Segni fuori dal tempo fu realizzato da Donna Read e Starhawk nel 2003 per la casa produttrice canadese Belili Productions come omaggio a Marija Gimbutas per ricordarla a 10 anni dalla sua morte. Sottotitolato inizialmente dall’Associazione Armonie di Bologna, su suggerimento di Sandra Schiassi, ripercorre la sua vita e il suo lavoro dedicati allo studio dell’Antica Europa. La sua interpretazione della Preistoria europea ha provocato un vero e proprio terremoto ancora oggi non da tutti accettato, specialmente dagli autori dei libri di testo scolastici, che continuano a sottovalutare la portata della sua visione.

Per alcuni versi potremmo paragonare M. Gimbutas a H. Schlieman (1822-1890), l’archeologo diventato universalmente famoso per aver scoperto le rovine di Troia e di Micene: li accomuna l’aver fornito le prove materiali dell’esistenza di una civiltà (che nel caso di Troia fino a quel momento aveva avuto solo esistenza  mitico-poetica nell’Iliade di Omero), ma li differenzia il fatto che laddove la scoperta di Schlieman confermava la mitologia classica, la scoperta della civiltà dell’Antica Europa ha messo sottosopra e ha mandato all’aria molte delle certezze fondative e degli assunti impliciti di quella medesima civiltà classica.
E fa differenza anche il fatto che Marija è una donna che legge le testimonianze del passato con occhi di donna e che la sua visione e la ricostruzione del passato arcaico riportano a galla la presenza cancellata del femminile nella storia.

La sua è stata una completa rivoluzione di prospettiva sulle origini della cultura europea: in senso cronologico, in quanto mette indietro di almeno 5000 anni l’orologio del tempo storico, cioè a molto tempo prima della comparsa sulla scena delle popolazioni indoeuropee: se le prime tracce di una civiltà europea risalgono sicuramente a prima dell’ultima glaciazione (Willendorf e Laussel circa 25.000/19.000 a. C.), il suo campo di ricerca spazia dal Neolitico all’età del Bronzo fino agli inizi dell’età del Ferro, cioè dal 6.000 al 2.000 a. C.
Ma anche nel senso stesso di intendere la parola civiltà, che per noi assiomaticamente e paradossalmente inizia con le guerre e le gesta gloriose degli eroi e degli déi dell’Olimpo.
Gimbutas ci parla invece delle radici prime dell’Europa, che ha riportato alla luce nelle sue campagne di scavo nel decennio tra il 1967 e il 1978 proprio nel cuore dell’Europa, nel bacino del Danubio e nella penisola balcanica (con anche una campagna finale in Puglia).
Perché proprio in questa zona è prima fiorita una grande e duratura civiltà pacifica e poi è avvenuto lo scontro con le popolazioni indoeuropee, arrivate a ondate successive, dal 4.000 circa in poi: a cavallo, con armi per uccidere e una struttura gerarchica e guerriera. Da questa prospettiva Greci, Latini, e poi i popoli celti, germanici e slavi sono stati un’ininterrotta sequenza di popoli “invasori dell’Europa”, chiamati in tempi storici “Barbari” proprio da chi per primo lo era stato e aveva trasformato specialmente la regione danubiana e balcanica in una terra di frontiera, devastata da conflitti mai sopiti, linea di scontro/incontro tra culture diverse.

Gimbutas arrivò per gradi alla visione per cui oggi è insieme amata e rifiutata.
“All’inizio, racconta, nulla degli studi esistenti riusciva ad aiutarmi” a dare un senso all’enorme massa di reperti che aveva riportato alla luce già alla fine del primo ciclo di scavi nel nord della penisola balcanica. Si immerse in questo materiale e nel 1974 cominciò a ricopiare i segni che comparivano assai spesso sulle frequenti raffigurazioni delle statuine femminili, in particolare di quelle che chiamò Dee Uccello, per il loro viso a becco; un po’ alla volta si accorse che costituivano una specie di alfabeto ricorrente: si trattava delle V, dei chevron, delle X, di linee serpentine, di linee doppie, tutti segni che avevano un evidente valore simbolico. Finché questi materiali cominciarono a formare un quadro organico, a combaciare con elementi disseminati in altre discipline e che lei riusciva a cogliere e collegare (linguistica, mitologia, folklore, dove si trovano espressi in altri codici simili aree semantiche).
Un metodo di lavoro che ricorda per analogia quello usato dalla genetista Barbara Mc Clintock che, prendendo le distanze dai dogmi vigenti nella sua disciplina e che non riuscivano più a spiegare la complessità dei dati raccolti, raccontava di come si lasciasse “prendere dalla visione” dell’oggetto osservato, finché non le sembrava di trovarsi all’interno della cellula e da lì vedeva muoversi e analizzava i filamenti di cromosomi, lasciando “che la materia mi parlasse da sé” fino a giungere alla “comprensione” del materiale osservato.
E sono simili anche le reazioni che le due scienziate dovettero affrontare, ossia l’ostilità dell’ambiente in cui lavoravano, che le isolava e infine ne ignorava volutamente le scoperte realizzate. Mc Clintock sia pur tardivamente ha ricevuto poi un premio Nobel e ora le sue teorie, giudicate troppo complesse se non eccentriche e bizzarre rispetto al modello meccanico e gerarchico ma molto popolare di Watson e Crick, sono alla base della genetica contemporanea.
Gimbutas invece, archeologa sul campo e minuziosa decifratrice anche dei più piccoli dettagli, linguista e grande conoscitrice della cultura popolare dei paesi ora slavi, combinando comparativamente i dati di più discipline (mitologie comparate, prime fonti storiche, linguistica, folklore ed etnografia storica) è riuscita infine a stabilire collegamenti e connessioni tra tutti quei cocci e tutte quelle iscrizioni, fino a far emergere una chiara trama e un convincente disegno complessivo. E per definire questo suo inedito modello di ricerca ha coniato la parola mito-archeologia (archaeomythology).

Quali sono i tratti salienti di questo disegno complessivo da lei stessa denominato Civiltà dell’Antica Europa e Civiltà della Dea?
Era una civiltà policentrica, priva di centri di potere dominanti, che non conosceva l’uso delle armi, non aveva fortificazioni ma al contrario gli insediamenti, anche vasti e articolati architettonicamente, erano posti in pianura e lungo i corsi d’acqua, non usava distinzioni di rango nelle sepolture e verosimilmente indicava attraverso il simbolo della Dea (le cui statuette, quasi sempre di piccole dimensioni, compaiono in abbondanza in ogni sito neolitico) la sua concezione della vita, legata al ciclo della natura di vita, morte, rigenerazione e nuova nascita.

E se Gimbutas ha lavorato esclusivamente sulle culture europee, il modello di evoluzione che ha portato all’affermazione delle “civiltà storiche”, il suo metodo multidisciplinare e la sua capacità di decodificazione, analisi e interpretazione dei reperti possono oggi essere applicati con successo alle culture di qualsiasi altra parte del mondo. E così sta ora avvenendo grazie a una serie sempre più numerosa di ricercatrici e ricercatori che riconoscono la validità del suo metodo. Che ha saputo dare senso a dei materiali archeologici che, anche nella parte in cui erano o sono già noti, prima del suo lavoro erano muti, privi di vita, in quanto del tutto incompresi.

Il suo testo principale, Il linguaggio della dea (1989), è un condensato ricchissimo di immagini, informazioni e collegamenti.  Scrivendo l’introduzione quando il libro fu pubblicato per la prima volta, nel 1989, Joseph Campbell disse: “Se avessi conosciuto prima Marija Gimbutas, avrei scritto libri completamente diversi”.
E prosegue: “Maria Gimbutas è stata in grado non solo di elaborare un glossario fondamentale dei motivi figurativi che fungono da chiave interpretativa per la mitologia di un’epoca altrimenti non documentata, ma anche di stabilire, sulla base dei segni interpretati, le linee caratterizzanti e i temi principali di una religione che venerava sia l’universo quale corpo vivente della Dea Madre Creatrice, sia tutte le cose viventi dentro di esso, in quanto partecipi della sua divinità. Religione, lo si percepisce immediatamente, in contrasto con le parole che il Creatore Padre rivolge a Adamo in Genesi: Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere ritornerai! In questa mitologia arcaica, invece, la terra da cui tutte le creature hanno avuto origine non è polvere, ma vita, come la Dea Creatrice.
E conclude con queste parole: “Il messaggio del suo lavoro è che si apra di nuovo un’effettiva epoca di armonia e di pace in consonanza con le energie creative della natura come nel periodo preistorico di oltre 4000 anni che ha preceduto i 5000 anni di quello che James Joyce ha definito l’“incubo” di contese determinate da interessi tribali e nazionali, da cui è sicuramente ora che questo pianeta si desti”.

Marija Gimbutas non è partita da una tesi astratta da dimostrare, non è la “visionaria femminista” (ammesso che questo sia un insulto!), come qualcuno ha voluto definirla: al contrario è una studiosa che analizzando un’enorme massa di reperti e di materiali e costruendosi faticosamente una coerente capacità di lettura e di decodificazione, ha infine raggiunto conclusioni assai difficilmente contestabili sul mondo arcaico europeo e sul linguaggio della Dea. Archeologa e linguista con una approfondita conoscenza delle lingue slave antiche, fin da piccola si era mostrata interessata agli aspetti folkloristici della società lituana.
Era nata a Vilnius in Lituania, il 23 gennaio 1921, da genitori medici entrambi ed entrambi attivi politicamente per la difesa del patrimonio culturale lituano, sistematicamente distrutto da un secolo di politica e di oppressione degli Zar. Il padre, anche storico e editore, mirava a diffondere il più possibile, anche a livello popolare, testi relativi alle tradizioni della sua terra.
Nel 1918 la Lituania aveva ottenuto l’indipendenza dalla Russia, ma nel 1921 fu invasa dalla Polonia e successivamente dalla Germania. Nello stesso 1918, i suoi genitori avevano aperto il primo ospedale di Vilnius. Raggiunta l’età scolare, decisero di non iscrivere Marija alle scuole polacche, né a quelle cattoliche, facendole invece frequentare la scuola privata da loro stessi fondata nel rispetto delle tradizioni lituane. L’istruzione di Marija comprendeva le lingue, l’arte e la musica, nel rispetto del principio che “la libertà politica equivale alla libertà estetica”.
La lingua lituana appartiene al gruppo delle lingue indoeuropee, ma l’immaginario folklorico e mitologico di riferimento è pre-indoeuropeo e riflette legami arcaici con la terra e i suoi misteriosi cicli. Gimbutas spesso ricordava che in quella cultura i fiumi e le colline erano considerati sacri, la terra veniva baciata, le preghiere cantate alla divinità mattina e sera. La famiglia di Marija possedeva una fattoria in campagna che le consentì di conoscere alberi e animali, ma soprattutto di ascoltare i canti dei contadini durante il lavoro, canti che variavano secondo le occupazioni e le varie stagioni. Marija osserva ben presto che il sistema patriarcale dominante in quel contesto consente tuttavia un rapporto molto bilanciato tra elementi maschili e femminili, evidentemente ereditato da una tradizione precedente alle invasioni indoeuropee, in cui la donna ricopriva un ruolo ben differente.
Il padre muore quando Marija compie i 15 anni. Fortemente colpita da questa perdita, da allora decide di proseguire il lavoro del padre nella riscoperta delle tradizioni originarie, in particolare studiando le credenze sulla morte e i riti funerari precristiani. Durante questo studio comincia ad intravedere la concezione preistorica della rigenerazione, della vita che continua, le movenze del ciclo vitale in cui vita e morte appaiono come le due facce di una stessa realtà. Anche nel corso delle sue lunghe ricerche successive, si renderà sempre più conto che presso le antiche popolazioni esisteva una “visione organica” dell’esistenza, in cui a ogni individuo si riconosceva la possibilità dopo la morte di rientrare nel ciclo vitale e di non uscirne mai, mentre la successiva concezione di “trascendenza”, il riferimento cioè a divinità esterne che governano il mondo e i cicli della natura, interrompe questa visione ciclica e più armonica della vita, introducendo il concetto di morte come fine “definitiva” e condanna a ritornare “definitivamente” polvere.

A 16 anni Gimbutas partecipa alla prima spedizione etnografica per annotare i tratti del suo ricco folklore, sopravvissuti meglio che nel resto dell’Europa dato che la cristianizzazione di quelle terre avvenne solo a partire dal XIII secolo, e mai così radicalmente da cancellare ogni traccia della cultura precedente.
Mentre frequenta l’Università, avviene l’invasione tedesca del’39 e l’anno dopo quella sovietica, più disastrosa, che si pone l’obiettivo di soffocare definitivamente l’identità culturale di quella ampia regione: le Università vengono chiuse, si fanno roghi di libri e il governo locale viene deposto mentre si verificano paurose deportazioni di massa in Siberia. La visione materialista del Comunismo confligge definitivamente con le sopravvissute precedenti tradizioni culturali lituane. Gimbutas si unisce alla resistenza e lotta anche politicamente perché ha amici deportati, torturati e uccisi.
Nel 1942 si laurea in archeologia, si sposa e ha una prima figlia. Escono in quegli anni i suoi primi undici articoli che documentano per la prima volta il profilo culturale delle popolazioni baltiche. Dopo tre anni, riesce a fuggire (“in una mano mia figlia e nell’altra la tesi”) con la famiglia in Austria, poi in Germania e infine, dal 1949 negli USA dove verranno pubblicati i suoi primi libri.

Il marito trova lavoro come ingegnere a Boston, mentre lei affronta ogni tipo di lavoro, anche umile, pur di frequentare l’Università di Harvard, dove ottiene un lavoro come traduttrice grazie alla sua competenza delle lingue slave; infine, riconosciuta la sua grande e unica conoscenza del mondo slavo, ottiene un incarico accademico e quindi una cattedra alla University of California di Los Angeles, nel 1968.
Nel 1956 aveva pubblicato Prehistory of Eastern Europe, nel 1963 I Baltici (disponibile anche in italiano) e nel 1965 The Bronze Age Culture of Central Europe.
Nel 1971 pubblica The Slavs e contemporaneamente fonda un giornale di studi indoeuropei che la porta a fare una serie di conferenze internazionali.
Ritorna infine a Vilnius dove viene accolta con grandi onori e dove i suoi studi e relative pubblicazioni sono stati stampati clandestinamente e letti con grandi apprezzamenti nonostante fossero stati messi al bando dal regime sovietico. Alla fine, verrà comunque invitata a Mosca, data la sua ormai consolidata fama di massima esperta del mondo slavo.
Nel ’67-‘68 inizia la sua attività di archeologa sul campo, avviando quattro cicli di scavi; il primo a Karanovo – Sitagroi in Macedonia, dove individua reperti che vanno dal 5000 ai 2000 a.C.; il secondo, dal ‘69 al ‘71 è realizzato a Tarcevo e Vinca, nel nord della Macedonia e copre un periodo che va dal 6300 al 5000 a.C. Nel ‘73 – ‘75 il terzo ciclo di scavi avviene in Tessaglia a Sesklo – Akilleion, nel sud-est della regione, relativo al periodo 6500 – 5600 a.C. Il quarto ciclo di scavi è ambientato in Italia tra il ’77 – ’78, in Puglia, nella grotta-santuario di Scaloria vicino a Manfredonia, i cui reperti risalgono al 5600 -5300 a.C.
Nel 1974 pubblica The Gods and Goddesses, che successivamente (1982) diventerà The Godesses and Gods of Old Europe. Nel 1980 il “Los Angeles Time” definisce Marija Gimbutas la “Donna dell’anno”, un riconoscimento lusinghiero nonostante le molte contestazioni; ma lei stessa è consapevole che per un reale apprezzamento ed acquisizione delle sue ricerche “sarebbero stati necessari almeno 35 anni”!
Le ragioni di tale convinzione sono contenute in questa sua affermazione del 1978:
“Durante i miei scavi divenni consapevole che era esistita una cultura che era l’opposto di tutto quello che era conosciuto come indoeuropeo”.
Nel 1989 esce il libro Il linguaggio della dea. Nella già citata breve prefazione di Campbell si legge anche:
“Il lessico di segni pittorici della Gimbutas mostra il primordiale tentativo di una parte dell’umanità di comprendere e vivere in armonia con la bellezza e la meraviglia del Creato, e adombra in termini simbolici ed archetipici una visione della vita umana contraria in ogni suo aspetto ai sistemi manipolati che hanno prevalso, in epoche storiche, in Occidente.”
Nel 1991 esce La Civiltà della Dea, un compendio di tutta la sua ricerca. Muore nella sua casa in California, il 2 febbraio 1994.

Luciana Percovich, 2005