Trattando della spiritualità funeraria si sfiora il concetto di aldilà, il mondo più lontano che l’uomo abbia mai tentato di elaborare ed esplorare idealmente. Così, nei diversi approcci con la morte, incontriamo costantemente la preoccupazione dell’esistere, il desiderio di permanenza, la continuità, la conservazione del corpo e dell’anima. Tali preoccupazioni erano sentite sin dal Paleolitico medio (per quanto ne sappiamo), ma nel superiore si manifestano appieno con tutta la forza del rapporto vita-morte. In questa trattazione vedremo degli esempi presenti in Puglia, ma non solo, significativi e che delineano un quadro perfettamente concordante con le caratteristiche dell’epoca.

Secondo i ritrovamenti, il primo tipo umano a seppellire i morti usando qualche rituale è stato il Neanderthal. Sono attestate diverse e particolari attenzioni dedicate alle sepolture musteriane, concentrate in grotte distinte da quelle abitate. I morti erano adagiati entro una fossa scavata appositamente, talvolta ricoperta da una lastra (come a La Ferrassie), deposti rannicchiati in posizione dormiente accompagnati da strumenti in selce, probabilmente con l’idea di un loro utilizzo in un’altra vita. Al corredo erano anche associate porzioni di animali macellati, in segno di offerta o scorta di cibo per l’aldilà. In una sepoltura a Shanidar sono stati individuati persino resti di pollini, attribuiti, dallo scopritore Ralph Solecki, ad uno strato di fiori adagiati sulla sepoltura. Le deposizioni più note di questo periodo in Europa sono in Francia: La Chapelle-aux-Saints, Le Moustier, La Ferrassie; nel Vicino Oriente: sul Monte Carmelo, a Nazaret (Israele) e appunto a Shanidar (Iran). In Italia non sono state scoperte deposizioni neandertaliane, abbiamo solo un caso, alquanto singolare, di probabile cannibalismo rituale legato al famoso cranio trovato da Blanc nella Grotta Guattari sul Monte Circeo. In Puglia, i soli resti neandertaliani di incerto contesto funerario sono due denti infantili recuperati a Grotta del Cavallo e a Grotta del Bambino (in provincia di Lecce) ed una porzione di femore recuperata a Grotta S. Croce di Bisceglie (in provincia di Bari).

Sepoltura bisoma di grotta dei Fanciulli, con una donna ed un fanciullo. Balzi Rossi (Liguria). (Da Anati, 1995)

Differente è la situazione per il Paleolitico superiore. Ai più rari esempi neandertaliani si aggiungono le numerose inumazioni dei Cro-Magnon, distribuite un po’ ovunque sia stata riscontrata la sua presenza. In questo periodo glaciale i riti funerari e le pratiche dopo la deposizione divengono più complesse e differenziate. La maggiore quantità dei ritrovamenti permette, infatti, di tracciare chiaramente i numerosi dettagli: gli ornamenti, costantemente presenti sul corpo del defunto, sempre addobbato da copricapi, collane, cavigliere, bracciali e amuleti; la posizione del corpo, che varia rispetto a quella dormiente predominante nel Paleolitico medio; la struttura della fossa, che si arricchisce spesso di un letto di ocra ed una sorta di cuscino di pietra per il capo; e ancora, la diversità degli elementi di corredo, sempre di pregiata fattura. Ognuno di questi fattori si moltiplica rispetto alle abitudini del Neanderthal, aumenta anche il numero delle deposizioni bisome o multiple con adulti di sesso diverso (come in Puglia a Grotta delle Veneri) o anche di un adulto ed un adolescente (come ai Balzi Rossi, in Liguria). Talvolta si sono individuati defunti abbracciati. Questi ritrovamenti implicano degli interrogativi sulle dinamiche, sui tempi di sepoltura, sui decessi, che non sempre possono essere stati contemporanei, e sulle ipotesi della deposizione secondaria o del cosiddetto sacrificio della vedova; come nel caso degli inumati del Riparo del Romito, a Cosenza, scoperti da P. Graziosi (Brizzi, 1977). Aumentano anche le testimonianze della conservazione di parti del corpo del defunto (denti e mandibole) che erano, con ogni probabilità, appesi da qualche parte nella grotta per obbedire ad una sorta di culto degli antenati. Nella grotta del Placard è stato individuato un cranio femminile circondato da conchiglie, e cinque altre calotte craniche trasformate in coppe (Broglio, Kozlowski, 1986).

Le sepolture del Paleolitico superiore presentano caratteristiche comuni: nella scelta delle grotte come luoghi appartati per inumare i defunti, nel rituale di sepoltura e negli ornamenti personali, che, ripetendosi, ci suggeriscono la moda dell’epoca. Un nuovo elemento determinante la spiritualità ed il simbolismo funerario dei Cro-Magnon è la profusione di ocra rossa, l’ematite. Si è appurato che il defunto poteva essere persino disteso su un letto di ocra o anche esserne cosparso completamente; in altri casi era usata solo su alcune parti del corpo, specie sul capo, oppure si aggiungevano al corredo ciottoli dipinti con questa sostanza. L’ocra fu oggetto di commercio. Insieme alla selce ed alle conchiglie fu una materia preziosa e ricercata importata da notevoli distanze.
L’estrazione in miniera dell’ematite è confermata per il Maddaleniano tardivo e per i complessi epipaleolitici della Polonia (Broglio, Kozlowski, 1986).
Il sesquiossido idrato di ferro, uno dei principali minerali da cui si estrae il ferro, produce la limonite, ossia il colore giallo, che andava a sopperire l’ocra dove mancava. Infatti, cuocendola, diventa rossa. I due colori fondamentali, rosso e giallo, ma anche le loro sfumature, sono stati largamente impiegati nelle pitture parietali e nelle pratiche magiche.

Le principali sepolture della nostra penisola si concentrano essenzialmente in Liguria: ai Balzi Rossi e alle Arene Candide. In Puglia provengono dalle grotte di Paglicci, Veneri e S. Maria di Agnano. Tutte, da nord a sud, presentano comuni denominatori rituali. Nella sepoltura gravettiana bisoma dei Balzi Rossi (Grotta dei Fanciulli) i corpi di un adolescente e di una donna adulta furono rannicchiati l’uno vicino all’altra; avevano ornamenti di conchiglie e tracce di ocra. In uno strato superiore, un altro individuo cosparso di ocra era disteso supino con le braccia ripiegate sul petto e la testa appoggiata su un masso. Dagli strati superiori epigravettiani venne in luce un’altra sepoltura bisoma di due bambini, deposti supini e ricoperti da ornamenti di conchiglie forate che ricoprivano la zona dei fianchi, forse a formare un perizoma.
Alle Arene Candide è stata trovata una delle più integre sepolture dell’epoca, appartenente ad un giovane il cui corredo ha riportato sia una bella lama di selce (tenuta ancora nella mano) che quattro bastoni forati di corno d’alce, interpretati come raddrizzatori di frecce. La testa era ornata da una cuffia di conchiglie, mentre il fondo della fossa e la superficie del corpo erano ricoperti della “magica” sostanza rossa. Alla Barma Grande, sempre ai Balzi Rossi, è stata scoperta una sepoltura trisoma con un maschio adulto, una giovane donna ed un adolescente, anche qui corredi di conchiglie ed ocra completavano l’inumazione.

Un caso di notevole presenza di ocra l’abbiamo in Sicilia, dove sui resti scheletrici della Grotta di San Teodoro è stato individuato uno strato di 5 cm.. Qui è stata riscontrata un’abitudine attestata altrove, quella di deporre delle pesanti pietre sugli arti dei defunti, forse per qualche credenza sul movimento del morto. Ad una credenza simile può corrispondere l’abitudine di seppellire il morto legato e in posizione fortemente contratta, con le ginocchia che toccano il mento, come nel caso dell’uomo di Chancelade in Dordogna (Vigliardi, 1992).

Alle sepolture, spesso, sono associate espressioni artistiche, oggetti di corredo finemente decorati con segni grafici dal contenuto simbolico; solitamente ciottoli dipinti o incisi. È il caso della sepoltura di un adulto, di circa venticinque anni, trovato in un Riparo di Villabruna a Belluno (Val Cismon). La fossa era stata riempita di detriti e ricoperta di pietre, due delle quali avevano pitture geometriche come il banco roccioso aggettante sulla fossa (Cocchi Genik, 1990). La presenza di oggetti decorati o amuleti non è infrequente, a Sunghir in Russia sono state trovate quattro sepolture nelle quali c’erano oggetti con figurine di animali in avorio (Anati, 1995).

In Puglia si concentrano almeno sei delle sepolture rilevanti del Paleolitico superiore italiano. La più straordinaria è certamente quella di S. Maria di Agnano, relativa ad una gestante morta circa 25.000 anni fa e sepolta con il suo bambino in grembo. Altri esempi, non meno significativi, sono di un ragazzo ed una donna trovati a Grotta Paglicci ed una sepoltura bisoma scoperta a Grotta delle Veneri. L’accuratezza usata per queste deposizioni ed il loro stato di conservazione forniscono una buona documentazione sugli elementi ornamentali, sugli oggetti quotidiani e sui caratteri scheletrici dei tipi umani che vissero nella regione tra i 25.000 e 10.000 anni fa. Tali sepolture sono in grotte particolari, le stesse con arte parietale e mobiliare.

Nella Grotta di S. Maria di Agnano, collocata alla base di un monte nei pressi di Ostuni, in provincia di Brindisi, tra il 1991 ed il 1992 si sono individuate, appunto, tre sepolture, due delle quali inglobate nella breccia giunta fino al soffitto della cavità (da qui, la difficoltà della loro estrazione); i corpi giacevano di spalle a poca distanza tra loro. Il sito è tuttora in fase di scavo e già ha rivelato il suo enorme valore cultuale, compreso segni d’arte mobiliare; ma soprattutto è testimone di un’intensa frequentazione prevalentemente religiosa. È possibile che la scelta di tumulare qui una giovane donna, nei suoi ultimi giorni di gravidanza, non sia stato un mero atto funerario. Infatti, la grotta ha visto un santuario mariano per molti secoli, durato fino agli inizi dell’ ’800; in epoca classica fu sede del culto di Demetra ed ancora nel Neolitico fu sede di un ulteriore culto al femminile. I ritrovamenti di offerte votive attestano l’esistenza di una divinità materna alla quale si sacrificavano maialini (Coppola, 1992). Un’altra rara presenza di feto è quella attestata nell’Epipaleolitico Natufiano della Grotta di Hayonim sul Monte Carmelo, in Israele (Anati, 1995).

La più antica frequentazione di S. Maria di Agnano risale al Paleolitico medio, quando gruppi neandertaliani sfruttarono il ricovero del riparo esterno, molto più esteso di oggi; dopo una fase di interruzione il sito fu frequentato, questa volta nell’interno, dal Sapiens Sapiens. La donna, trovata in perfetta connessione anatomica, era deposta in una fossa adagiata sul fianco, con la mano destra appoggiata sul ventre e la sinistra sotto la guancia, come dormiente. Lo scheletro del feto, ben visibile, era posizionato nella esatta dimora materna. Il corpo di lei era addobbato con diversi monili: ai polsi indossava bracciali di conchiglie (Cyclope neritea, Ciprea lurida, Trivia europea), sul capo aveva un’acconciatura composta da un centinaio di conchiglie forate impastate ad ocra. Tutta la sepoltura era circondata da denti di cavallo e rari di Bos primi- genius, una porzione del cranio di un cavallo era stata adagiata al suo fianco, mentre diversi pezzi di selce e frammenti ossei, con tracce di incisioni, costituivano la restante parte del corredo. La datazione della sepoltura risale a 24.410 – 320 anni fa, età gravettiana. La seconda sepoltura di Agnano presentava la stessa posizione della donna gravida, con la mano vicino la testa e le gambe maggiormente contratte, anche qui il capo era contornato di conchiglie e canini di cervo forati. Una terza deposizione, invece, appartenente a un defunto di sesso maschile, deposto supino con le mani accostate sul petto, risalirebbe a 12/10.000 anni fa. I lavori di liberazione dei corpi si è svolto nei laboratori di Anatomia e Fisiologia dell’Università di Torino.

Sepoltura del ragazzo gravettiano di grotta Paglicci. Rignano Garganico (Puglia). (Da Palma di Cesnola, 1992).

A grotta Paglicci, presso Rignano Garganico, un grande caposaldo negli studi della preistoria europea, sono state scoperte due inumazioni risalenti a fasi diverse del Gravettiano. Una deposizione riguarda un ragazzo di 12-13 anni, sepolto fra lo strato 22 e lo strato 21, quest’ultimo datato alla base: 24.720 – 420 anni fa. Il corpo, disteso supino sul pavimento e circondato da un insieme di ottimi strumenti litici, fu semplicemente ricoperto con un sottile strato di ocra. Gli strumenti comprendevano cinque grattatoi, una punta, una lama, un bulino, un osso ed un blocchetto di ematite. Il ragazzo indossava un copricapo composto da una trentina di denti forati di cervo, una collana con un pendente di Cyprea, dei bracciali ed una cavigliera decorata con denti forati di cervo.

Sepoltura della donna gravettiana di grotta Paglicci. Rignano Garganico (Puglia). (Da Palma di Cesnola, 1992).

La seconda sepoltura, praticata in una fossa ellittica appositamente scavata, era dentro lo strato 21, in un punto dove le datazioni avanzano di circa un millennio rispetto alla base. Appartiene ad una donna, dell’età di circa 20 anni, trovata in posizione supina con le braccia distese lungo il torace, le mani accostate sul ventre e le gambe non più in connessione anatomica, forse a causa di uno smottamento del deposito. Il corpo era stato ricoperto da ossame di animale, misto a qualche manufatto litico, nonché da blocchi calcarei dipinti con ocra. Fra gli strumenti di selce compaiono: quattro bulini, una lama ed un grattatoio. L’ocra compariva anche alla base della fossa, sul corpo e particolarmente sulla testa, sul bacino e sui piedi. La testa era ornata da un piccolo diadema fatto con denti forati di cervo (Palma di Cesnola, 1992).

Una terza sepoltura, conservatasi molto parzialmente, era contenuta nello strato 5, a ciò si aggiungono i ritrovamenti di resti umani appartenenti a differenti individui (fra cui due omeri isolati) distribuiti nel resto del deposito. La grotta, ancora in corso di studio, è stata scavata solo nella zona dell’atrio, da qui sono pervenute le note espressioni d’arte mobiliare che testimoniano una consuetudine artistica protrattasi per almeno 10.000 anni. In una zona recondita della cavità sono nascoste le uniche pitture parietali, figurative, del Paleolitico italiano, costituite da qualche impronta di mano e tre profili di cavalli in ocra.

Resti della sepoltura bisoma di grotta delle Veneri. Parabita (Puglia). (Da Palma di Cesnola, 1979).

Alle deposizioni singole di S. Maria di Agnano e di Paglicci si aggiunge una sepoltura bisoma trovata nella Grotta delle Veneri, a Parabita in provincia di Lecce. È datata all’Epigravettiano antico, intorno ai 18.000 anni fa ed è composta da due individui di sesso opposto. I resti scheletrici si riferiscono, purtroppo, solo ai bacini e agli arti inferiori, poiché i neolitici praticarono buche votive che distrussero la metà superiore dei corpi (Cremonesi, Parenti, Romano, 1972; Mallegni, 1997). La deposizione era avvenuta in una fossa ellissoidale naturale, sfruttando l’andamento del suolo roccioso. Le abbondanti tracce di ocra indicavano che i corpi erano stati adagiati su questa sostanza o che ne erano stati ampiamente cosparsi. Il corredo ha restituito solo un ciottolo dipinto di ocra ed una trentina di canini di cervo forati in prossimità della testa, forse la sua acconciatura.

Dall’atrio della grotta provengono le due statuine muliebri in osso che hanno assegnato il nome al sito, datate tra Gravettiano finale ed Epigravettiano antico, ossia tra 21.000 e 18.000 anni fa. Oltre alle piccole statuine muliebri si sono recuperate circa cinquecento ossa e pietre incise con vari motivi geometrici, risalenti all’Epiromanelliano (fine Paleolitico).

Le componenti somatiche degli individui di Paglicci, Veneri e Agnano rivelano tutti i caratteri classici del tipo umano Cro-Magnon e confermano l’attenuato dimorfismo sessuale di allora. La statura era elevata, intorno al metro e settanta, per le donne, e al metro e ottanta per gli uomini, gli arti molto robusti ed i tratti fisionomici presentavano generalmente una faccia larga e bassa, il naso stretto e a ponte alto, le orbite basse e oblique a contorno rettangolare. I lineamenti del volto della donna di Paglicci sono stati, recente- mente, ricostruiti e presentati dal paletnologo Francesco Mallegni, direttore del Dipartimento di antropologia dell’Università di Pisa; il risultato ha rivelato una donna non dissimile dal contemporaneo. Il ragazzo di Paglicci presenta tratti visivi ancora più delicati e armonici, definiti mediterranei. L’esame paleontologico delle gambe della donna di Ostuni, invece, ha rivelato i segni degli sforzi muscolari tipici della deambulazione su terreni scoscesi ed il segno di una prolungata postura assisa sul calcagno.

Nelle ultime quattro testimonianze funerarie citate si condensano gli elementi essenziali delle pratiche legate al culto dei morti nel Paleolitico superiore, e la Puglia, come le altre regioni italiane, è normalmente testificata con le pratiche di Gravettiano, Epigravettiano ed Epipaleolitico. Le peculiarità della deposizione, accompagnata da ocra, da un corredo personale e da monili sul corpo, evidenziano la grande omogeneità ideologica di quel mondo. Un mondo che presenta anche un articolato rapporto con le grotte: ora abitate, ora designate come dimore dei defunti, ora sacralizzate anche con segni d’arte.

In base ai dati attuali, le manifestazioni funerarie non presentano particolari relazioni con le espressioni artistiche di questi giacimenti, tuttavia le sepolture sono un evidente aspetto dell’escatologico cavernicolo. Perché scegliere quel preciso luogo per “lasciare” disegni su parete o su pezzi di pietra, e perché deporre qualche individuo e non tutti? A prescindere dalla relazione (riscontrabile o non) tra sepolture ed arte, si deve comunque tener presente che la grotta è sempre stato un luogo speciale per l’uomo religioso. Pertanto, la sepoltura in grotta doveva corrispondere ad una posizione sociale più elevata, destinata a individui speciali, magari a sciamani, eroi, primogeniti, o forse vittime di olocausti.

Maria Laura Leone


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Vedi Schede collegate

Delia, la donna di Ostuni

Grotta Paglicci

Statuine (Veneri) di Parabita