedese, ha vissuto in Italia per più di 20 anni. È stata membro dello Swedish Insitute of Classical Studies di Roma e si è occupata in particolare degli Etruschi e delle altre civiltà italiche pre-romane. Specializzatasi in Mitologia al Pacifica Graduate Institute in California con una tesi sui Simboli preistorici della trasformazione, ha dato del “guerriero” di Capestrano una interpretazione che ne muta radicalmente il significato finora accreditato.

L’articolo qui riportato è la sintesi del suo intervento a Pescara durante il ciclo di incontri “Sulle Orme della Grande Madre” organizzato dal Centro di cultura delle donne Margaret Fuller presso il Caffè letterario del Museo delle Genti tra i mesi di gennaio e giugno del 2005.

La sua tesi, che poggia su comparazioni con figure androgine presenti in culture di varie parti del mondo, è esposta in maniera più articolata in From the Realm of the Ancestors. An Anthology in Honor of Marija Gimbutas, a cura di Joan Marler, Knowledge Ideas & Trends, 1998.