di Manuela Orrù

Vivere l’esperienza della discesa in un Pozzo Sacro è certamente qualcosa capace di far emergere emozioni nuove o forse solo dimenticate, sepolte sotto strati di cultura millenaria che ci ha allontanate da quelle genti che, con tanta fiducia, passione e cura, li hanno edificati.

Scendere lentamente i gradini che ci portano al fondo del pozzo, dopo aver percorso la via lastricata presente in tanti siti, sentire le pareti di pietra che ci avvolgono ai lati, pareti che mano a mano che si scende si restringono, fino ad arrivare al cuore, dove il pozzo allargandosi ci accoglie con la sua fresca e umida ombra.

Pozzo di Santa Anastasia a Sardara (ph. M. Orrù)

Ci circonda un silenzio antico, la luce arriva filtrata, come i suoni dell’esterno, la sensazione è di essere in un “centro” che può essere inizio e fine, nascita e morte, ma anche rigenerazione.

Ed ecco l’acqua!

Acqua sacra che arriva dal sottosuolo, dal ventre della Madre, acqua sorgente primaria di vita. Quella e solo quella è l’acqua sacra, Acqua del Pozzo Sacro che è, insieme al nuraghe, mediatrice della Dea, tipica architettura sacra delle antiche epoche matriarcali. Nessun dio o dea dell’acqua per quelle popolazioni, che hanno conosciuto una Sardegna ricca di boschi e foreste lussureggianti, isola di fiumi e sorgenti, abbracciata dal mare. Lontana l’immagine di terra siccitosa e sitibonda, retaggio del disboscamento selvaggio degli ultimi secoli.  Se acque avessero voluto adorare non avrebbero avuto bisogno di costruire i pozzi. Il sacro arcaico, aniconico, delle popolazioni sarde antiche era quanto di più lontano ci potesse essere da un credo animistico e naturalistico come è il culto delle acque. La loro era una religione complessa, articolata, ricca di simboli, riti e architetture. L’acqua rappresentava ancora la Madre, il suo significato ctonio e valore sacro nascono da quella simbologia.

Ingresso al Pozzo di Santa Anastasia a Sardara (ph. M. Orrù)

L’acqua, dunque, come simbolo del Sacro che riporta al mondo della Dea; quella dei Pozzi Sacri veniva usata per i rituali e le cerimonie tipiche del mondo della Dea. Tanta bibliografia sostiene tale idea, forse un po’ meno quella archeologica, certamente lo studio delle religioni e le nuove correnti psicanalitiche riconoscono nei pozzi e nei templi “a cisterna” i luoghi sacri votati al culto della Dea Madre.

Gli antichi non erano interessati ai cicli idrogeologici e ai fenomeni chimico-fisici dell’acqua, ciò che contava per loro era il suo valore simbolico, magico, mistico e terapeutico. E ciò non solo in Sardegna, ma in ogni angolo del mondo antico.

Quell’acqua era dunque sacra e ascendeva alla sacralità per il suo valore e contenuto simbolico, era, con molta probabilità, l’incarnazione mitica della sostanza primordiale da cui è nata la vita, essenza essa stessa della vita. Le antiche popolazioni avevano una psicologia mistica, prescientifica e preedipica. Certamente si servivano dell’acqua per le loro necessità pratiche giornaliere, ma nei Pozzi Sacri essa diveniva sostanza simbolica della stessa natura della Dea, ad essa i pellegrini, i supplicanti si rivolgevano per purificarsi, guarire, rigenerarsi. Attraverso l’acqua veniva celebrato il rito, essa permetteva la mediazione simbolica, insieme al sacrificio, per accedere al “mondo altro”, al Sacro Arcaico di quell’antico popolo. Mentre le acque dei fiumi, dei torrenti, di vena e di sorgente, quelle piovane e di montagna, tutte quelle acque disponibili per ogni esigenza non potevano essere il simbolo per entrare in contatto con la Dea e il suo mondo sacro, quella proveniente dalla vena profonda del cuore della Terra, custodita nei Pozzi, assurgeva a mediatrice metaforica della divinità. Così come ancora oggi l’acqua della fonte battesimale non è un’acqua qualsiasi, viene resa “santa” per apportare effetti benefici e salvifici, ma non è essa la divinità.

È possibile che nei rituali a quell’acqua si attingesse e si bevesse per i poteri curativi che le si riconoscevano (“aqua de is dolus” del Pozzo di Santa Anastasìa) ma è impossibile che l’acqua di per sé fosse contemporaneamente il Divino e valesse poi come mediatore simbolico. Ed è su questo punto che è importante essere chiari ed evitare una volta per tutte l’equivoco: non si può confondere il significante (acqua) con il significato (divinità).

Fondo del Pozzo di Santa Anastasia a Sardara (ph. M. Orrù)

Torno all’interno del pozzo, immergo i piedi nell’acqua sacra che sgorga dalle profondità della terra, mi accolgono la sacerdotessa e il sacerdote che con una brocca circondata da tanti capezzoli, decorata con disegni misteriosi, mi versano l’acqua sul capo. Chiudo gli occhi. Il prezioso liquido mi cola lungo il viso, il collo, scivola tra i seni, arriva al centro dove scorre la mia acqua di luna, muschio umido la trattiene. Purificami, sanami, riportami nel tuo mondo di pace e, abbracciandomi, cullami nel tuo grembo, o Madre, perché domani possa rinascere a vita nuova. Così sia.

Brocca askoide e vaso piriforme, pozzo della chiesa di Santa Anastasia (ph. M. Orrù)

Manuela Orrù, 2022


Bibliografia

  1. Baglivi Giorgio – Il sacro nell’epoca nuragica – Grafiche del Parteolla 2005;
  2. Baumer Franz – La Grande Madre – ECIG Genova 1995;
  3. Bolen Jean Shinoda – Passaggio ad Avalon – Piemme – Casale Monferrato 1998;
  4. Thinner Jurgen – Kunst Der Sarden – Hirmer 1983.
  5. Archeologia a Sardara: da Santa Anastasìa a Monreale – in “Quaderni didattici della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Cagliari e Oristano” – n.11 – 2003.