Era il 1999 quando conobbi a Milano Joan Marler, invitata a partecipare a un convegno, “Le radici prime dell’Europa: Stratificazioni, processi diffusivi, scontri e incontri di culture” (27-28 ottobre, Sala delle colonne di via San Paolo). Parlavano archeologi, genetisti, linguisti come Colin Renfrew, Luigi Cavalli Sforza, Walter Burkert, Giovanni Semerano, ecc.
Erano già molti anni che nel movimento delle donne lavoravamo per una rivoluzione radicale nella percezione e rappresentazione del mondo, e incontrare Marija Gimbutas, attraverso le parole di J. Marler, fu per me come sentirmi improvvisamente di nuovo a casa. La serie di diapositive che accompagnavano il suo intervento mostrava tutta la straordinaria bellezza dei vasi e delle statuine del Neolitico europeo, capaci di trasmettere ancora intatta l’aura di una inimmaginata era di armonia e raffinata civiltà. Dopo la conferenza, mi avvicinai per ringraziarla e lei mi fece dono del libro From the Realm of the Ancestors (1997) – l’antologia da lei curata dopo la morte di Gimbutas, avvenuta tre anni prima.
La lettura di quel libro mi mise in contatto non solo con la vita e l’opera di Gimbutas, ma anche col mondo di archeologi e archeologhe e studiose di varie discipline che avevano lavorato con lei o erano state ispirate/i in maniere diverse dal suo lavoro di apripista. La visione introdotta da Gimbutas, infatti, è molto più ampia e complessa di quella che normalmente pertiene a un archeologo. Lei sapeva descrivere e sostenere le sue interpretazioni dei dati materiali delle società del Neolitico conducendo chi la leggeva direttamente dentro a un mondo fino a quel momento dimenticato che però stava là, fin dall’inizio, alle radici della civiltà umana. Un mondo sopravvissuto, nonostante le distruzioni volute e la negazione della sua memoria durata per diversi millenni, come una tessitura invisibile sui cui si erano man mano depositati nel tempo strati e strati di narrazioni diverse e divergenti. Grazie alla sua solida formazione professionale e al suo sguardo penetrante, Gimbutas era stata capace di afferrarne il significato e di descrivere il sistema di valori e di credenze che lo avevano retto dall’interno.

L’anno successivo, nel 2000, ci fu un altro importante convegno a Bologna, organizzato dall’associazione Armonie, “Il Mito e il Culto della Grande Dea. Transiti, metamorfosi, permanenze”, questa volta tutto concentrato sugli aspetti della Civiltà della Dea. E poi qualcuna portò la videocassetta con il film realizzato da Donna Read e Starhawk nel 2003, per la casa produttrice canadese Belili Productions, come omaggio a Marija Gimbutas per ricordarla a 10 anni dalla sua morte. Sandra Schiassi ne colse la portata e nel giro di qualche mese fu realizzata una prima sottotitolatura in italiano. E fu così che per alcuni anni la mia vita venne scandita da un continuo viaggiare per l’Italia in risposta alle richieste che arrivavano da gruppi di donne, librerie, associazioni e centri culturali di proiettare Segni fuori dal tempo.

Alla fine, sapevo a memoria quel che la voce calda di Olympia Dukakis narrava imprimendosi a fondo nei miei pensieri e nel mio cuore. Dico “cuore” perché la vita di Gimbutas e le immagini dei materiali dissepolti che tornavano allo sguardo dopo millenni scatenavano molte emozioni. Ricordo reazioni di tante donne dal “pubblico”, che vanno da abbracci con gli occhi lucidi e manifestazioni di gratitudine fino a un commento preoccupato per le “povere figlie di Marija che avranno sofferto tanto per le assenze della madre in giro a disseppellire le tombe”. Nessuna restava indifferente, perché prima ancora che arrivare alla mente, vasi statuette e strumenti vari coi loro segni arcaici incisi o dipinti colpivano l’inconscio.

Oggi, in questo mese di gennaio 2021, nel clima surreale che pare annunciare la resa dei conti di una civiltà che rischia di passare alla storia come l’Età Disumana (altrimenti detta Antropocene), lanciamo in rete un sito che abbiamo chiamato Preistoria in Italia. Sono passati cento anni dalla nascita di Marija e ci piace pensare che così facendo possiamo mostrare la nostra gratitudine alla studiosa e alla donna coraggiosa (e alle realizzatrici di quel film) attraverso un agire concreto: continuare il suo lavoro in Italia. Come? Raccogliendo, commentando e condividendo in un luogo virtuale di facile accesso le informazioni attualmente disponibili circa manufatti, luoghi, siti e miti riconducibili agli strati delle civiltà – pacifiche e incentrate sui valori femminili di protezione e cura della vita – che hanno preceduto le più note culture patriarcali storiche. Il nostro paese, allungato al centro del Mediterraneo, ha conosciuto nei millenni numerosi passaggi di gruppi umani che, in un movimento costante tra i continenti, portavano con sé i propri saperi, abitudini, simboli. Le loro tracce sono rimaste sui territori che hanno attraversato o in cui si sono fermati e nelle nostre memorie ancestrali e genetiche. Tuttavia, è un ambito di ricerca che ha trovato finora poco riconoscimento da parte dell’archeologia accademica e che invece aspetta un grande lavoro di recupero dei materiali sparpagliati in tante differenti località e classificazioni, in modo da rendere possibile un riordino di ciò che fino ad ora si è scoperto ma non è mai stato ricondotto a una matrice interpretativa coerente.

Il lavoro oscuro e frammentato in mille rivoli di raccolta dei “reperti” in Italia è avvenuto per lo più nel corso dell’800, grazie all’interesse di tanti appassionati scopritori (tutti uomini, le donne non avevano accesso all’istruzione che spettava ai maschi di famiglia) in piccole città e borghi di campagna, archeologi dilettanti cui venivano portati oggetti vari emersi per lo più dai campi arati. Materiali spesso molto danneggiati a causa della ripetuta lavorazione dei campi e allontanati dal contesto preciso del loro ritrovamento, conservati spesso in collezioni private o in piccoli musei sparsi nelle varie regioni, di cui a volte restano solo le relazioni scritte allora su riviste locali e di cui in alcuni casi resta ora solo questa traccia, essendo i manufatti spariti un’altra volta o portati e venduti all’estero (come nel caso delle statuine dei Balzi Rossi o della Tabula di Rapino).

Il progetto del sito ha potuto finalmente realizzarsi quando si sono incontrate quattro donne capaci anche di usare gli strumenti del web (le redattrici del sito) e altre numerose donne collegate tra loro da una rete di ricerca condivisa negli anni nelle varie regioni, attente conoscitrici dei propri territori e disposte a scrivere dei piccoli tesori dei luoghi in cui vivono. Un sito che comincia a volare dal 23 gennaio 2021 e che col tempo immagino saprà camminare da solo e prendere man mano le forme più adatte a veicolare le memorie del nostro passato reso invisibile.

Abbiamo pensato di ripubblicare in questa occasione la traccia che seguivo nelle affollate presentazioni del film e dei suoi contenuti. Segni fuori dal tempo è attualmente disponibile con una sottotitolatura più accurata ad opera di Cristina Sirka Capone e mia nel volumetto con dvd pubblicato nel 2013 dalle edizioni Psiche2 di Torino.
Il testo che segue è del 2005.

Luciana Percovich