Tratto da Marija Gimbutas. Vent’anni di studio sulla Dea, Atti del Convegno omonimo, Roma 9-10 maggio 2014, Progetto Editoriale Laima – Torino

Nel centro Italia, nella regione Toscana, a pochi chilometri dal litorale della Versilia, si ergono maestose le Alpi Apuane. Questa zona è stata popolata fin dal Paleolitico: certamente gli antichi avevano trovato un territorio con caratteristiche interessanti, boschi e pendii piuttosto articolati, in grado di offrire frutti e selvaggina in grande quantità e nello stesso tempo un mare ricco e pescoso poco distante. D’altra parte, la bellezza di questi luoghi doveva aver conquistato le popolazioni che vi giunsero, non di meno la potente energia delle alte vette, le quali potevano “avvicinare” al cielo e nello stesso tempo donare la vista del “grande ventre di madre terra”, il mare.

Se andiamo a visitare la zona sud delle Apuane troviamo luoghi nei quali possiamo ravvisare la presenza di antichi culti matriarcali: vediamone alcuni.

L’antico culto del Monte Forato, culto di fertilità

Nei pressi del Monte Forato, chiamato in passato “Pania Forata”, troviamo testimonianze di insediamenti paleolitici, in particolare le grotte sepolcrali eneolitiche della Buca delle Fate e della Grotta della Giovannina.

Il Monte Forato è una vetta che presenta un grande foro sulla parte alta, abbastanza ampio da lasciar passare un elicottero.
Secondo antiche leggende popolari, questo arco naturale si sarebbe formato per lasciar passare la Madonna con il suo Bambin Gesù. È curioso trovare un tale legame tra una vetta e la Vergine Maria; sicuramente non casuale, così come sono di solito le analogie nelle storie popolari, dove tali elementi sono sempre da ricondurre a significati sommersi. Diversi ricercatori hanno individuato in questo accostamento un’allusione all’evento del parto in collegamento con il Monte Forato.
Da sempre le pietre forate sono state presenti in antichi luoghi di culto. Erano considerate simbolo di passaggio da uno stato all’altro, e dunque utilizzate a scopo di purificazione e guarigione. Marija Gimbutas ne suggerisce la presenza in numerosi luoghi d’Europa.
Passare attraverso il foro voleva dire varcare la soglia della vita e dunque rinascere. Così, in molte tradizioni europee e non solo, si faceva passare il neonato attraverso i buchi delle pietre forate, oppure gli ammalati o anche le persone sane per auspicare protezione.
Ora, questa grande apertura presente nella montagna, era sicuramente ritenuta estremamente potente, poiché conteneva la forza indomita dell’acqua e del vento che l’avevano formata corrodendo la roccia. Ma ancora più significativo è il fatto che il Monte Forato è posizionato in modo tale che dal pendio ad esso di fronte si può osservare un fenomeno astronomico che ha costituito un culto veramente singolare. Infatti, nel periodo del solstizio d’estate, nei giorni tra il 21 e il 24 giugno, all’alba il sole sorge dietro al monte e proietta i suoi raggi nel foro verso la valle sottostante.
Il culto del sole risale a epoche remote, simbolo di morte e rinascita scandiva il trascorrere del tempo. Insieme al ritmo delle stagioni e al mutamento delle manifestazioni naturali ha avuto una valenza importante in tutte le civiltà. E proprio in questa zona, grazie a questo evento, si celebrava l’unione della montagna e del sole, come “matrimonio sacro” tra l’antica dea mediterranea e il suo dio.
Da uno studio sulla toponomastica del territorio si possono capire alcuni aspetti interessanti in merito al culto del Monte Forato. Infatti il nome Pruno, che è proprio della località da dove si osserva tale fenomeno, ha una derivazione probabilmente dalla ridice indo-europea *prus = bruciare, da cui la parola latina burrus = rosso, color del fuoco. Con tutta probabilità questo nome fu dato a questo luogo proprio in riferimento alla straordinaria “palla di fuoco” che gli antichi ammiravano incorniciata dal grande foro della vetta e che celebravano come simbolo del fuoco della vita insito nel ventre della Grande Madre rappresentata dalla montagna.
Per di più questo evento accadeva, e accade ancora oggi, in un periodo di passaggio del ciclo annuale in cui la natura testimonia la sua rinascita sotto lo splendore della luce solare.

Inoltre, ai piedi della vetta, troviamo una località di nome Cardoso. Ancora una volta lo studio di un etimo ci può dare importanti indicazioni; infatti il nome Cardoso potrebbe derivare dalla parola cardo, la cui radice indoeuropea è krd. Tale radice è la stessa che ha dato origine alla parola greca cardias e alla parola latina cor – cordis = cuore. Ma dal radicale kr deriva anche la parola greca krai – no = creare. Ciò potrebbe voler dire che tale radice esprime il concetto della creazione della vita, al pari di ciò che svolge l’organo cardiaco in ogni istante.
Probabilmente questo luogo era significativo per i culti di fertilità. In effetti, nei pressi di Cardoso, sorge il santuario di San Leonardo, considerato il protettore delle partorienti. In più, davanti alla piccola chiesa antica, troviamo un ampio masso “coppellato”. È assai noto l’uso arcaico esteso a tutta l’Europa di incidere “coppelle” sulle rocce, piccole convessità rotonde come ciotole. Il loro significato era chiaramente riferito alla conca come ventre della Madre Terra.
Le rocce orizzontali cosparse di coppelle, come quella di San Leonardo, venivano con tutta probabilità irrorate con acqua o forse con sangue mestruale, in un rituale propizio per la fertilità.
Da tale località forse ci si incamminava lungo il sentiero che porta alla vetta della “Pania Forata”, per effettuare un pellegrinaggio che fosse di buon auspicio per il concepimento.

Probabilmente l’evento del solstizio legato al Monte Forato, fin dalle origini, non è stato l’unico a essere oggetto di culto. Questa precisazione si riferisce al fatto che questa vetta è testi-mone di un altro evento suggestivo, mi riferisco al passaggio della luna piena dietro alla grande roccia forata che avviene di solito nel periodo tra dicembre e febbraio. Certamente la ricorrenza dei due eventi pressoché diametralmente opposta nel corso del ciclo annuale doveva aver colpito gli antichi, ma soprattutto le antiche sacerdotesse della dea, le prime nella storia arcaica a occuparsi di tali culti.
La celebrazione dell’evento apuano del Monte Forato si è mantenuta nei secoli. Nel tempo in cui si diffuse la cultura celtica in questa zona, vi si sovrapposero i contenuti del culto del dio solare. Ne è testimonianza il nome Volegno, località adiacente a Pruno.
Il toponimo Volegno deriva dal nome Belen, dio celtico e ligure della luce solare. Il nome Belen viene dalla parola celtica di matrice indoeuropea bel che significa brillare. Tale divinità sembra corrispondere all’Apollo classico e sia in Irlanda che in Britannia che nelle Gallie era conosciuto come consorte della dea Dana.
Dato che nella zona circostante le tribù celtiche stabilirono ampi insediamenti, possiamo supporre che fu proprio l’importanza nel mondo celtico di questa divinità a contribuire alla conservazione del culto del Monte Forato.
Tutt’oggi nel periodo del solstizio d’estate nella località di Pruno, si organizza una festa che coinvolge tutto il paese. E all’alba del 21 giugno un folto gruppo di persone si reca sul pianoro sopra al paese ad ammirare all’alba il passaggio del sole dal Monte Forato. Poi, la sera del 24, si celebra San Giovanni, accendendo un grande fuoco e facendo baldoria. Questo è testimonianza di un forte sincretismo che tende a conservare un’identità cultuale arcaica.
A questo proposito nei luoghi limitrofi si evidenziano zone boschive denominate Monte o Colle Baldoria. La presenza di questi toponimi ci indica la rilevanza che avevano tali eventi nella cultura popolare. Questa evidenza la ritroviamo anche nelle storie tipiche della zona, dove si parla spesso delle baldorie degli streghi e delle streghe. La loro descrizione ricorrente ricorda molto i sabba dei così detti “figli di Diana” descritti nella nota storia della stregoneria italiana e ci suggerisce una notevole affinità con quelli che sono stati i suoi culti originari.
Sul culto di Diana in area apuana abbiamo testimonianza dalla storiografia classica. Infatti, Tito Livio racconta che nel 179 P.E.C. il censore Marco Emilio aveva consacrato un tempio a Diana per placare le sue ire, dato che il popolo apuano che era stato sconfitto in battaglia si era votato a questa divinità.
Anche la toponomastica ci riporta il nome di Diana, piuttosto diffuso, che troviamo reso con il suffisso dana o zana (derivati da danna e zanna), in località dai nomi come Fordazzani (Foce di), Tiana, Zana, Sana (rio), Zandori, Dianuli/Zanula, colle Zani e altri ancora.
Vi sono inoltre località silvestri chiamate dalla gente del posto “Grotta di Diana” oppure “Polle di Diana”. Tale denominazione così diretta e chiara ci fa pensare a un uso dedicato a tale dea fino a tempi recenti.

Il Monte Matanna, luogo di culto della Madre apuana

Anche il Monte Matanna, poco distante dal Monte Forato e dal Colle delle Baldorie, ci riporta un toponimo significativo. Esso contiene la parola *tanna” che ci riconduce al relitto toponomastico apuano zana/zanna riferito alla dea Diana.
Ora, possiamo ravvisare nel nome di Diana la particella sanscrita div = splendere e la parola ana/anna, che in sanscrito si riferisce al concetto di nutrimento. Ed è quest’ultima parola che troviamo nel nome Matanna e che ci rimanda al nome Anna riferito alla dea Anna Perenna.
Questo accostamento tra la dea Diana, nella sua natura antica di dea dei boschi e della fertilità, e la dea Anna Perenna trova giusto accoglimento nel significato che entrambe le divinità hanno avuto nel mondo italico-mediterraneo arcaico per la loro accezione legata al concetto di madri nutrici benevole, preoccupate essenzialmente di dare e mantenere la vita.
Culto pre-romano assai antico, quello di Anna Perenna era probabilmente un nome che caratterizzava la dea come fonte di nutrimento continuo. Ma tale denominazione “perenna” ci conduce anche alla dea indiana Anna Purna, dove purna significa totale/completo. Straordinariamente, le caratteristiche delle due dee sono praticamente le stesse e questo trova conferma anche nel fatto che le popolazioni italiche e quelle dravidiche, che abitarono la Valle dell’Indo, appartenevano dallo stesso ceppo, quello pelasgico.
Nel caso della zona apuana, troviamo un altro toponimo che potrebbe confermare ulteriormente la presenza del culto di Anna Perenna come affine ad Anna Purna e cioè il nome dato a un monte che si trova proprio nelle immediate vicinanze, il monte Prana. Questa denominazione è alquanto originale nel territorio italiano e non possiamo fare a meno di pensare alla parola sanscrita prana che significa vita ma anche respiro vitale.

Inoltre, il nome Matanna contiene anche la parola mat.
La base linguistica mediterranea matta o mata è molto frequente sia nel latino medievale che nelle parlate romanze dell’area ligure e indica un terreno cespuglioso, un bosco o una montagna erbosa con cespugli e qualche albero non troppo alto.
È curioso come una tale parola, che indica un luogo come una montagna ricca di vegetazione, sia palesemente affine alla parola mater. In effetti quest’ultima parola proviene dal sanscrito ma con il significato di preparare e formare con misura, che poi è divenuta matr, radice della parola latina successiva. Così, in questo caso, l’unione di mat e zanna devono aver prodotto un nome di transizione come matzanna che poi è divenuto Matanna, designando probabilmente questo luogo come nemus che si fece tempio, dedicato alla Mater Anna Perenna.

Ipotesi della ciclicità del culto matriarcale aprano

Forse la comparsa della luna nel foro della “Pania Forata”, metafora del ventre sacro, annunciava il riaccendersi della vita dopo la morte invernale cui madre natura andava incontro dopo aver partorito il sole bambino. Successivamente la primavera portava i nuovi inizi e magari si celebrava a marzo qualcosa di affine alle Idi di Marzo, celebrazione di epoca romana in onore di Anna Perenna. E poi a giugno, con il solstizio d’estate, la luce della vita al suo massimo si esprimeva nel passaggio del sole dalla cavità simbolicamente procreatrice, per culminare in quella che poi è divenuta la festa di San Giovanni, con l’accensione del grande fuoco che in origine era sicuramente dedicato alla dea Diana.

Elena Fornari


Bibliografia

  1. Marja Gimbutas – Il linguaggio della Dea – Ed. Venexia;
  2. Marja Gimbutas – Le dee viventi – Ed. Medusa;
  3. Anna de Nardis – Da Circe a Morgana – Ed. Venexia;
  4. Italo Pucci – Culti naturalistici della Liguria antica – Ed. Luna;
  5. Lorenzo Marcuccetti – La lingua dimenticata – Ed. Luna;
  6. Oscar Guidi – Gli streghi, le streghe – Fazzi Editore.