Tratto da Marija Gimbutas. Vent’anni di studio sulla Dea, Atti del Convegno omonimo, Roma 9-10 maggio 2014, Progetto Editoriale Laima – Torino

La tradizionale icona mitologica associata alla città di Roma, la Lupa e i Gemelli, è stata interpretata secondo differenti punti di vista, come è naturale che sia quando ci si imbatte in simboli e motivi archetipici, pertinenti ad un antico e importante mito delle origini.
Dopo i rivoluzionari studi dell’archeologa lituana Marija Gimbutas, è oggi possibile rileggere e interpretare la leggenda delle origini di Roma in una diversa e più coerente prospettiva.
Nel suo ultimo libro Le dee viventi, la Gimbutas ha dedicato un intero capitolo alla civiltà etrusca, includendola nel novero delle civiltà storiche derivate dall’Antica Europa del Neolitico (Old Europe). Civiltà caratterizzate dal culto di una Grande Dea della terra, prima dell’avvento di popoli guerrieri e patriarcali (Kurgan) provenienti da Oriente.
Già autorevoli storici, antichi e moderni, hanno rimarcato l’importanza del principio femminile e delle donne nella religione e nella società etrusca, dato profondamente in dissonanza con le coeve società greca e romana. Ma soltanto dopo le minuziose indagini storiche, archeologiche e mito-storiche della Gimbutas che è possibile attestare, con obiettivi riscontri e dati scientifici, l’originale carattere “matrifocale” della civiltà etrusca; senza di ciò restano privi di retroterra storico sia le origini di Roma che del Cristianesimo.
Etruria, Roma, Cristianesimo costituiscono infatti le parallele e fondanti radici storiche della moderna Europa; ed è all’Antica Europa neolitica e alle invasioni “indoeuropee” che serve guardare per individuare gli originari motivi e impulsi metastorici che poi, in età storica, fecero dell’antica Italia la sede del primo impero mondiale e della prima religione dell’Occidente.
Il principale mito delle origini della religione etrusca, religione “rivelata” da un evento divino, già contiene tutti gli elementi chiave: la “rivelazione” secondo il mito, sarebbe avvenuta nella campagna di Tarquinia, ad opera di Tages, “figlio della madre terra”, genio nato da un solco aperto nella terra, proprio come un vero “figlio della terra”. L’aspetto del genio Tages è paradossale, eccezionale, trattandosi di un essere divino e sovrannaturale: ha sembianze di infante, ma possiede la sapienza di un vecchio saggio. È il ben noto motivo archetipico del puer-senex. Al suo inaspettato apparire si radunano i lucumoni, i re-sacerdoti etruschi, trascrivono i Libri Tagetici (o Acherontici), concernenti i segreti del mondo sotterraneo, l’oscuro grembo tellurico della dea-terra. Dal mito traspare con evidenza l’importanza del principio femminile nella religione etrusca.
Storici e cronisti di età romana hanno concordemente tramandato che la maggiore divinità etrusca fu una dea, Voltumna. Nel sacrario nazionale, a lei dedicato, il Fanum Voltumnae di Volsinii, si recavano annualmente i rappresentanti delle dodici regioni etrusche, per celebrare il culto comune e le comuni origini. La confederazione delle dodici tribù era infatti fondata su un’alleanza sacra, non su basi politiche né militari.

Ma chi era Voltumna?
Per rispondere è necessario rimuovere le stratificazioni romane, cristiane, medievali e moderne che si sono sovrapposte sopra l’originaria figura della dea etrusca.
“La dea Volturna o Voltumna degli Etruschi corrisponde alla dea Fortuna dei Romani, nomi derivanti dall’antico verbo vorto, che significa “invertire, mutare”: infatti la dea Voltumna o Fortuna aveva la prerogativa di poter cambiare il corso degli avvenimenti” (da Clemente Lanzi, Memorie storiche sulla regione castrense, Farnese). La succitata definizione è sempre stata ritenuta appropriata dai linguisti e dagli studiosi del passato etrusco. Ma, durante il ventennio fascista, il padre fondatore dei moderni studi di “etruscologia”, il professor Massimo Pallottino, sviluppò e rese noto in un suo libro di successo, tradotto in più lingue, quella che secondo lui era l’identità di Voltumna: un dio bisessuale, forse androgino, patrono della guerra e … della fertilità, talora con sembianze mostruose…

L’Aiola del Gran Carro come appariva prima dell’innalzamento delle acque del Lago di Bolsena che ora la sommergono; dal tumulo fuoriescono tuttora delle bollicine ascensionali di acqua calda provenienti dalla sorgente termale sopra alla quale fu eretto il tumulo in età proto-etrusca. Il sito era il più importante centro di culto della dea Voltumna.

Oggi, possiamo constatare che il prof. Pallottino non ha rilevato un dato storico basilare: in tutti i pantheon delle religioni politeistiche di età storica – Roma, Grecia, Egitto, Creta, Mesopotamia, ecc. – il consesso degli dèi era sempre governato da una coppia, un dio maschile del cielo e una dea della terra. E questo è anche il caso della religione etrusca, il cui pantheon era guidato da Veltha (in latino Veltumnus o Vertumnus), il dio solare, e da Voltumna accostabile alla Fortuna dei Romani.
In età arcaica la dea ebbe vari nomi ed epiteti: Urcla, Urthia, Ursia, Norzia. Le sue caratteristiche sono palesi: è la dea con la cornucopia da cui escono i frutti della terra, le acque fecondatrici e tutta l’abbondante ricchezza del mondo terreno.

La dea fu anche al centro di un culto astrale: le sue sacerdotesse (lasae) – di cui sono stati ritrovati a Bolsena i ricchi sepolcri – presenziavano a uno speciale rito di cui parlano le antiche cronache. Durante la tradizionale assemblea annuale in onore della dea, presso il tempio di Volsinii, veniva infisso ritualmente un lungo chiodo in una cella del tempio della dea. Il rito serviva a fissare magicamente lo scorrere del tempo, secondo una misurazione del tempo utile alla formulazione del calendario sacro.
In altre parole, presso il tempio di Voltumna erano praticati il culto degli astri, l’osservazione astronomica e quella delle folgori (ars fulguralis) che una donna, “ninfa e sibilla”, lasa Vecu, aveva rivelato al “fulguratore” di Chiusi Arruns Velthumnus.
Il ruolo primario svolto dalle donne etrusche in ambito religioso è testimoniato proprio dalla tradizione relativa alle lasae; ninfe e sibille nella trasposizione favolistica, ma persone realmente esistite in importanti contesti sociali e religiosi, quali adepte della celebre e rinomata “disciplina” etrusca, insieme di saperi gelosamente conservata in libri sacri, concernenti le leggi del Cielo, Terra e Inferi.

Nell’icona totemica della lupa capitolina si manifesta un altro aspetto della dea etrusca: l’aspetto infero, ctonio, proprio di una dea del sottosuolo vulcanico, regina delle forze oscure del mondo sotterraneo.
L’Ade etrusco, come si evince dagli affreschi di Orvieto (tomba Golini) e di Tarquinia (tomba dell’Orco) e da vari reperti figurati, era il regno di Aita e Phersipnai, raffigurati come dèi-lupo.
Plinio, nella Storia Naturale, racconta che a Volsinii (Bolsena) era vissuto un “mostro” chiamato Volta, che uccideva, bruciava e terrorizzava la popolazione del lago. A sconfiggerlo accorse Porsenna, lucumone e fulguratore di Chiusi.
Il lago di Bolsena è per ampiezza il secondo lago vulcanico del mondo, i suoi versanti di lava e tufi sono da sempre territorio sismico, con fuoriuscite di esalazioni telluriche e fenomeni di termalismo vulcanico. La forza infera del lago-vulcano fu per gli Etruschi, non il “monstrum” favoleggiato dal romano Plinio, ma piuttosto l’aspetto pericoloso della dea, nel suo ruolo di regina del mondo ctonio.
In sei urne funerarie etrusche (da Volterra e Chiusi), i rilievi scultorei mostrano una medesima scena: il lucumone e il fulguratore Porsenna fermano con un gesto rituale il mostro Volta mentre sta per uscire da un pozzo; l’aspetto del mostro è quello del lupo. Il monstrum di Plinio era dunque il vulcano stesso, i suoi spaventevoli risvegli e sommovimenti. Il suo nome, Volta, è omologo a quello della grande dea Voltumna.

La Lupa della leggenda di Roma risale ad una religiosità molto più antica di Roma stessa. Il culto del lupo era diffuso presso molti popoli dell’Italia antica: Dauni, Lucani, Irpini, Latini, Sabini, Etruschi e altri ancora.
Accanto alla Lupa, in età posteriore, vennero aggiunti Romolo e Remo, i due gemelli (dal nome etrusco). Secondo una ben nota interpretazione, i gemelli romani sarebbero in connessione con il culto ellenico dei Diòscuri, particolarmente diffusa nella bellicosa Sparta. Ma poiché siamo in presenza di un arcaico mitologema, sfaccettato e prismatico, è possibile valutare anche una differente visuale.
Il mito dei gemelli, dei quali uno è destinato a morire, viene fatto risalire al mondo patriarcale e guerriero dei primi cacciatori neolitici, dove l’uccisione di una vittima prescelta, animale o umana, era parte fondante e necessaria del rito sacrificale.
La morte di uno dei gemelli allude all’annuale sacrificio di una vittima, il capro espiatorio, in uso nelle antiche società di popoli cacciatori e delle culture da lì derivate.
Il mito fratricida è tipico di culture improntate alle pratiche belliche, le cosiddette “società del dominio” e può essere visto tragicamente in atto nella progressiva ascesa della storia di Roma; cacciati gli Etruschi, che l’avevano fondata, iniziò per Roma nel V secolo P.E.C. un periodo di interminabili guerre intestine. L’Etruria venne definitivamente conquistata solo nella metà del III secolo. Il bagno di sangue proseguì con le successive guerre civili, tra Mario e Silla, tra Cesare e Antonio, fino alla conquista dell’Europa e poi dell’Egitto e dell’Asia.
Con la nascita della Repubblica romana, nel 510 P.E.C., iniziò a svilupparsi la prima grande industria bellica dell’Occidente; nel nuovo stato romano venne gradualmente effettuata l’esclusione delle donne e della casta sacerdotale dal governo della cosa pubblica.
Da quanto detto risulta evidente che il mondo etrusco, retto da una confederazione costituita su alleanze sacre, dove le donne e il principio femminile avevano il loro rilevante spazio naturale e spirituale, “quel mondo” si trovava in profonda antitesi con il carattere imperialista romano ed era inevitabilmente destinato ad essere vinto, svalutato e dimenticato. La cultura patriarcale, militarista e antifemminile di Roma si impose con la forza delle armi e solo oggi, dopo più di due millenni, è possibile rivelarne il volto grandioso quanto mortifero, che generazioni di storici hanno esaltato acriticamente, dimenticando un particolare non secondario, il vero volto e il nome segreto della Roma originaria: amor, Roma letta al contrario. La tradizione del nome “segreto” di Roma rimanda ovviamente a una storia “segreta” e non ufficiale dell’urbe.
In origine, il nome dell’urbe era legato alla dea Venere, la cui stella aveva seguito Enea in fuga da Troia. Entrando nel Foro Romano, il primo tempio che si incontra è il santuario “doppio” di Amor e Roma, conosciuto come il tempio doppio di Venere. Non casualmente, al centro del Foro è situato un altro tempio femminile, quello di Vesta.
La dea Venere, Vesta, la lupa capitolina furono i vari volti di una divinità femminile, patrona della città di Roma che, in un determinato momento storico, rinnegò le sue origini, divenendo madre di conflitti, guerre e tirannie le più intolleranti.

Il contributo della mito-archeologa Marija Gimbutas alla storia etrusca e romana è fondamentale. Permette di rileggere in chiave critica il passaggio epocale del VI secolo P.E.C., quando iniziò a prendere forma l’attuale civiltà occidentale, nel sito di Roma. Estromesse la cultura e la spiritualità etrusche dalla Repubblica assieme alle donne e ai sacerdoti, Roma si dedicò all’arte della guerra relegando il primato civilizzatore nei suoi generali e condottieri.
Ma è ormai tempo che i “gemelli” siano riappacificati. E la Storia possa ritornare ad essere territorio libero, non più esclusivo dei “vincitori”, delle loro “storie” e dei loro accoliti. Marija Gimbutas ha lasciato un compito da portare avanti: ricostruire la vera identità dei popoli e delle civiltà del nostro passato che percepirono la terra e il cosmo quali luoghi della condivisione e non del dominio.

La storia non ideologizzata di Roma deve essere ancora scritta, così quella del primo cristianesimo. La vera storia della civiltà etrusca, svalutata, banalizzate e ridotta a fenomeno marginale, è un tema che può oggi far scoprire molte “americhe”.

Roma, Fori Imperiali, Casa delle Vestali. Quello delle vestali fu l’unico culto femminile “ufficiale”, nella Roma di età repubblicana. L’edificio si affacciava sopra un giardino con statue di dee.

Giovanni Feo

Scrittore e ricercatore, si è dedicato alla conoscenza del territorio etrusco e alla geografia sacra di Etruschi e altri antichi popoli pre-romani, privilegiando nella ricerca l’approccio multidisciplinare, con particolare riguardo alle diverse forme di spiritualità delle civiltà pre-classiche.
Nel 2004 ha scoperto il “tempio” astronomico di Poggio Rota (cultura di Rinaldone, Pitigliano GR). Nel 2013 ha pubblicato con Luigi Torlai la prima mappatura della griglia di allineamenti scoperta nella valle del Fiora e nel lago di Bolsena (La terra e il cielo degli Etruschi, Venexia 2013).


Bibliografia scelta:

  • Misteri etruschi (2000)
  • Prima degli Etruschi (2001)
  • Geografia sacra (2006)
  • Le vie cave etrusche (2007)
  • La religione degli Etruschi (2011)
  • Arte sacra e stregoneria (2012)
  • Il tempio perduto degli Etruschi (2014).