La preistoria è certo un luogo inesauribile di domande che difficilmente troveranno mai risposte. Quando cerchiamo di ricostruire le nostre origini l’intuizione rimane forse la sola facoltà utile poiché essa attinge ai più profondi e reconditi ricordi ancestrali.

Nonostante la scarsezza di manufatti creati dai nostri progenitori lasciati integri dal tempo ne esiste uno che è stato ritrovato riconoscibile in più occasioni grazie ai materiali di cui è composto.

Parliamo di un oggetto particolare presente in diverse sepolture di epoca gravettiana (Paleolitico superiore circa 29.000 a 20.000 anni fa), quasi sempre appartenenti ad individui di sesso femminile; una specie di “cuffia” composta da piccole conchiglie intrecciate dei generi Nassa neritea, Trivia o Columbella, a cui alle volte vengono inseriti canini di cervo rosso; il tutto è annodato finemente a formare una sorta di copricapo ricoperto di ocra rossa e trovato a copertura del cranio della persona inumata; non sappiamo se questo oggetto venisse portato anche in vita ma simili rappresentazioni le troviamo anche sulle teste di molte statuine appartenenti alla stessa epoca, le cosiddette veneri, per il resto del corpo nude.

L’oggetto in sé può apparire una semplice particolarità ricorrente, un abbellimento della persona, un segno di lignaggio o un rituale da associare a determinati individui della comunità nel momento del loro trapasso; e se rappresentasse qualcosa di più significativo?

Siamo abituati a pensare che oggetti preziosi appartengono a determinati ceti e denotano una superiorità sociale della persona che li indossa; è dunque possibile che 29,000 anni fa ci fosse già una categorizzazione di ceti all’interno di gruppi umani? Alcuni studi accademici come quello del Dott. Francesco d’Errico del CNRS il Centre national de la recherche scientifique – Disuguaglianza sociale nel Paleolitico superiore: ornamenti personali di Saint-Germain-la-Rivière (Gironda, Francia) – sostengono proprio questo.

Ecco che non riusciamo ad immaginare nulla di diverso del nostro passato che sia altro da ciò che siamo noi oggi.

Il film Segni fuori dal tempo di Donna Read e Starhawk, tributo a Marija Gimbutas che ricostruisce la sua visione di una civiltà precedente a quelle storiche ci domanda: “Che immagine abbiamo del nostro passato e come influenza ciò che siamo e come viviamo?  Siamo capaci di immaginare una cultura pacifica e in armonia con la natura? Ce n’è mai stata una?

Porsi queste domande ci permette di cambiare l’approccio allo studio delle nostre origini e con esso la possibilità di vedere altre possibilità.

Perché non immaginare che questa cuffia fosse un simbolo di ciò che queste donne (e uomini) rappresentavano per la comunità che li ha sepolti con tanto onore? Un segno non necessariamente legato al potere così come lo intendiamo ma alla sacralità del suo significato. E a prova di ciò a mio avviso è il fatto che questi oggetti sono stati ritrovati quasi esclusivamente indossati da donne e spesso madri.

Ci sembra così assurdo oggi?

In territorio italiano possiamo confrontare almeno quattro di questi oggetti in altrettante sepolture appartenenti a tre donne e un uomo; parliamo della Donna di Paglicci, la Donna di Caviglione, la Donna di Ostuni e il cosiddetto Principe di Arene Candide. In comune questi esseri umani avevano lo stesso periodo e la stessa cultura: il gravettiano e, naturalmente anche la “cuffia”.

Ricostruzione dei volti di tre donne ritrovate su territorio italiano vissute in un arco di tempo che va da 25mila fino a 23mila anni fa

[Nella foto, da sinistra:
La Donna di Paglicci, nel Museo di Grotta Paglicci a Rignano Garganico (FG), Puglia, datazione: 23 mila anni fa
La Donna di Caviglione, (fino a poco tempo fa chiamata l’uomo di Mentone poi a seguito dell’esame del DNA attribuita ad un individuo di sesso femminile) al Museo Preistorico dei Balzi Rossi (IM), Liguria, datata 24mila anni fa;
La Donna di Ostuni, chiamata Delia dal suo scopritore, nel Parco archeologico e naturalistico di Santa Maria D’Agnano, a pochi chilometri da Ostuni (LE), Puglia, datata circa 25.000 anni.]

 

Il “Principe” di Arene Candide

[Nella foto: il Principe di Arene Candide è lo scheletro di un giovane di 15 anni scoperto ad Arene Candide, deve il soprannome di “Principe” allo straordinario corredo con cui è stato sepolto; la sua testa è circondata dalla “cuffia” composta da centinaia di conchiglie perforate. Scoperto nella Caverna delle Arene Candide a Finale Ligure (SV), Liguria, risalente a circa 26000 anni fa.
Alto 1.70 m, ha braccia molto robuste e gambe allenate da sforzi continui e prolungati.
Le analisi fatte sulle sue ossa ci dicono che mangiava molta carne di animali selvatici, ma anche pesci e molluschi.
Il corpo adagiato e coperto di ocra rossa, il corredo è ricchissimo con oggetti in conchiglia e in avorio di mammut, come si può vedere al primo piano del museo.]

 

La Donna di Paglicci fu portata alla luce nel 1989; i resti di questa giovane donna divennero la testimonianza umana più arcaica in Europa. La Grotta scoperta negli anni ’50, si trova in Puglia ed è la più importante del Gargano e fra le più importanti d’Europa per la quantità e la tipologia dei reperti rinvenuti: oltre quarantamila tra strumenti litici, scheletri umani, pitture, graffiti, resti flori-faunistici riferiti alle tre fasi del Paleolitico -inferiore, medio e superiore- attualmente esposti nel Museo di Rignano Garganico. La grotta contiene anche alcuni dipinti murali paleolitici raffiguranti cavalli, capre, mucche, un serpente, un nido con uova, impronte di mani e una scena di caccia incisa su osso. Gli archeologi hanno inoltre scoperto una prova relativa alla raccolta dell’avena paleolitica risalente al 30.600 aC da un pestello recuperato all’interno della grotta concludendo che i nostri antenati mangiavano farina d’avena molto prima dell’avvento dell’agricoltura.

La Donna di Caviglione è una madre vissuta circa 24 mila anni fa. Fu rinvenuta il 26 marzo 1872 durante gli scavi guidati da Emile Riviere nella grotta Caviglione, parte del sito archeologico dei Balzi Rossi, al confine italo-francese di Ventimiglia; gli scavi rinvennero una sepoltura di quello che sino a pochissimo tempo fa era chiamato “l’Uomo di Mentone”. Fu solo a seguito dell’esame del DNA che lo scheletro si è rivelato appartenere ad una donna di 37 anni, di statura molto alta e che doveva aver partorito dei figli; Il reperto fu trasferito a Parigi dove è conservato presso l’Institut de Paleontologie Humaine, ai Balzi Rossi ne resta il calco. La sepoltura nella descrizione risulta caratterizzata da una cuffia formata da conchiglie e denti di cervo e un corredo di ossa di cavallo.

Nel 1991 in una grotta presso il Parco archeologico e naturalistico a pochi chilometri da Ostuni fu scoperta Delia, la donna di Ostuni; uno scheletro, risalente a circa 28.000 anni fa di una ventenne gravida, rinvenuto con la mano destra appoggiata sul ventre. Il reperto è conservato presso il Museo di civiltà preclassiche della Murgia meridionale.

La donna, nello stato terminale della gravidanza, era stata adagiata all’interno della voragine che si apre sulle pendici della collina che domina Ostuni. La grotta, successivamente ribattezzata “della maternità”, presenta tracce di utilizzi stratificati e di culti che dal Paleolitico superiore si sono protratti fino al XVII secolo. Si è appurato che la donna visse nel periodo compreso tra 27.810 e 27.430 anni fa.

Il corpo composto con grande cura era adornato di gioielli e vicino al polso destro sono state trovate alcune conchiglie forate, sicuramente ciò che rimane di un braccialetto e un corredo di strumenti in pietra. La testa era adornata con una cuffia tinta di ocra rossa e composta da conchiglie, probabilmente del genere Columbella rustica e denti di cervo. Altri denti, questa volta di cavalli e bovini sono stati ritrovati nei pressi del corpo.

La donna di Abri de Cap Blanc

Anche in Francia troviamo documentato uno stesso tipo di sepoltura; il cranio di una donna con tracce di “cuffia” realizzata con intreccio di conchiglie e ricoperta di ocra; la foto mostra la ricostruzione del volto di uno scheletro umano femminile rivenuto a Abri de Cap Blanc nel comune di Marquay a est di Les Eyzies, scoperto nel 1909; si tratta di un rifugio rupestre preistorico dell’era magdaleniana tra 17.000 e 12.000 anni fa, quindi più recente di quelli italiani; lo scheletro è stato riesumato alla base del muro del rifugio. Era sdraiato sul fianco sinistro in posizione fetale, una mano sul viso. Il corpo è stato posto sotto tre lastre di pietra: oggi è stato sostituito da una copia l’originale che si trova nel Field Museum di Chicago dal 1926. Il rifugio si caratterizza per la sua enorme scultura in bassorilievo raffigurante vari animali: bisonti, stambecchi, orsi, renne, altri animali a volte difficili da identificare e tantissimi cavalli.

Anche tante statuine di cui molte dalla Francia pare indossino lo stesso tipo di cuffia; il periodo è lo stesso delle sepolture.

[Nella foto, da sinistra:
La Signora di Amiens, ritrovata a Renancourt, nei pressi di Amiens, nel nord della Francia – Paleolitico superiore superiore (circa 23.000 anni).
La Signora di Willendorf, in Austria (23.000-19.000 anni) ;
La Signora di Brassempouy (27000 anni) chiamata appunto “dame a la capuche”.]

 

Una peculiarità che stupisce di queste statuine è rappresentata proprio dalla griglia di sottili incisioni che ritroviamo e che sembrano rappresentare lo stesso tipo di copricapo intrecciato trovato nelle sepolture; possiamo dunque immaginare che un oggetto così fosse una sorta di simbolo e, soprattutto riferito alle statuine, un segno della Dea? Possiamo immaginare che chi indossava quella cuffia ricopriva il ruolo di sacerdotessa (o sacerdote) e che utilizzato per la sua sepoltura oggetto propiziatorio alla sua rinascita?

Ci domandiamo insomma se questa “cuffia” più che un semplice ornamento possa rappresentare l’origine di ciò che in tempi meno remoti è stato attribuito agli oggetti sacri, manufatti in grado di mettere in comunione un essere umano con il divino e diventare così protettore di tutta la comunità.

Maschere, cappelli, travestimenti diventano oggetti “magici”, simboli d’intercessione con “un altro mondo” e la loro origine si perde nella notte dei tempi; manufatti capaci di rendere chi li indossava dei mediatori grazie ai quali la comunità entrava in contatto con “la terra di sotto”. La persona era ciò che in tutte le culture viene definita sciamana, colei (o colui) capace di muoversi ed essere in contatto in spazi altrimenti inaccessibili.

Abbiamo nella nostra era un elemento simile a quello appena descritto e che come ogni cosa che è sotto gli occhi di tutti diventa invisibile; i santi, di cui invochiamo protezione per persone e luoghi e che sono rappresentati con il simbolo sulla testa della loro “comunione” con dio svolgono lo stesso ruolo.

Trovando l’immagine di un nostro santo protettore con l’aureola a circondargli la testa un archeologo del futuro supporrebbe senza dubbio che l’individuo sepolto con tanto onore fosse stato un qualche principe o re.

E sarebbe un punto di vista completamente errato.

Alessandra de Nardis – 25 Gennaio 2021