Momolina Marconi (1912-2006) ha dedicato la sua vita di studiosa delle religioni del Mediterraneo alla ricerca delle rappresentazioni femminili primigenie, attingendo alla memoria iconografica e letteraria dei popoli che hanno lasciato le loro tracce nella penisola italiana e cercando le loro radici e collegamenti nell’area ben più vasta di cui furono parte, consapevole della limitatezza dello sguardo che pone l’inizio della Storia nella Grecia Classica e a Roma.

I suoi scritti principali vennero pubblicati nella prima metà del Novecento: Riflessi mediterranei nella più antica religione laziale, il suo primo e più importante libro, è del 1939, pubblicato quando aveva 27 anni. Allieva di Uberto Pestalozza (1862-1966), il primo docente universitario italiano di Storia delle Religioni (cattedra istituita nel 1911 presso la Regia Accademia Scientifico-Letteraria, che poi diventò la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Milano), gli succedette in questo incarico ininterrottamente dal 1948 al 1982.
Al centro del suo interesse, come di quello del Pestalozza e di un cerchio ristretto di amici studiosi, la ri-scoperta della “femminilità del divino”.
In una lettera a Anna De Nardis, curatrice del volume che raccoglie numerosi suoi scritti e intitolato Da Circe a Morgana, datata 5 marzo 2000, M. Marconi scrive: “Veda di rileggersi le litanie della Madonna, e mi dica se non vi ha spicco ‘la femminilità del divino’: la Madonna vien fuori dall’ambiente androcratico con inatteso prestigio, è addirittura Mater Dei… ”

La sua fu una formazione letteraria ed è sulla base della sua sconfinata conoscenza di testi e autori classici che ha realizzato il suo compendio sulle vicende, le parentele e le sovrapposizioni delle divinità mediterranee. L’altrettanto vasta conoscenza di reperti archeologici, custoditi in Italia e nei vari musei e siti del Mediterraneo, ha sostanziato
le sue intuizioni fornendo le prove alla sua geniale ed eterodossa ricostruzione dell’antico mondo del sacro – anche per lei inequivocabilmente centrato sul femminile – attraverso l’universo iconico delle rappresentazioni pittoriche e statuarie.

Matres Matutae – Foto di Manuela Candini (Museo di Capua)

La Grande Divinità Femminile Mediterranea

Come a Marija Gimbutas, è successo che il materiale – in questo caso già noto – le parlasse da solo, attraverso l’evidenza dei nomi, dei miti, dei manufatti, permettendole di articolare una ricostruzione particolareggiata degli archetipi in cui veniva rappresentata la Dea nel mondo mediterraneo, prima durante e dopo lo stabilizzarsi della cultura greco-romana.
Nel libro citato, la prima parte intitolata “La grande divinità femminile mediterranea” è dedicata alle tipologie della Dea nell’area dell’antico Lazio e alle sue parentele, che si estendono dal Mar Nero e dalla Siria fino alla penisola iberica e alle coste settentrionali dell’Africa: ed ecco delinearsi così la dea che regge o che si stringe i seni, la dea che regge o allatta il bimbo, la potnia/signora delle erbe e degli animali, la dea con la colomba, la dea Efesia, la dea Lucifera.
La seconda parte, intitolata “Riflessi della grande dea mediterranea in alcune divinità femminili della più antica religione laziale”, descrive nel dettaglio le caratteristiche segniche e cultuali di Fortuna, Bona Dea, Mater Matuta, Feronia, Diana.

Dobbiamo a Momolina Marconi e agli studiosi a lei contemporanei gli studi più approfonditi sui culti degli “Italici”, travasati poi nel pantheon greco adottato da Roma, e il merito di aver riempito il vuoto sulla religiosità italica pre-indoeuropea. Nell’Introduzione di quel libro troviamo infatti anche una panoramica sulle popolazioni che abitarono varie parti della nostra penisola e sulle loro forme di culto che vanno dal paleolitico al neolitico, fino all’affermarsi della civiltà di Roma nell’Età del Ferro.

I Pelasgi: dalla Penisola Iberica alla Valle Dell’Indo

L’Italia, comprese Sardegna e Sicilia, fu popolata nel tardo Paleolitico e nel Neolitico da insediamenti che rivelano una cultura affine a quella delle altre isole del Mediterraneo, dell’Africa settentrionale e dell’Europa occidentale. Erano i Protosardi e i Paleoetruschi, strettamente imparentati con i Minoici e gli abitanti delle coste del Mar Nero, fino alla Colchide. La Colchide ha un’importanza centrale nella sua teoria: questa regione si affaccia sul Mar Nero, a est, ed è la zona dove il Caucaso scende nel mare, con alle spalle un vasto territorio chiamato anticamente Iberia.  È da qui che Marconi fa derivare la popolazione mediterranea pre-indoeuropea che si espanse un po’ alla volta fino ad arrivare in Spagna, portandosi dietro i nomi delle terre d’origine.

Con Momolina Marconi ci troviamo davanti a una visione complementare a quella di Marija Gimbutas: nel prendere in esame prevalentemente le aree costiere del Mediterraneo anziché la zona centrale danubiana o il resto dell’Europa continentale, il quadro tracciato dalla sua mano si affianca armonicamente a quello di Gimbutas. Non credo che quest’ultima conoscesse il lavoro di M. Marconi, che non compare in nessuno dei suoi riferimenti bibliografici, probabilmente per la semplice ragione che l’opera di Momolina Marconi non ha avuto circolazione fuori dal nostro paese, come capita spesso ai libri scritti in italiano.
Il libro pubblicato nel 1939 e gli altri suoi scritti pubblicati fra il 1940 e il 1942, videro la luce negli anni della guerra, gli stessi in cui M. Gimbutas frequentava l’università e si laureava nell’alternarsi delle invasioni tedesca e russa e fa pensare che entrambe abbiano studiato e pubblicato su lontane culture prevalentemente pacifiche in un periodo di tali grandi conflitti.
Né Momolina poteva conoscere nulla del lavoro di Marija, in quanto i risultati dei suoi studi cominciarono a uscire dopo il 1956. È molto interessante perciò vedere che punti di contatto si possono trovare fra due teorie affini e sviluppatesi in modo assolutamente indipendente, in luoghi diversi, con materiali diversi e con una strumentazione diversa, essendo di base una archeologa e l’altra letterata.

Anche M. Marconi rileva le tracce di una civiltà pre-indoeuropea molto evoluta, raffinata, che riguarda i margini dell’Europa affacciati sul mare. Si trattò verosimilmente di un insieme di popoli con un’origine comune, i Pelasgi. Azzarda delle ipotesi sulla loro origine più remota (che le recenti indagini sulla genetica delle popolazioni confermano): erano popolazioni nord-africane, che si erano spinte a nord e poi diffuse nel bacino mediterraneo, o attraversando il mare o risalendo da est, attraverso la Palestina e il Medio Oriente e stabilendosi poi lungo i territori che si affacciano sull’attuale Mar Nero.
Per quanto riguarda l’Italia, M. Marconi rileva che le zone in cui si trovano le tracce più antiche di insediamenti del paleolitico sono a nord la zona del lago di Garda e la Liguria nella zona intorno a Genova, mentre a sud il Gargano in Puglia, dove anche M. Gimbutas fece degli scavi negli anni Settanta. I resti ossei parlano di una popolazione dolicocefala (Capitolo 1 e 8), che lei chiama “razza dolicocefala mediterranea” e che arriva fino in India e a Ceylon, passando per l’Anatolia.

Questa teoria (recentemente riproposta sulla base dello studio dell’euskera, la lingua basca, da un libro spagnolo sulle origini e le parentele dei Baschi che trova somiglianze innegabili appunto tra l’euskera e l’etrusco, il cretese-minoico, l’iberico-tartesico e il berbero), condivisa dal gruppo di studiosi che riconoscevano in Pestalozza il proprio maestro, ricevette un’importante conferma nel 1935-36, quando nella vallata del fiume Indo venne scoperta la civiltà di Mohenjo Daro e Harappa dall’archeologo Gordon Childe. I resti di quegli ampi insediamenti urbani, datati dal 2700 al 2000 a.C., presentavano caratteristiche molto diverse dalla successiva cultura indiana, sia dal punto di vista architettonico che delle divinità venerate. M. Marconi, come altri studiosi di quegli anni, fu colpita dalla grande somiglianza tra le popolazioni mediterranee e questa nuova antica civiltà di cui si erano alla fine ritrovate le tracce, che confermava l’ipotesi che la civiltà pelasgica arrivasse non solo fino alla penisola iberica, ma anche fino alla vallata dell’Indo. Vedremo tra poco quali prove linguistiche sostengano questa teoria, che trova anche conferme nelle caratteristiche cultuali più antiche dell’Egitto prima dei Faraoni, ricche di elementi che accomunano l’India con il bacino del Mediterraneo e con l’Africa centrale, attraverso le origini condivise alle sorgenti del Nilo.

Tornando all’Italia preistorica, ai Siculi in particolare, si possono individuare almeno quattro stratificazioni diverse: una fase libico-africana, che testimonierebbe il primo passaggio dall’Africa, seguita da una fase iberica, che segna un contatto con il ceppo ligure-sardo; poi uno strato italo-japigio-siculo e infine lo strato cretico-minoico, corrispondente all’influenza di Creta e alla diffusione di popolazioni provenienti da quell’isola, appartenenti alla stessa matrice pelasgica ma che avevano sviluppato, differenziandosi, una propria civiltà.
I Siculi iniziarono la loro indoeuropeizzazione dal punto di vista linguistico a partire dal 1200 a.C. Marconi li descrive come “uomini tarchiati, di piccola o media statura, nuca breve, testa rotonda e faccia larga, esattamente come nella metope di Selinunte: tutte caratteristiche del tipo dolicocefalo” che non sviluppa, come il tipo brachicefalo, quella curva posteriore della testa che fa sì che la circonferenza del cranio sia leggermente maggiore (di 1,5 – 2 cm).
Per tutto il Paleolitico e il Neolitico ci fu grande movimento nel Mediterraneo, un continuo rimescolamento tra popoli di base originaria comune. Nell’età del Bronzo, invece, e nell’età del Ferro arcaica, cominciò ad arrivare un popolo chiamato “villanoviano”: erano gruppi provenienti dall’area balcanica, che si spostavano a occidente perché, dice Marconi, “premuti da grandi rivolgimenti etnici avvenuti nella Balcania” (qui si incrocia la teoria delle ondate dei popoli kurgan descritta da M. Gimbutas).
I Balcani, abitati anch’essi da una popolazione di tipo mediterraneo, furono sconvolti da forti “pressioni”, di cui non dice oltre in questa sede, limitandosi a registrarne le conseguenze, ossia l’immigrazione di popoli balcanici sulle coste italiche. “Venivano via terra, ma spesso anche per mare: quelli che arrivavano via terra si fermavano nel Veneto e nel mantovano, mentre quelli che arrivavano per mare sbarcavano ad Ancona e nella zona di Matera”. Cosa li differenziava dalle popolazioni che trovarono in Italia?
Il fatto che parlassero una lingua già indoeuropeizzata, ossia non erano indoeuropei ma parlavano una lingua che non apparteneva più al ceppo linguistico pre-indoeuropeo ancora dominante al di qua dell’Adriatico. E portavano con sé un altro modo di trattare i morti: mentre le popolazioni indigene pre-indoeuropee inumavano i corpi, restituendoli alla terra, questi immigrati erano inceneritori, bruciavano i loro morti.

Non si trattava di orde organizzate o di popoli numericamente rilevanti, erano piccoli gruppi di agricoltori che scappavano, si spostavano da questa parte del mare. Soprattutto non arrivavano a cavallo e con spade di ferro, e tuttavia provocarono un notevole rimescolamento. Poi, un gruppo più nutrito arrivò a Rimini, attraversò lentamente gli Appennini e si stabilizzò nell’alta valle del Tevere, in Toscana e nel Lazio: erano quelli che poi diventarono i Latini.
“Non navigatori, non conquistatori, bensì agricoltori in cerca di terre che si facevano trasportare a gruppi attraverso l’Adriatico. Questi immigranti che non erano, si badi bene, né terramaricoli né palafitticoli (questi due termini si riferiscono invece a quelle che sono le caratteristiche di alcuni consistenti insediamenti autoctoni della pianura padana) e fondarono, non già sul piano brullo e arsiccio, ma lungo le fertili pendici dei colli albani, gruppi di villaggi costituiti da capanne rotonde”.
“A differenza dei Mediterranei stabiliti nel Lazio da antichissime età, dei Siculi neolitici già profondamente arioeuropeizzati, i quali usavano dormire l’ultimo sonno col rito antichissimo dell’inumazione, queste genti villanoviane immigrate praticavano il rito funebre incineritorio …”. I Latini “non sono un popolo preesistente”, ma si costituisce come popolo proprio per il fatto di essere immigrati lì, prendendo il nome dalla terra che li ospita, il Lazio.
“I Villanoviani immigrati nel Lazio non erano una razza diversa dalla mediterranea, erano essi pure dei mediterranei differenziatisi e arioeuropeizzati nelle loro sedi balcanico-danubiane”. Avevano cioè subito il contatto con l’arrivo degli indoeuropei a partire dal 4500 (secondo la datazione di Gimbutas) e iniziato un processo di trasformazione di alcune loro abitudini culturali, tra cui la lingua. Particolare interessante: una zona dell’Italia centrale rimase immune da queste immigrazioni villanoviane, la zona adriatica protetta dall’Appennino abruzzese, “dove rimasero i discendenti delle vetuste stirpi neolitiche”. Non a caso queste zone hanno conservato più a lungo la loro vecchia identità, lingua e cultura; solo più tardi, quando i Latini saranno diventati Romani, entreranno in contatto e opporranno fierissime resistenze. Ci vollero le ripetute guerre sannitiche, le forche caudine e le infinite campagne militari contro le continue ribellioni prima che Roma potesse diventare padrona del territorio peninsulare e quindi allargarsi nel Mediterraneo.

La Maga Circe, Signora Delle Piante

 

In altri due saggi, Kirke e Da Circe a Morgana, M. Marconi tratta del collegamento tra la Colchide, il Medio Evo e le isole britanniche, dove sono numerose ed evidenti le tracce di una stessa civiltà megalitica. Il centro di irraggiamento di questa cultura è, come già accennato, il Mar Nero. Ed è proprio nello studio su Kirke (che è del 1942, pubblicato in “Studi e materiali di storia delle religioni”) che sostiene questa ipotesi …

Tratto da Luciana Percovich, Oscure Madri Splendenti.
Le Radici del Sacro e delle Religioni,
Venexia, Roma 2007, pp. 217-222.