La prima domanda che viene da porsi analizzando l’arte paleolitica è perché la Dea Madre fosse solo scolpita, e mai dipinta, sulle pareti delle caverne, e quale fosse la sua relazione con gli animali, che al contrario venivano dipinti ma non scolpiti. Dalle testimonianze si deduce che le visioni esplorate nella cultura dell’Età della Pietra fossero fondamentalmente due: una espressa con la pietra, le ossa e l’avorio di mammut, materie durature utilizzate per scolpire le figure della Dea Madre, cesellate nella struttura della roccia o modellate in statuine nei siti funerari; l’altra espressa attraverso la pittura, sulle pareti interne delle caverne, dove gli animali sembrano vivi, il rito della caccia è drammatizzato e rimarcato e gli sciamani umani e gli animali offrono riti di iniziazione.

Da ciò possiamo dedurre che originariamente esistevano non uno, ma due miti fondamentali: il mito della Dea e il mito del cacciatore. Le figure gravide delle sculture suggeriscono che il mito della Dea Madre (FIGURA 1) riguardasse la fertilità e la sacralità della vita in ogni suo aspetto, e dunque la trasformazione e la rinascita. In contrasto, il mito del cacciatore concerneva soprattutto il dramma della sopravvivenza, dove prendere una vita equivaleva a un atto rituale per poter vivere. La prima storia è incentrata sulla Dea come immagine eterna del tutto; la seconda è basata sull’umanità che, come il cacciatore, deve continuamente spezzare questa unità per poter vivere la vita di tutti i giorni. …

Figura 1 – La Pulcinella dei Balzi Rossi (ph. C. Cohen, 2003)

Nella storia della Dea Madre, il cacciatore e gli animali cacciati sono entrambi contenuti in una visione, evidenziando un continuum di relazione a cui partecipano tanto il cacciatore quanto il cacciato. Pertanto il mito del cacciatore è sostanzialmente incluso nel mito della Dea, insieme con gli altri aspetti della vita che fanno parte del tutto. Questo è il simbolismo delle pitture all’interno delle caverne, percepite come utero della dea. Tuttavia, questa compenetrazione tra mito del cacciatore, che riguarda il tempo della vita mortale, e mito della Dea non sempre viene riconosciuta. Nel mito del cacciatore, animali e esseri umani competono per la sopravvivenza, e la vita di uno significa spesso la morte dell’altro (FIGURA 2). Per questo i due racconti sono spesso interpretati in contrapposizione. Quando ciò accade, la connessione con la dimensione invisibile, dalla quale provengono vita e morte e che conferisce sacralità a entrambe, è perduta. Il mito della Dea contiene il mito del cacciatore, e non il contrario.

Figura 2 – Grotta di Lascaux (ph. Höhle von Lascaux)

La presenza dello Sciamano (FIGURA 3) nella grotta indica che le popolazioni paleolitiche sapevano bene quanto fosse vitale per il benessere della tribù non dimenticare la relazione essenziale fra queste due storie. Gli sciamani mediavano tra i due mondi dell’esperienza umana e il loro volo dentro l’oscurità aveva inevitabilmente luogo nella parte più segreta della caverna, dove i limiti ordinari della percezione potevano essere trascesi. Laggiù potevano ri-membrare la relazione fondamentale tra questi due miti e onorare il bisogno essenziale di collegare la caccia con la più profonda visione del tutto. Una simile interpretazione aiuta a spiegare la forte importanza dei riti di caccia presso certe tribù, anche ai giorni nostri.

Figura 3 – La Sciamana di Grotta dei Cervi (ph. M. L. Leone, 2009)

In questo modo il mito della Dea esprimeva ciò che possiamo chiamare la visione morale del tempo, visione che perdurò per migliaia di anni, anche grazie alla regolamentazione avvenuta durante il Neolitico dei cicli stagionali di sole e luna, mese e anno, vita vegetale e animale. Tuttavia, nel mezzo dell’Età del Bronzo (2000 a. C. circa), con le continue invasioni delle tribù nomadi e guerriere degli antichi territori di caccia del Paleolitico, il mito della Dea perse il suo ruolo centrale nel sentimento morale dell’umanità e la connessione vitale tra il mito del cacciatore e il mito della Dea si indebolì andando spesso perduta. …

Nel corso dell’Età del Bronzo l’antico mito del cacciatore si trasformò nel mito dell’eroe-guerriero arrivando a oscurare il mito della Dea, che fu gradualmente relegato nell’inconscio, nella psiche dell’umanità. Possiamo però ritrovare il mito perduto disseminato nelle immagini simboliche, nelle leggende e nelle fiabe di ogni civiltà, frequentemente misconosciute e spesso scollegate tra loro, ma sempre presenti. La dea, e la visione del tutto che incarna, non sono andate perdute ma adombrate dalle affermazioni incalzanti dell’altro racconto: il mito del cacciatore e la necessità di sopravvivere.

… Ogni volta che troviamo la caverna, la luna, la pietra, il serpente, l’uccello e il pesce; la spirale, la greca e il labirinto; gli animali selvatici (il leone, il toro, il bisonte, il cervo, il caprone, il cavallo); i riti per la fertilità della terra, degli animali, degli esseri umani nonché il viaggio dell’anima in un’altra dimensione, allora siamo in presenza di un’immagine che un tempo metteva in scena il mito originale. Essi esistono come testimonianza vivente, nella psiche umana, della visione dell’unità della vita, immaginata inizialmente come la Dea Madre che dà origine alle forme di vita in cui lei stessa si incarna. …

Le immagini religiose ufficiali di oggi sono prevalentemente quelle di un dio padre che ha creato i cieli e la terra attraverso la sua parola, e che è dunque al di sopra della sua creazione, non al suo interno. Siamo abituati a una tradizione mitologica in cui la natura, la terra, gli animali, i mari, i fiumi, gli uccelli e le montagne non sono sacre … L’idea dell’unità e della sacralità della vita ha abitato le radici della psiche umana per un numero incredibile di anni, molto più a lungo di quanto non abbia fatto il pensiero religioso patriarcale, che sembra inevitabile solo perché non abbiamo sperimentato – nelle immagini mitiche convenzionali del nostro tempo – nient’altro. …

Non dobbiamo ritenere che l’ordine morale del Paleolitico sia morto con la fine di quell’Età. … non sorprende che ci siano tracce dell’antico mito della Dea disseminate in ogni religione del mondo, ricordate o ricreate in altro modo per esplorare questo particolare sogno della vita sulla terra. …

Dai passaggi labirintici delle caverne paleolitiche al labirinto inciso sul pavimento della Cattedrale di Chartres c’è una distanza di 25.000 anni in tempo lineare, ma anche un’identità di figura simbolica che annulla il passaggio dei secoli. …

Tratto da  Anne Baring e Jules Cashford – IL MITO DELLA DEA – Le origini: la Dea Madre paleolitica – Venexia ottobre 2017.